europee donne pd

Tutto inizia quattro anni fa, alle Regionali del 2010 in Campania: si vota con una legge elettorale che abolisce il listino bloccato del presidente e che, soprattutto, mira a irrobustire la presenza femminile, introducendo la cosiddetta “preferenza alternata di genere”. Si possono scrivere due nomi sulla scheda, in sostanza, purché siano di sesso diverso; altrimenti, il secondo è nullo. Inoltre, il sesso meno rappresentato dovrà comunque esprimere almeno un terzo dei candidati nelle liste.

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renzi padoan def

Dopo gli annunci, arrivano i numeri. Che pure non sono quelli definitivi, va detto, perché il Documento di economia e finanza è appunto un documento, poco più di una manifestazione d’intenti messa nero su bianco, ma non una legge: prima che diventi tale sarà cambiato chissà quante volte, e in quanti punti, come e più di un normalissimo decreto. Con una differenza sostanziale, però: che il decreto produce effetti normativi dal momento in cui il governo lo approva, mentre il Def è un piano soggetto a ripetuti aggiustamenti, a rischio estremo – per dirla alla Berlusconi – di uscire cammello da Palazzo Chigi e arrivare a destinazione elefante.

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berlusconi napolitano

La tattica di Berlusconi è piuttosto chiara: far ruotare tutta l’agenda politica intorno alla riforma del Senato, l’unico punto su cui i voti di Forza Italia sono indispensabili per almeno due motivi. Il primo è che soltanto un’ampia maggioranza eviterebbe il ricorso al referendum, popolare il secondo – probabilmente il nodo vero, visto che il referendum sarebbe comunque un plebiscito per Renzi – è che la coalizione di governo, da sola, potrebbe non avere nemmeno i numeri per approvare il disegno di legge costituzionale. Sul resto, l’ormai ex Cavaliere non tocca palla; ma sul Titolo Quinto sì, e le frizioni recenti tra il governo e la presidenza del Senato gli hanno accresciuto la convinzione di essere determinante.

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senato abolizione

Ormai la parola chiave è indennità: negli ultimi giorni, fiutando l’aria della campagna elettorale in corso, Matteo Renzi la sta ripetendo allo sfinimento. La riforma delle Province? Cosa buona e giusta, perché si tolgono le indennità di 3 mila politici (“Tanto vale ripristinare il podestà, che costa ancora meno”, ironizzava nel dibattito a Palazzo Madama la senatrice vendoliana Petraglia). La riforma del Senato? Altrettanto buona e altrettanto giusta, perché si risparmiano altri 320 stipendi. Sei contrario nel merito all’una, all’altra o addirittura ad entrambe? Allora sei un conservatore, uno che vuole difendere gli interessi della casta e probabilmente anche i tuoi.

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obama renzi

Ottobre 2012: Guido Moltedo, firma di Europa, pubblica un ebook sulle imminenti elezioni Usa (“America adesso. Da rockstar a presidente: la seconda sfida di Obama”) e chiede all’allora sindaco di Firenze, in corsa per le primarie del Centrosinistra, di scriverne la prefazione. Matteo Renzi lo fa guardandosi un po’ allo specchio, e basta cambiare i nomi per leggerci un autoritratto: non sempre aderente alla realtà, ma certamente in linea con il profilo che l’attuale presidente del Consiglio vorrebbe rappresentare. Non è un caso che anche ieri, nella conferenza stampa congiunta, il premier italiano abbia definito il capo della Casa Bianca “una fonte di ispirazione, per me e per la mia squadra”.

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europa rigore

Cinque anni fa, alle ultime Europee, la Lega superò il 10 per cento, facendo la spesa nel bacino elettorale del Pdl; lo stesso accadde a sinistra, con l’Italia dei valori all’8 per cento e il Pd in picchiata rispetto alle Politiche di un anno prima. Non erano voti sull’Europa: non si parlava ancora di Portogallo e di Irlanda, né di Mes e di modifiche più rigorose al Patto di stabilità; la crisi economica non mordeva ancora ai livelli attuali, né si coglieva in Bruxelles un capro espiatorio per spiegare le difficoltà di ripresa. Erano voti sull’Italia, in un momento in cui il presidente del Consiglio aveva appena iniziato la parabola discendente (il caso Noemi era scoppiato proprio all’inizio della campagna elettorale) e il principale partito di opposizione –  ancora ferito dalle dimissioni di Veltroni – era guidato da un reggente (Franceschini) e contemporaneamente proiettato alla conta interna, con la candidatura annunciata di Bersani al congresso di ottobre.

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fiducia renzi 13 marzo camera

I numeri dicono e non dicono: 378 sì alla fiducia dell’insediamento, quella del 25 febbraio, e 325 alla fiducia sul decreto missioni, quella di giovedì scorso. Considerato che la differenza sta nelle presenze in Aula (ieri ben 125 assenti, un quinto del totale) e non nei ripensamenti di alcuni deputati, il problema di tenuta non sussiste. Ma in politica le linee non sono rette, e nelle tre settimane trascorse tra i due voti il governo è stato sempre al di sotto di questi numeri: negli emendamenti a voto segreto sull’Italicum, ad esempio, solo l’appoggio esterno di Forza Italia ha consentito alla maggioranza di superare (e nemmeno sempre) quota 300. Sotto l’apparente immobilità dei numeri, insomma, si sono rimescolate le carte: più o meno palesemente, amici e nemici del presidente del Consiglio si sono scambiati i ruoli. Anche all’interno del Pd.

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legge elettorale

L’accordo non scritto, ma più volte ribadito dal governo nei faccia a faccia e trapelato anche in alcuni comunicati stampa, è che al Senato la partita dell’Italicum si potrà riaprire. Purché alla Camera venga approvato così com’è, senza ritocchi, per dare un segnale politico doppio: uno all’elettorato (abbiamo iniziato le riforme, la legge elettorale si farà), uno allo stesso Berlusconi (i patti vengono rispettati). Vista da fuori, pare una cosa totalmente insensata: una legge approvata in un solo ramo del Parlamento non è una legge, ma un tentativo; né conta che cosa ci sia scritto dentro, perché l’unico testo normativo a far fede è quello che, a navetta finita, verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

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Masterchef Italia 2013-14

Mi sono divertito parecchio a guardare MasterChef anche quest’anno e quasi mi dispiace che sia finito. Mi toccherà ora consolarmi con quello dei piccoli, anche se il meccanismo è molto più addolcito – come è giusto che sia – e manca un po’ il brivido (almeno, così mi è sembrato nell’edizione americana di MasterChef junior). Vabbe’, mi va di buttare giù 8 punti veloci-veloci, su altrettante cose che mi hanno colpito. Leggi tutto »

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renzi alfano senato governo

Se con il governo Letta non si fanno le riforme, aveva detto Matteo Renzi in piena campagna per le primarie Pd, finish. E lo aveva ripetuto anche da presidente del Consiglio, due mesi dopo, negli interventi per la fiducia sia alla Camera che al Senato. Il pastrocchio che sta venendo fuori sulla legge elettorale, però, dice esattamente il contrario: sarà finish, ovvero si potrà andare al voto, solo se le riforme verranno fatte; altrimenti, con l’incubo di una maggioranza a Montecitorio e una palude a Palazzo Madama, questo governo dovrà restare in piedi fino al 2018. Con un potere di ricatto immenso da parte di chi ne detiene la golden share, ovvero il Nuovo Centrodestra, a meno che gli equilibri parlamentari non cambino.

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