renzi bersani pd lavoro

Dopo il via libera della Commissione, pur tra mille distinguo delle diverse anime democratiche, la partita del Jobs Act è iniziata davvero. Tecnicamente dovrebbe finire in pareggio, perché il provvedimento  in discussione al Senato delegherà poi al governo il compito di stabilire quali tutele verranno inserite per i nuovi contratti e dopo quanti anni di anzianità cresceranno: i liberal del Pd e gli alleati centristi esulteranno per l’introduzione di questo principio – nella scorsa legislatura, quando Pietro Ichino proponeva una ricetta analoga, veniva tacciato da Stefano Fassina di rappresentare solo il 2 per cento del partito – mentre l’ala sinistra, quella più vicina alla Cgil, si sentirà garantita dalla mediazione di Teresa Bellanova, che proprio dal sindacato proviene e che al ministero del Lavoro oggi è sottosegretaria. Ma il dibattito interno al Pd per tutta la giornata di ieri mostra che il nodo della vicenda è anche, e forse soprattutto, politico, perché su questa riforma Renzi gioca la sua partita più difficile.

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lega salvino bastoni

“Qui si disfa l’Italia o si muore”, recitava un celebre striscione leghista nei primi anni Novanta, quando l’ampolla del dio Po e le corna dei vichinghi cominciavano a fare da cornice ai bagni di folla di Pontida. Erano gli anni in cui Bossi spiegava la differenza antropologica tra pezzi di uno Stato che non potevano stare insieme (al nord “lavoro e sacrificio”, diceva, e al sud “furbizie e corruzione”) e in cui l’ideologo del movimento, Gianfranco Miglio, annunciava che non sarebbe mai andato “a insegnare a Catania o a Palermo: sarebbe fatica inutile”. Ma dietro il dito delle rivendicazioni culturali c’era, anche allora, la luna degli interessi economici: i manifesti del Nord gallina dalle uova d’oro che, con il suo gettito fiscale, sfama il resto d’Italia sono, ancora oggi, il nocciolo dell’elaborazione politica leghista. E la frase pronunciata ieri da Matteo Salvini (“Se arrivano altre tasse, scendiamo a Roma coi bastoni”) ne riassume piuttosto bene il senso.

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camicia bianca white shirt renzi valls sanchez samson

Sulla camicia bianca si sono smossi fior di commentatori, e pure di stilisti. Ci hanno trovato significati reconditi: la politica moderna che fa chic e non impegna; la sinistra destrutturata, giovanile e a portata di mano; la nuova generazione che prende le distanze dalla casta imbalsamata di giacche e doppiopetti, pronta a rimboccarsi le maniche e desiderosa di farlo vedere. Magari il motivo è più banale, e va cercato dalle parti della resistenza al sudore, ma l’importante non è nemmeno il significato: a parlare è soprattutto la scelta in sé, quella di presentarsi insieme con la stessa divisa, per dare l’idea di una squadra.

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pd 2013 2014 epifani renzi

Un anno fa sul palco di Genova c’era Guglielmo Epifani, intervistato da Lucia Annunziata. E in prima fila solo esponenti dello schieramento vicino a Gianni Cuperlo: il congresso Pd era alle porte, e la candidatura di Matteo Renzi – “ci sto facendo un pensierino”, aveva detto a Mentana qualche giorno prima, sullo stesso palco – cominciava a prendere corpo. Non serviva la palla di vetro per capire come sarebbe andata a finire: Matteo veniva applaudito a priori, prima ancora di iniziare a parlare, e i giornali riferivano dell’entusiasmo della base, contrapponendolo al clima più composto – quasi austero – durante l’intervento dell’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta.

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monti salva italia

Mille giorni fa era giovedì 8 dicembre 2011, e l’Aula di Montecitorio era chiusa: un po’ per il ponte dell’Immacolata, molto perché era appena arrivato in Commissione il decreto 201 del 2011, che avrebbe dovuto cambiare il Paese. Si intitolava “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, ma tutti lo ricordano con il nome “Salva Italia”, inventato dal governo appena entrato in carica. Dalla fiducia a Monti, in realtà, erano passate tre settimane, e non mancavano le ironie per la “lentezza” di un esecutivo che aveva impiegato venti giorni per fare uscire il primo provvedimento da Palazzo Chigi.

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emendamenti riforma senato

Se c’è una cosa che a Matteo Renzi riesce bene, da tempo, è quella di sfidare il vento con la faccia. È stata la sua fortuna, dalla volta in cui si candidò alle primarie di Firenze: il giovane coraggioso, e irrequieto quanto basta, che si mette contro la palude dei pachidermi. In quelle famose primarie, va detto per onestà, non era tutta palude e non erano tutti pachidermi, così come probabilmente non lo sono oggi, nel dibattito sulle riforme. Ma lo schema funziona quando divide e semplifica: così fu allora, così è anche in questi giorni, come dimostra la lettera inviata ieri ai senatori della maggioranza. Pensata e scritta con l’intento di mettere nero su bianco il confine tra chi vuole davvero cambiare l’Italia e chi vuole impantanarla, costringendo il Senato a discutere sull’introduzione della Gilda dei deputati (emendamento Minzolini) al posto dell’attuale Camera.

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renzi senato

La situazione politica è diventata una partita di poker, con Matteo Renzi che non vuole fare la figura del pollo. Sa di avere in mano un full – che nella scala dei punti è parecchio, ma non tutto – ma soprattutto è certo che i suoi avversari abbiano ancora meno, e si reggano in piedi con il bluff. E così, tra un rilancio e l’altro, si tiene sempre aperta l’opzione finale, quella di vedere le carte di tutti: in democrazia si chiama voto, e sarebbe l’ipotesi più probabile se l’attuale presidente del Consiglio si dimettesse. Il Quirinale non farebbe salti di gioia, ma – come ha dimostrato la vicenda Letta – nulla è possibile contro la volontà del Pd, ovvero del suo segretario, che in questo momento ha l’Italia in pugno.

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renzi m5s streaming riforme

Uno dei passaggi chiave dell’incontro di ieri tra Pd e Cinquestelle passa quasi inosservato, un paio di minuti prima che i partecipanti si alzino dal tavolo della discussione. È quando il cittadino Luigi Di Maio da Pomigliano d’Arco, vicepresidente della Camera, dice a Matteo Renzi che “il suo partito e il nostro partito hanno i numeri per migliorare le riforme”. La notizia non sta nei numeri, che già si conoscevano, ma nell’uso di una parola che rompe un tabù: dopo essersi nascosti a lungo dietro il termine MoVimento, con tanto di V maiuscola per ricordare il vaffa d’ordinanza, i grillini scendono sulla Terra e riconoscono di essere un partito. E non è solo una leggerezza lessicale del cittadino Di Maio, non a caso il più politico della compagnia, ma la fotografia di un’evoluzione tanto temuta quanto inevitabile.

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germania campione del mondo brasile 2014

Per tutti i Mondiali ho tenuto una rubrica sui giornali locali del Gruppo Espresso, quelli su cui scrivo generalmente di attualità e politica. Essere pagato per occuparmi di calcio, devo ammettere, è roba forte: un picco al massimo eguagliabile (tipo se mi pagassero per viaggiare o mangiare), ma non superabile. A meno che tu non sia pagato direttamente per giocare a calcio, ma con la mia velocità da bradipo obeso e il ginocchio che mi ha tradito sul più bello (questa funziona sempre, tra noi quarantenni è un classico) ho dovuto purtroppo cercare alternative meno divertenti. La mia rubrica, dicevo. Si intitolava DeliRio, e ogni volta metteva in luce qualche aspetto dei Mondiali che poteva aprire altre riflessioni: la guerra degli sponsor, l’incrocio di etnie, la campagna di Dilma per le presidenziali, e compagnia bella. Per l’ultima puntata, quella di oggi, ho dovuto però occuparmi di cose serissime. E spiegare i 15 motivi per cui la Germania ha vinto la Coppa. Anzi, farli spiegare ai partiti presenti in Parlamento.

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