
Giorni fa mi chiedevo se sulle intercettazioni avessimo vinto, visti gli stravolgimenti al testo presentato dal governo. La risposta è arrivata oggi, con la decisione di rimandare il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, e forse addirittura ieri sera, quando il presidente del Consiglio ha ventilato la possibilità di ritirare il testo: sì, avevamo vinto. Soprattutto – mi sento di dire, per onestà intellettuale – aveva vinto il Parlamento, che ogni tanto si ricorda di non essere un passacarte e si prende il lusso, per dirla alla Berlusconi, di trasformare un cavallo in un ippopotamo.
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Difficilmente si potrebbe spiegare la manovra meglio di come lo abbia fatto oggi, in Aula, Pierluigi Bersani. Che ha preso la parola in un momento un po’ surreale, con i banchi della maggioranza semivuoti, probabilmente perché i nostri colleghi del Pdl erano più interessati alla conferenza stampa di Denis Verdini che non ad un provvedimento su cui non hanno toccato palla. Né loro, né quei ministri che – come Frattini, che lo ha detto, e come Brunetta, che invece è rimasto zitto – avrebbero volentieri cambiato più di qualcosa.
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Non mi lamento dei mille euro in meno, perché di fronte agli operai senza lavoro sarebbe ridicolo. Ma se devo essere sincero, c’erano parecchi modi di tagliare i costi del Parlamento – e dunque dei parlamentari – più efficaci e forse anche più equi di questo. Si è deciso di togliere 500 euro alle spese di segreteria e 500 euro alla diaria, senza distinzioni, e si è persa – secondo me – un’occasione di rendere lo stipendio dei deputati più legato al loro effettivo impegno. Non credo che l’elettore medio se ne accorgerà, ma voglio spiegarvelo lo stesso.
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A guardarlo da fuori, quello di oggi in Aula sulla manovra economica sembra un dibattito normale: il Centrodestra la difende, il Centrosinistra ne critica i punti più controversi e propone soluzioni alternative. Non voglio togliere nulla all’importanza del confronto parlamentare, per carità, ma sappiamo tutti che si tratta di una discussione senza sbocchi concreti: hanno già deciso di mettere la fiducia e lo faranno domani, intorno all’ora di pranzo, per poi votare il decreto così come è arrivato dal Senato.
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La mia amicizia con Fabio Granata, nata attorno all’ormai nota proposta di legge sulla cittadinanza, mi fa guardare a tutto questo casino scoppiato nel Pdl con meno distacco di quanto vorrei. Mi piacerebbe essere super partes e godermi lo spettacolo di un Centrodestra in frantumi, ma non ci riesco: da una parte c’è una persona che combatte per la legalità, anche a scapito dell’unità del partito, e dall’altra ce ne sono molti altri che combattono per l’unità del partito, anche a scapito della legalità. Mi piacerebbe che fosse lui a vincere la battaglia, e giuro che direi la stessa cosa anche se il suo partito fosse il Pd, ma temo – purtroppo – che alla fine non sarà così: l’accerchiamento di queste ore dimostra che, per superare le tante contraddizioni interne, le tante anime del Popolo della libertà hanno bisogno di compattarsi attorno ad un unico bersaglio.
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Potrebbe sembrare un’invasione di campo, ma in realtà non è il mio coté politico che vuole mettere il becco negli affari della Chiesa. L’ho detto anche ieri pomeriggio alla giornalista che mi ha chiamato per intervistarmi in merito: la mia preoccupazione principale, sull’inchiesta di Panorama che ha rivelato la doppia vita di diversi preti omosessuali, è una preoccupazione da credente. Sapendo bene che – contrariamente a quanto afferma la vulgata più in voga – la prima ad esserne turbata è la Chiesa stessa, come ha dimostrato anche il comunicato diffuso ieri dalla diocesi di Roma.
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In attesa che il presidente del Consiglio ci faccia sapere chi sarà il ministro allo Sviluppo economico – lo scopriremo la prossima settimana, come nelle serie tv – noi orfani di Scajola arriviamo addirittura a rimpiangerlo, e quasi quasi facciamo una colletta per pagargli il mutuo al Colosseo e per riaverlo indietro: con un ministro di fronte, infatti, la Fiat avrebbe avuto magari un po’ di pudore e non avrebbe minacciato la chiusura di Mirafiori per aprire uno stabilimento in Serbia. Non lo avrebbe fatto, almeno, con questa leggerezza e questa protervia, a poche settimane dal referendum di Pomigliano.
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A pensarci bene, la colpa è di chi – come noi – si meraviglia ancora: il messaggio di Berlusconi ai simpatizzanti di forzasilvio.it era disponibile su internet per i sostenitori registrati, il tg1 è un sostenitore registrato ormai da tempo (qualcuno lo mette in dubbio?) e quindi ne ha dato notizia. Pare che sia l’inizio di un nuovo esperimento: d’ora in poi, il sito del tg1 scomparirà – in nome della lotta agli sprechi, si capisce – e resterà in piedi solo il redirect verso forzasilvio.it, risparmiando così quell’inutile duplicazione di procedure tipo copia-incolla, “embed html” e roba simile. Visto che i media sono ostili, ha deciso il premier, le notizie del giorno le darà direttamente Palazzo Chigi. Già commentate, naturalmente, e pronte da digerire.
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Se una maggioranza non riesce a reggere neppure sul finanziamento delle missioni internazionali, non è più questione di Fini o non Fini: l’argomento non riguarda infatti lo scontro interno al Pdl, ma è di quelli su cui c’è un consenso al di là degli schieramenti. Eppure, anche in un decreto così apparentemente inoffensivo – uno di quelli che normalmente rientrerebbero nella categoria degli atti dovuti – il Centrodestra ha dimostrato di non avere i numeri in Aula: per tutta la prima parte delle votazioni, infatti, sono stati salvati dall’Udc, che – se solo avesse voluto – avrebbe potuto evitare i tagli alla cooperazione.
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L’unica cosa certa di questa storia è che il colpaccio non è riuscito: erano partiti con un obiettivo, si ritrovano da tutt’altra parte e non possono più tornare indietro. Volevano proibire le intercettazioni a strascico, volevano il bavaglio su tutte le pubblicazioni, volevano vietarle per i reati spia, volevano proibirle anche per i collaboratori di noi parlamentari. Nel testo uscito poco fa dalla Commissione Giustizia, invece, non c’è traccia di tutto ciò: tanto che alcuni miei colleghi del Pdl, sentiti or ora in Transatlantico, si cominciano a chiedere che senso abbia, a questo punto, impuntarsi su un provvedimento così stravolto.
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