alfano ncd

Una stima non molto lontana della realtà dice che, alle prossime europee, su 100 italiani iscritti nelle liste elettorali andranno a votare solo in 60: circa un terzo di loro sceglierà il Pd, un quarto o poco più Grillo, un quinto o poco meno Berlusconi. 20 più 15 più 12 fa 47: gli altri 13 italiani voteranno per il resto del mondo, compresi quei partiti che non raggiungeranno la soglia del 4 per cento. E compresi naturalmente anche gli alleati di governo di Matteo Renzi, che in queste ore stanno legittimamente combattendo per non sprofondare nell’irrilevanza: il Nuovo Centrodestra, tanto per dirne uno, si gioca insieme al risultato delle Europee anche un pezzetto della propria esistenza, come testimoniano i toni delle ultime ore sul decreto lavoro. Solo i toni, però, perché alla fine gli alfaniani rischiano di non toccare palla: in queste settimane, infatti, l’avversario più grande del Pd è il Pd stesso.

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via crucis 2014 colosseo

Conosco mons. Bregantini da molti anni, da quando era vescovo di Locri, e non mi stupisce mai la sua grande concretezza: ha una capacità enorme di legare il Vangelo con i temi sociali, da sempre. Ma la via Crucis di ieri sera al Colosseo, affidata alle sue meditazioni, è andata oltre: è politica, in senso lato e nobile, allo stato puro. È impegno per l’altro e, insieme, ragione di quell’impegno. Per chi non l’avesse seguita, o per chi volesse conservarne un ricordo, ho scelto – di ogni stazione – il breve passaggio che mi ha colpito di più.

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rinvio pareggio bilancio padoan

Due anni fa, di questi tempi, il Parlamento votò la legge costituzionale che introduceva nella Carta il principio dell’equilibrio strutturale delle entrate e delle spese del bilancio. “Ce lo chiede l’Europa”, ripeteva lo slogan di allora, presto trasformatosi in una caricatura e oggi astutamente ribaltato dal Pd – che di quella maggioranza faceva parte – nei manifesti della campagna elettorale in corso. Era vero: ce lo chiedeva l’Europa, in concomitanza con l’acuirsi delle tensioni sui debiti sovrani dell’eurozona. Ma in modo molto più ragionevole di quanto una diffusa propaganda raccontasse in quel periodo, come la giornata di ieri ha dimostrato: il governo ha chiesto un differimento del pareggio di bilancio, il Parlamento glielo ha accordato, Bruxelles non ci ha espulso per direttissima dall’Unione né lo farà.

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europee donne pd

Tutto inizia quattro anni fa, alle Regionali del 2010 in Campania: si vota con una legge elettorale che abolisce il listino bloccato del presidente e che, soprattutto, mira a irrobustire la presenza femminile, introducendo la cosiddetta “preferenza alternata di genere”. Si possono scrivere due nomi sulla scheda, in sostanza, purché siano di sesso diverso; altrimenti, il secondo è nullo. Inoltre, il sesso meno rappresentato dovrà comunque esprimere almeno un terzo dei candidati nelle liste.

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renzi padoan def

Dopo gli annunci, arrivano i numeri. Che pure non sono quelli definitivi, va detto, perché il Documento di economia e finanza è appunto un documento, poco più di una manifestazione d’intenti messa nero su bianco, ma non una legge: prima che diventi tale sarà cambiato chissà quante volte, e in quanti punti, come e più di un normalissimo decreto. Con una differenza sostanziale, però: che il decreto produce effetti normativi dal momento in cui il governo lo approva, mentre il Def è un piano soggetto a ripetuti aggiustamenti, a rischio estremo – per dirla alla Berlusconi – di uscire cammello da Palazzo Chigi e arrivare a destinazione elefante.

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berlusconi napolitano

La tattica di Berlusconi è piuttosto chiara: far ruotare tutta l’agenda politica intorno alla riforma del Senato, l’unico punto su cui i voti di Forza Italia sono indispensabili per almeno due motivi. Il primo è che soltanto un’ampia maggioranza eviterebbe il ricorso al referendum, popolare il secondo – probabilmente il nodo vero, visto che il referendum sarebbe comunque un plebiscito per Renzi – è che la coalizione di governo, da sola, potrebbe non avere nemmeno i numeri per approvare il disegno di legge costituzionale. Sul resto, l’ormai ex Cavaliere non tocca palla; ma sul Titolo Quinto sì, e le frizioni recenti tra il governo e la presidenza del Senato gli hanno accresciuto la convinzione di essere determinante.

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senato abolizione

Ormai la parola chiave è indennità: negli ultimi giorni, fiutando l’aria della campagna elettorale in corso, Matteo Renzi la sta ripetendo allo sfinimento. La riforma delle Province? Cosa buona e giusta, perché si tolgono le indennità di 3 mila politici (“Tanto vale ripristinare il podestà, che costa ancora meno”, ironizzava nel dibattito a Palazzo Madama la senatrice vendoliana Petraglia). La riforma del Senato? Altrettanto buona e altrettanto giusta, perché si risparmiano altri 320 stipendi. Sei contrario nel merito all’una, all’altra o addirittura ad entrambe? Allora sei un conservatore, uno che vuole difendere gli interessi della casta e probabilmente anche i tuoi.

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obama renzi

Ottobre 2012: Guido Moltedo, firma di Europa, pubblica un ebook sulle imminenti elezioni Usa (“America adesso. Da rockstar a presidente: la seconda sfida di Obama”) e chiede all’allora sindaco di Firenze, in corsa per le primarie del Centrosinistra, di scriverne la prefazione. Matteo Renzi lo fa guardandosi un po’ allo specchio, e basta cambiare i nomi per leggerci un autoritratto: non sempre aderente alla realtà, ma certamente in linea con il profilo che l’attuale presidente del Consiglio vorrebbe rappresentare. Non è un caso che anche ieri, nella conferenza stampa congiunta, il premier italiano abbia definito il capo della Casa Bianca “una fonte di ispirazione, per me e per la mia squadra”.

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europa rigore

Cinque anni fa, alle ultime Europee, la Lega superò il 10 per cento, facendo la spesa nel bacino elettorale del Pdl; lo stesso accadde a sinistra, con l’Italia dei valori all’8 per cento e il Pd in picchiata rispetto alle Politiche di un anno prima. Non erano voti sull’Europa: non si parlava ancora di Portogallo e di Irlanda, né di Mes e di modifiche più rigorose al Patto di stabilità; la crisi economica non mordeva ancora ai livelli attuali, né si coglieva in Bruxelles un capro espiatorio per spiegare le difficoltà di ripresa. Erano voti sull’Italia, in un momento in cui il presidente del Consiglio aveva appena iniziato la parabola discendente (il caso Noemi era scoppiato proprio all’inizio della campagna elettorale) e il principale partito di opposizione –  ancora ferito dalle dimissioni di Veltroni – era guidato da un reggente (Franceschini) e contemporaneamente proiettato alla conta interna, con la candidatura annunciata di Bersani al congresso di ottobre.

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fiducia renzi 13 marzo camera

I numeri dicono e non dicono: 378 sì alla fiducia dell’insediamento, quella del 25 febbraio, e 325 alla fiducia sul decreto missioni, quella di giovedì scorso. Considerato che la differenza sta nelle presenze in Aula (ieri ben 125 assenti, un quinto del totale) e non nei ripensamenti di alcuni deputati, il problema di tenuta non sussiste. Ma in politica le linee non sono rette, e nelle tre settimane trascorse tra i due voti il governo è stato sempre al di sotto di questi numeri: negli emendamenti a voto segreto sull’Italicum, ad esempio, solo l’appoggio esterno di Forza Italia ha consentito alla maggioranza di superare (e nemmeno sempre) quota 300. Sotto l’apparente immobilità dei numeri, insomma, si sono rimescolate le carte: più o meno palesemente, amici e nemici del presidente del Consiglio si sono scambiati i ruoli. Anche all’interno del Pd.

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