renzi senato

La situazione politica è diventata una partita di poker, con Matteo Renzi che non vuole fare la figura del pollo. Sa di avere in mano un full – che nella scala dei punti è parecchio, ma non tutto – ma soprattutto è certo che i suoi avversari abbiano ancora meno, e si reggano in piedi con il bluff. E così, tra un rilancio e l’altro, si tiene sempre aperta l’opzione finale, quella di vedere le carte di tutti: in democrazia si chiama voto, e sarebbe l’ipotesi più probabile se l’attuale presidente del Consiglio si dimettesse. Il Quirinale non farebbe salti di gioia, ma – come ha dimostrato la vicenda Letta – nulla è possibile contro la volontà del Pd, ovvero del suo segretario, che in questo momento ha l’Italia in pugno.

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renzi m5s streaming riforme

Uno dei passaggi chiave dell’incontro di ieri tra Pd e Cinquestelle passa quasi inosservato, un paio di minuti prima che i partecipanti si alzino dal tavolo della discussione. È quando il cittadino Luigi Di Maio da Pomigliano d’Arco, vicepresidente della Camera, dice a Matteo Renzi che “il suo partito e il nostro partito hanno i numeri per migliorare le riforme”. La notizia non sta nei numeri, che già si conoscevano, ma nell’uso di una parola che rompe un tabù: dopo essersi nascosti a lungo dietro il termine MoVimento, con tanto di V maiuscola per ricordare il vaffa d’ordinanza, i grillini scendono sulla Terra e riconoscono di essere un partito. E non è solo una leggerezza lessicale del cittadino Di Maio, non a caso il più politico della compagnia, ma la fotografia di un’evoluzione tanto temuta quanto inevitabile.

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germania campione del mondo brasile 2014

Per tutti i Mondiali ho tenuto una rubrica sui giornali locali del Gruppo Espresso, quelli su cui scrivo generalmente di attualità e politica. Essere pagato per occuparmi di calcio, devo ammettere, è roba forte: un picco al massimo eguagliabile (tipo se mi pagassero per viaggiare o mangiare), ma non superabile. A meno che tu non sia pagato direttamente per giocare a calcio, ma con la mia velocità da bradipo obeso e il ginocchio che mi ha tradito sul più bello (questa funziona sempre, tra noi quarantenni è un classico) ho dovuto purtroppo cercare alternative meno divertenti. La mia rubrica, dicevo. Si intitolava DeliRio, e ogni volta metteva in luce qualche aspetto dei Mondiali che poteva aprire altre riflessioni: la guerra degli sponsor, l’incrocio di etnie, la campagna di Dilma per le presidenziali, e compagnia bella. Per l’ultima puntata, quella di oggi, ho dovuto però occuparmi di cose serissime. E spiegare i 15 motivi per cui la Germania ha vinto la Coppa. Anzi, farli spiegare ai partiti presenti in Parlamento.

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renzi semestre ue

“Non sono un pirla”, disse Josè Mourinho nella conferenza stampa di presentazione da allenatore dell’Inter, e si capì subito – quel 3 giugno del 2008 – che nella comunicazione calcistica qualcosa stava cambiando. L’allenatore portoghese non era un pirla davvero: sapeva che i giornali avrebbero vivisezionato le sue parole, il suo accento e le sue smorfie per trovare un titolo, e così gliene diede uno già pronto. Scelse il termine più milanese di tutti, lo inserì in un contesto simpatico, e tanti saluti alle disamine tecniche: “Non sono un pirla” fu il titolo del primo giornale sportivo d’Italia, e sei anni dopo ce la ricordiamo ancora, mentre ci è passato di mente tutto il resto.

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mare nostrum lampedusa migranti

Il 7 aprile 2011, a poco più di 24 ore da un naufragio che provocò 250 morti tra i migranti diretti a Lampedusa, il ministro dell’Interno si presentò alla Camera per l’informativa urgente. Appena finì il suo intervento – su molti punti sovrapponibile a quelli dei suoi successori al Viminale, compreso l’attuale inquilino – venne contestato duramente dall’Italia dei valori, che srotolò uno striscione con la scritta “Maroni assassino”. Si alzò il leghista Giorgetti e lo strappò dalle mani dell’ideatore, il deputato Zazzera, che nel frattempo venne sommerso dagli insulti dell’Aula. Anche l’allora capogruppo del Pd, Franceschini, prese le distanze, perché un tale colpo basso superava i limiti dello scontro politico, e venti secondi dopo Di Pietro chiese pubblicamente scusa a nome del suo partito. Lo stesso Zazzera, che si prese da Fini due giornate di sospensione, ammise più tardi l’errore, spiegando comunque che non voleva trattarsi di un’accusa personale al ministro ma piuttosto di una provocazione per denunciare il dramma dei migranti.

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mario balotelli italia

Mario Balotelli mi irrita in campo, e spesso anche fuori. Ce l’ho con lui quasi a pelle, perché sono calcisticamente deluso: come tutti i delusi mi ero illuso (quando a 17 anni lo vedevo vincere le partite da solo) e poi mi sono ricreduto. Vabbe’, ma questo mi è capitato pure con Giovinco, per non parlare di tutti quei ragazzi che sembravano fenomeni e che poi si sono un po’ persi, e non c’entra niente: con loro mica sono arrabbiato, ci mancherebbe. Di suo, Balotelli ha gli atteggiamenti urticanti, che certo non aiutano. Ad altri sono perdonati, perché quando uno segna i tifosi ti perdonano tutto, ma a lui no. E irritano anche me, lo ammetto: se fosse mio fratello minore, lo prenderei a schiaffi un giorno sì e l’altro pure. Detto questo – e aggiunta ogni considerazione calcistica possibile sul fatto che sia stato forse sopravvalutato, che Prandelli abbia sbagliato a puntare su di lui, e così via – vorrei dire due cose sul tema “nero italiano”. Anzi, “negro”, come ha scritto Mario su Facebook, nel suo sfogo a caldo.

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ciro esposito olimpico coppa italia

A volte la portata di un fatto si capisce meglio dalle reazioni. E quelle di ieri, dopo la notizia della morte di Ciro Esposito, danno l’idea di una politica spiazzata sul calcio: parecchi impegnati a cercare similitudini tra Renzi e Prandelli, per di più dall’opposizione, e pochissimi attenti a quello che il Sir, l’agenzia di stampa dei vescovi italiani, ha giustamente definito “il vero fallimento”. Con una postilla non trascurabile: i pochi politici intervenuti sul tema sono per la quasi totalità campani, come la vittima di quel 3 maggio. E se fosse morto un tifoso della Fiorentina, c’è da giurarlo, avrebbero aperto bocca solo i toscani. Perché il calcio – e su questo ha colto nel segno il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis – sta rischiando di far tornare l’Italia all’epoca dei Comuni: oltre a quella della sicurezza, e non è retorico dirlo, c’è una questione culturale, che non basterà un decreto del governo a risolvere.

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diritti tv calcio

Dice una leggenda – confermata però da più fonti, dunque al confine con la cronaca vera – che la sorpresa più grande di quest’anno, per i gestori dell’asta sui diritti tv del calcio, sia stata l’asta stessa. Erano abituati a ricevere una busta per ciascun pacchetto: all’interno, una cifra di un euro superiore al minimo; i protagonisti si dividevano la torta (il satellite, il digitale terrestre, gli highlights, la Coppa Italia) e l’armistizio reggeva ancora un po’. Ma stavolta, dopo aver perso la Champions League, Sky ha deciso di far saltare il banco, appoggiata tra l’altro dall’ingresso di competitor inattesi: tipo Eurosport, ad esempio, che negli anni scorsi si era tenuta fuori dai giochi e che – dopo essere stata acquisita da Discovery – mira a proporsi come nuovo polo.

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angelino alfano

Da ministro della Giustizia, con Berlusconi presidente del Consiglio e in pieno caso Ruby, difendeva la presunzione di innocenza di un indagato anche dopo rinvii a giudizio; da ministro dell’Interno, in evidente ansia da prestazione, ha definito “efferato assassino”  un uomo che, in quel momento, doveva ancora essere sentito dal giudice per le indagini preliminari. Che Angelino Alfano sia in difficoltà, schiacciato fra lo strapotere di Matteo Renzi e le accuse quotidiane degli ex amici di Centrodestra, è sotto gli occhi di tutti. Anche degli elettori, evidentemente, che – se non fosse stato per l’alleanza con l’Udc – non gli avrebbero fatto raggiungere nemmeno il quorum per Strasburgo.

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