renzi rimborso pensioni

La campagna elettorale è una brutta bestia, soprattutto se governi, e quando ti cade in testa una sentenza come quella della Consulta sulle pensioni non deve essere facile restare in piedi. Detto ciò, la promessa renziana di restituire ai pensionati due miliardi di euro ad agosto, annunciando di toglierli al piano di lotta alla povertà, fotografa perfettamente il rapporto tra la società italiana e la politica: da un lato, l’importanza del portafoglio nel guidare le scelte al seggio; dall’altro, l’assoluta irrilevanza delle fasce più deboli sul consenso popolare. Con una postilla, però, che non tutti conoscono: quei soldi, al momento, erano ancora in salvadanaio, e che sarebbero stati destinati davvero all’inclusione sociale è tutto da dimostrare.

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eu migrants

Da un certo punto di vista si potrebbe dire che sui migranti in arrivo dalle coste nordafricane abbia vinto l’Italia, ma forse è più giusto dire che ieri a Bruxelles ha avuto la meglio il buonsenso. Se l’Europa non è solo un’espressione geografica, dividersi il fardello (espressione terribile, ma gli addetti ai lavori lo chiamano proprio così: burden sharing) dovrebbe essere automatico; invece ci sono gli uomini di mezzo – e la politica, e il consenso da ricercare nell’opinione pubblica – e quindi ci sono voluti anni perché venisse messo nero su bianco.

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papa francesco raúl castro cuba vaticano

Per arrivare all’incontro di ieri, nell’auletta papale dietro la Sala Nervi, Papa Francesco e Raúl Castro hanno preso una rincorsa durata due anni. Forse addirittura cinquantatré, dicono alcuni, ripensando al messaggio di Giovanni XXIII a Kennedy e Krusciov in uno dei momenti più critici della guerra fredda. Altri tempi e altri protagonisti, stessa determinazione della Santa Sede nel cercare uno spazio di mediazione tra due pezzi di Americhe: tanto più ora che sul soglio di Pietro siede un argentino, pronto a sfruttare il lavoro ai fianchi compiuto dai suoi predecessori.

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proteste scuola renzi

Che ogni luna di miele prima o poi finisca è un dato di fatto: da un certo punto di vista non è nemmeno colpa di Renzi, perché a memoria d’uomo non si ricorda un presidente del Consiglio che, a quattordici mesi abbondanti dal giuramento, fosse ancora amato come il primo giorno. Sarà per questo che – insegnano i manuali di tattica governativa – i provvedimenti impopolari vanno presi il prima possibile, e tutti insieme: dopodiché ci sarà tempo per rimediare e riconquistare il favore degli elettori. L’attuale premier, invece, è partito con gli 80 euro in busta paga, per giocarsi il jolly sulle Europee, e ora si trova in un momento abbastanza delicato: le decisioni meno popolari arrivano quando l’innamoramento è entrato in quella fase pensierosa che, normalmente, precede i primi screzi. E nelle rose di Palazzo Chigi, infatti, le spine non mancano.

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italicum fiducia camera

A guardarla da Marte, o per lo meno da un’altra parte del mondo, la vicenda dell’Italicum non è poi tanto diversa da qualsiasi vicenda di un governo di Centrosinistra negli ultimi vent’anni. Che fosse Prodi, o D’Alema, o lo stesso Letta, qualcosa del genere si è verificato sempre; è successo addirittura con i governi tecnici – vedi Monti, sulla legge Fornero – quando il Partito democratico era “soltanto” nella coalizione ma non aveva propri leader a capo dei ministeri. Il modo per uscirne fuori, in casi del genere, è sempre stato la fiducia, e le polemiche non sono mai mancate; figuriamoci ora che si tratta di una materia sensibile come la legge elettorale. Ma questa è la storia, e va raccontata.

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ostaggi pakistan usa lo porto weinstein

Tra i titoli di Fox news che scorrono ininterrottamente sul marciapiede davanti alla sede newyorkese del colosso di Murdoch, in Sixth Avenue, il nome di Giovanni Lo Porto è un dettaglio in mezzo a tanti. Almeno hanno azzeccato lo spelling, questo sì, perché sui giornali – e pure in Senato, nei comunicati ufficiali di cordoglio – c’è chi lo chiama Lo Porta e chi non lo nomina nemmeno: nel dibattito in corso in America, ad essere sinceri, l’ostaggio italiano è un puntino sullo sfondo, perso tra le polemiche sui droni che uccidono civili e sulle critiche alla Casa bianca da parte della famiglia della vittima statunitense.

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sergio mattarella papa francesco

Prima di diventare presidente della Repubblica, e prima ancora che Jorge Bergoglio diventasse Papa, Sergio Mattarella era di casa dai gesuiti. Che a Palermo hanno una scuola rinomata, il Centro educativo ignaziano, proprio nella via che porta il nome di Piersanti: è in quel complesso (all’epoca diviso con le suore) che parte della famiglia di Sergio ha studiato, è lì che studiano ancora i suoi nipoti. Fino a poco tempo fa, dai gesuiti il futuro capo dello Stato andava molto spesso, per una Messa o due chiacchiere con l’amico rettore: ne apprezzava l’approccio intellettuale, ne condivideva l’apertura mentale, ne ammirava la profondità.

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sbarchi migranti immigrati lampedusa italia

Seimilacinquecento abitanti è la dimensione del comune di Apice, in provincia di Benevento, oppure di quello nato l’anno scorso, in provincia di Udine, dalla fusione di Rivignano e Teor. È meno dei residenti nel Serpentone, il palazzo lungo un chilometro nel quartiere romano di Corviale. È il numero di spettatori di una partita media di serie B alla Spezia o a Livorno. Messi tutti sui barconi, naturalmente, fanno un altro effetto, ma è bene partire dai freddi numeri, perché affrontare la questione di pancia non aiuta nessuno.

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g8 diaz

Attendevamo la sentenza della Cassazione su Bolzaneto, a fine maggio di tre anni fa. Avevo visto da poco Diaz, il film di Daniele Vicari, e mi aveva rovinato il sonno di parecchie notti. A Genova ero stato anch’io, qualche giorno prima degli scontri, mentre Berlusconi sistemava i vasi di fiori e faceva togliere la biancheria dai terrazzi per accogliere degnamente i grandi del mondo: era una specie di pre-summit, organizzato dall’associazionismo cattolico, e la tensione era già abbastanza alta.

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berlusconi struccato vecchio

La prima premessa, doverosa, è che certe cose non si tramandano per testamento o per quota legittima, né è sempre sufficiente attrezzarsi per tempo, formando gli eredi. Le società di calcio appartengono appunto alla categoria, e la storia recente ne è un esempio: se si eccettuano forse la Roma dei Sensi (ora in mani americane) e l’Udinese dei Pozzo, non ci sono grandissimi esempi di gestioni familiari semplici. La Juve degli Agnelli è passata per il terremoto di Calciopoli prima di avere la nuova dirigenza, mentre Massimo Moratti ha preso l’Inter quando ormai il padre l’aveva lasciata da 27 anni. Non basta dunque una Barbara amministratrice delegata, peraltro a metà con Galliani, per garantire un futuro radioso al Milan se papà Silvio deciderà di occuparsi d’altro.

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