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Crocetta o non Crocetta, qualcosa non va. E non solo in Sicilia, ma in varie parti d’Italia che il Pd oggi amministra. Meglio amministrarle con fatica che stare all’opposizione come si faceva prima, direbbe Renzi (e in realtà lo ha detto, nel discorso di domenica all’Expo): non c’è dubbio. Ma è chiaro a tutti che tra il Nazareno e le periferie dell’impero, a volte nemmeno tanto periferiche, c’è più di un problema, dovuto a un motivo di fondo e a svariati altri fattori, diversi a seconda delle latitudini.

Il banalissimo motivo di fondo, rimproverato a Renzi dalla minoranza del suo partito, è che il Pd ha un segretario a mezzo servizio. Dove mezzo è un’approssimazione per eccesso, perché – tra l’impegno a Palazzo Chigi e quello nei vertici internazionali – il presidente del Consiglio non appare particolarmente concentrato sulle vicende romane, o milanesi, o siciliane che siano: se le ritrova sulla scrivania quando sono già scoppiate, e spesso quando è troppo tardi per risolverle senza morti né feriti. È vero, ci sarebbero i vicesegretari, ma anche una dei due è a mezzo servizio, perché contemporaneamente governa una Regione. C’è un partito nazionale che avrebbe bisogno di maggiore cura, insomma, e di dirigenti che se ne occupassero a tempo pieno, con l’obiettivo principale di spegnere i fuochi sul nascere prima che diventino incendi.
I fattori locali, invece, sono molteplici. A volte c’entra la personalità degli amministratori, scelti tra l’altro per il proprio profilo indipendente e slegato dai meccanismi classici di partito: quello che funziona in campagna elettorale, però, può tradursi facilmente in una convivenza più complicata nell’esperienza di governo. Crocetta è un caso, ma non certamente l’unico: si pensi al rapporto complicato tra Marino e il Pd romano, oppure a quello tra De Luca e il Pd campano. E poi casi magari meno eclatanti a livello mediatico, tipo le dimissioni del vicesindaco di Milano per contrasti con una decisione del partito locale, o la ferita ancora non rimarginata in Liguria, dopo la sconfitta alle Regionali: l’ultimo aneddoto – quello di Raffaella Paita che incontra il ministro Orlando a un matrimonio, domenica scorsa, e gli rifiuta pubblicamente il saluto – è solo la fotografia di rapporti spesso complicati e tuttora irrisolti, tra dimensioni parallele che fanno fatica a incontrarsi.
Il livello locale è oggettivamente una preoccupazione per ogni partito: se fai bene, i meriti vanno normalmente all’amministratore; se fai male, la colpa è spesso tua. E il Pd degli ultimi tempi si è trovato spesso in situazioni imbarazzanti, alle quali ha reagito in maniera piuttosto scomposta: la scena vista a Roma e ora ripetuta in Sicilia è quella di un partito che preme perché Marino (adesso Crocetta) si dimetta, ma poi – non avendo altra arma che quella della moral suasion, tra l’altro piuttosto spuntata – non riesce a ottenerne le dimissioni e non ha la forza (o magari la voglia) di farlo cadere con una mozione di sfiducia. Un po’ perché alcune volte mancano motivi oggettivi (nessuno del Pd è stato in grado, finora, di spiegare perché Marino dovesse dimettersi, al di là di generici appelli per l’avvio di una nuova fase), un po’ perché – dicono tutti i sondaggi – se si andasse a votare subito si prenderebbe qualche schiaffo.
Anche in Campania, dove pure la giunta si è appena insediata e non c’è possibilità che cada in tempi rapidi, il Pd non sta passando momenti facili. Quando sembrava che De Luca dovesse decadere da un momento all’altro, la colpa veniva addossata sul partito che lo aveva fatto candidare alle primarie; quando poi è stato accolto il suo ricorso, e ha scelto gli assessori, quello stesso partito non ha toccato palla, trovandosi di fronte a una giunta nominalmente tecnica ma nei fatti di diretta emanazione del governatore.
Alcuni nervi, insomma, sono piuttosto scoperti, e anche al Nazareno ormai è chiara la necessità di una diversa organizzazione: non è solo per questioni di forma che, nel discorso all’assemblea nazionale del Pd, il segretario ha ammesso le responsabilità del partito nazionale. Bisogna capire se il presidente del Consiglio troverà il tempo di occuparsene davvero.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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2 commenti to “A mezzo servizio”

  1. nonunacosaseria scrive:

    Caro Sarubbi,
    la mia teoria è che la famosa “rottamazione” sia stata niente più e niente meno che un McGuffin: ossia, un espediente per concentrare l’attenzione su un particolare assolutamente ininfluente rispetto alla trama generale. Se Renzi avesse detto, da subito, “aboliamo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il finanziamento pubblico ai partiti e la tassa sulla prima casa” probabilmente avrebbe desiderato cose anche giuste, ma sarebbe rimasto un Morando, ossia un leader di una corrente al 2%. Ha parlato di rottamazione e di rinnovamento e guarda te cosa è diventato.
    Insomma, io penso che a Renzi di rinnovare il partito non gliene è mai importato più di tanto e continui a non importargli più di tanto. Il partito per lui è un autobus sul quale salire per arrivare alla meta che si è prefisso. Fuor di metafora: è un comitato elettorale o poco più. Per questo motivo ora impedisce di fare agli altri quello che a lui è stato permesso di fare in passato.
    Ovviamente, quando parlo di rinnovamento non parlo di volti nuovi (quelli ci sono) né di modalità nuove di comunicare attraverso la politica (pure quelle ci sono). Parlo di rompere con vecchie pratiche di potere che tanto ci avevano fatto imbufalire con D’Alema & c. Abbiamo sostituito D’Alema & c. con tanti piccoli dalemini, questa è la realtà del renzismo.

  2. LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO scrive:

    Ci sono 200 diverse interpretazioni della caduta dell’Impero Romano,e ce ne saranno poco meno quando li regime perdera’ le elezioni politiche.Per ora godetevi la onnipresenza nelle istituzioni,che nessuno vi togliera’ finchè avrete in mano la Magistratura:il vostro vero punto di forza.Finchè potrete minacciare e/o arrestare i vostri avversari politici(ora è il turno di Maroni)starete in una botte di ferro.

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