governo letta abbazia spineto

Franchezza viene da franco, che sta per libero, perché è dalla libertà delle decisioni che discende la schiettezza del parlare. Lealtà viene da legale, nel senso di obbediente alle leggi dell’onore, e dunque incapace d’inganno. Enrico Letta le ha scelte entrambe, come parole d’ordine del proprio governo, in mezzo a mille altre assai più ambiziose ma meno aderenti al vero. Alla sua strana compagnia di ministri Letta non chiede passione, né amore reciproco, né totale dedizione gli uni agli altri, ma soltanto verità: al primo fuocherello acceso in quel di Brescia, e preceduto dai casi Michaela Biancofiore e Nitto Palma, ha sentito odore di brace e ha messo in chiaro di non essere disposto a finire rosolato sullo spiedo.

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Cécile Kyenge

La discussione sulla cittadinanza ai nuovi italiani sembra iscritta all’albo dei temi che tornano a riva a ogni cambio di legislatura, per poi finire inghiottiti dalle onde dell’emergenza e riperdersi sul fondo del mare. Non c’è il clima, si ripete ogni volta. Non sono queste le priorità, si argomenta con saccenza. E l’Italia resta ferma a una legge scritta nel 1992, quando i figli degli immigrati nati nei nostri ospedali erano meno di tremila all’anno.

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politica internet social network

La pressione della rete è il nuovo burattinaio della politica italiana: l’accusa – rivolta soprattutto ai parlamentari più giovani, e dunque generazionalmente più attivi su internet – è infatti quella di essersi lasciati condizionare, se non addirittura telecomandare, dalle centinaia di messaggi ricevuti nelle ore drammatiche del voto sul nuovo presidente della Repubblica. A smartphone spenti, recita in maniera caricaturale la versione dei vintage-dem, sarebbe stata un’altra storia. Ma è una caricatura, appunto, come quelle degli artisti di strada in piazza Navona: ricorda un po’ la realtà, ma ne amplifica volutamente alcuni tratti e ne ignora altri. Un ritratto è un’altra cosa: infatti per una caricatura (10-15 euro) bastano cinque minuti di orologio, per un ritratto serio (40-50 euro) ci vuole un’oretta. Eppure, c’è ancora chi tende la trappola e chi ci casca.

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milena gabanelli report

Anche un pennivendolo può essere candidato al Quirinale, sogghignavano ieri le redazioni alla notizia che il Movimento 5 Stelle aveva scelto di votare Milena Gabanelli. Era la rivincita della categoria dopo mesi di insulti: sgherri, stalker, specialisti della macchina della merda, pretoriani del sistema, feccia alternativa alla feccia della politica, l’ultima barriera della casta prima dell’urna. L’uomo che si faceva intervistare solo da testate straniere e che si permetteva di far saltare anche l’unico appuntamento fissato da tempo – quello con Sky, dal palco dello Tsunami tour in campagna elettorale – si vedeva ora costretto, da un voto online della base, ad appoggiare una giornalista come candidata alla massima carica dello Stato. L’ironia è legittima, ma fino a un certo punto: perché Milena Gabanelli non è una giornalista qualunque, e perché nella sua scelta – frutto di un mix tra poesia e calcolo spietato, come spesso accade dalle parti della Casaleggio associati – c’è una fotografia impietosa dell’Italia vista dai grillini.

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suicidio civitanova marche crisi povertà

È difficile capire se quello di Civitanova Marche sia stato un suicidio per povertà o un suicidio per vergogna. Probabilmente entrambe le cose, perché quando non sei abituato a chiedere aiuto, ma ti ritrovi nelle condizioni di doverlo fare, il macigno psicologico non è meno pesante di quello materiale. E se hai fatica ad ammetterlo davanti allo specchio, figuriamoci con gli altri, a cominciare dai più vicini: ogni giornalista che abbia provato ad accendere una telecamera in una mensa Caritas, ad esempio, conosce bene la ritrosia degli ospiti nel farsi riprendere; in certi casi – memorabile un servizio di Maria Luisa Busi al Tg1 – ci si sente addirittura rispondere che, per carità, “a casa il frigo è pieno”, ma si preferisce andare a mensa “per la compagnia”.

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commissioni parlamento camera

La situazione è piuttosto surreale: un Parlamento fresco di elezione ma ancora impacchettato nel cellophane, mentre dieci saggi lavorano al Quirinale; quattordici Commissioni permanenti ancora da formare in ogni Camera, mentre una Commissione speciale si occupa quasi di tutto, dal Def agli esodati. C’è uno stallo a valle, e allora si prova la strada dal Colle: prima si sceglie il successore di Napolitano, poi si indica il capo del nuovo governo, chiarendo quale sarà la maggioranza che lo sosterrà, quindi – sulla base di questa maggioranza – si eleggono i presidenti delle Commissioni e il Parlamento può finalmente dedicarsi a fare le leggi. Non è una strada obbligata, perché la dottrina al riguardo è divisa: esistono tre precedenti in cui si formarono le Commissioni anche in assenza di un governo, sostengono ad esempio il Movimento 5 Stelle e SeL, che hanno chiesto ai presidenti delle Camere di andare avanti; è un problema di prassi parlamentare, ha risposto ieri la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio, subordinando il tutto alla formazione di un nuovo esecutivo.

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bersani preincarico governo

Pure una bugia, se ripetuta più volte e nelle occasioni giuste, può diventare una verità: il Movimento 5 Stelle ne ha dato prova più volte nelle ultime ore, con una strategia comunicativa sapiente e spregiudicata. Lo ha fatto, per esempio, al termine delle consultazioni con Napolitano, sostenendo di essere “la prima forza politica per numero di voti alle ultime elezioni”: il Viminale dice che non è vero, a meno che i voti degli italiani residenti all’estero valgano meno di quelli dei residenti in Val d’Aosta, ma ormai il messaggio è passato. Così come quello, fatto girare giovedì durante le votazioni per gli uffici di presidenza delle Camere, che tra i partiti sia prevalsa una logica spartitoria alla quale, naturalmente, i Cinquestelle non hanno voluto partecipare.

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m5s senato grasso

Quando il gruppo parlamentare del Pd approvò il nuovo statuto interno, a febbraio 2010, alcuni osservatori esterni parlarono di norme anti-Binetti, intese a limitare la libertà di coscienza dei singoli deputati o senatori di fronte a voti controversi. L’inciso dell’articolo 2, che obbliga gli aderenti ad “attenersi agli indirizzi vincolanti deliberati dagli organi del gruppo” e decisi a maggioranza, venne interpretato come un attacco alla stessa Costituzione, che all’articolo 67 vieta espressamente il vincolo di mandato. Si parlò a lungo di parlamentari “soldatini”, si rievocò la famosa idea berlusconiana di far votare soltanto i capigruppo, ci si interrogò sulla difficile autonomia di un eletto ai tempi delle liste bloccate.

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cardinali conclave cappella sistina

Se vuoi prendere una decisione difficile nel modo migliore, scrive Sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi spirituali, segui alcune regole per aiutarti nel discernimento. Una è quella di immaginare che la scelta non riguardi te, ma una persona diversa: che cosa consiglieresti di fare a un uomo “mai visto né conosciuto”, nelle medesime condizioni? Un’altra è quella di immaginare te stesso in punto di morte, senza nessun’altra aspirazione che quella di ricongiungerti a Dio, e chiederti che cosa preferiresti aver deciso in questa determinata circostanza. Benedetto XVI aveva ben chiari questi due criteri quando ha annunciato le dimissioni, al termine di un discernimento lungo e certamente complicato: lo conferma la sua serenità attuale a Castel Gandolfo, speculare alla preoccupazione che si respira nei corridoi vaticani in queste ore, alla vigilia di un conclave dall’esito quanto mai incerto.

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#opencamera @andreasarubbi

Oggi è uscita una mia intervista su Wired, a proposito di #opencamera. Che sono sicuro continuerà anche in questa legislatura, per almeno quattro motivi: il primo è che sono stati rieletti alcuni deputati che facevano già #opencamera insieme a me e che certamente proseguiranno; il secondo è che i deputati del M5S, così attenti alla trasparenza, dovrebbero in teoria partecipare; il terzo è che, con il rinnovamento dei gruppi parlamentari, entra una generazione molto più digitale della precedente e si assottigliano le truppe dei deputati che non sanno nemmeno controllare l’email. Il quarto motivo mi riguarda e lo trovate in fondo al pezzo di Wired. Buona lettura.

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