L’8 marzo di un anno fa, Noemi Letizia era un’anonima diciassettenne della periferia napoletana e Veronica Lario era la moglie di Silvio Berlusconi, che a sua volta non era ancora noto al grande pubblico con il nome d’arte di Papi. L’8 marzo di un anno fa, Patrizia D’Addario pensava di intraprendere una carriera politica – o almeno di ottenere una licenza edilizia con l’aiuto del premier – e continuava a prostituirsi in Puglia come se niente fosse, in attesa di vedere premiata la propria riservatezza. L’8 marzo di un anno fa, infine, la categoria del velinismo era confinata al dibattito culturale e non aveva ancora fatto ingresso in quello politico, dove due mesi più tardi avrebbe addirittura provocato una crisi nel partito di maggioranza, a ridosso della presentazione delle liste per le Europee.

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Non sono l’ufficio stampa del Quirinale e non ho ricevuto nessuna richiesta di aiuto da parte di Giorgio Napolitano, che tra l’altro può contare su uno staff di collaboratori ben più preparati di me. Ma nel giro di 48 ore il presidente della Repubblica è stato preso a schiaffi due volte – prima sulla guancia destra, da Berlusconi, e poi su quella sinistra, da Di Pietro – e non andrei a dormire tranquillo se facessi finta di nulla.

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Mi metto nei panni di Giorgio Napolitano, che in queste ore è nell’occhio del ciclone. A chi gli rimprovera di non aver garantito a sufficienza la Costituzione – di non aver vigilato, cioè, sugli abusi compiuti dagli altri organi – ricordo che tra i suoi compiti ce n’è anche un altro, forse addirittura più importante, fissato dal primo comma dell’articolo 87 costituzionale: il presidente della Repubblica, vi si legge testualmente, “rappresenta l’unità nazionale”. Capisco, dunque, il ragionamento del Quirinale: meglio un pasticcio oggi che una guerra civile domani. Capisco, cioè, che abbia deciso di firmare il decreto licenziato ieri sera dal Consiglio dei ministri – e forse anche io avrei ragionato nello stesso modo – ma mi brucia tantissimo.

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Quando il Partito democratico decise di appoggiare la candidatura di Emma Bonino mi prese un colpo. Sia perché – come scrissi anche sul Riformista – non riuscivo a capacitarmi di come il mio partito avesse rinunciato ad esprimere un candidato proprio, sia perché l’operazione Bonino rischiava di mandare all’aria la costruzione lunga e faticosa di un’identità comune fra le diverse anime di un sogno ancora giovane come il nostro. Ne ho già parlato in altre occasioni, dunque non mi ci soffermo, ma vi racconto cosa accadde qualche giorno dopo: chiamai una dirigente dei radicali e ci andammo a prendere un caffè.

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L’episodio era passato quasi sotto silenzio, perché Monte Porzio Catone non è l’ombelico della politica, ma vale la pena ricordarlo oggi. L’anno scorso, alla vigilia delle elezioni amministrative, nessuno aveva dubbi sulla riconferma del Centrosinistra: nonostante il nome terribile scelto per la coalizione (“Verdi, Bianchi e Rossi per Monte Porzio Catone”), l’amministrazione uscente godeva di un consenso piuttosto solido, in virtù del buon lavoro svolto. Ma con la presentazione delle liste arrivò anche il patatrac: anziché comprare un prestampato di Buffetti, infatti, i nostri raccolsero le firme per la candidatura del sindaco Buglia su fogli separati. Mancava, in sostanza, un timbro, ma questo bastò a farci escludere dalla competizione. Vinse quindi il Centrodestra – che all’epoca, però, non scese in piazza per la libertà, né parlò di complotti antidemocratici – e noi perdemmo pure il ricorso al Tar.

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Che un parlamentare si dimetta è indubbiamente una notizia: qui alla Camera non siamo riusciti a mandare via neppure Antonio Gaglione, il deputato eletto in Puglia che può vantare sul record mondiale delle assenze. In questi primi due anni di legislatura, Gaglione è mancato il 92% delle volte: il Parlamento – ha detto – lo annoia, e così continua a fare il medico, ma non rinuncia naturalmente alla sua poltrona e neppure al suo stipendio. Nicola Di Girolamo, invece, non ha avuto scampo: un po’ perché le intercettazioni parlano da sole, un po’ perché siamo in campagna elettorale e Berlusconi (che non a caso ha approvato in questi giorni il ddl anticorruzione) non può perdere voti per difendere un singolo parlamentare – di An, per giunta – che neppure conosce. E così, stamattina Di Girolamo ha dato le dimissioni, cercando di passare per un galantuomo: Leggi tutto »

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Un attacco di seconda generazione: se tutto va bene, domani sera vediamo in campo con l’under 21 la coppia Balotelli-Okaka. È un segnale importante, inutile girarci attorno: ve la immaginate una cosa del genere solo 10 anni fa? E così, quelli che mi prendevano in giro per la storia del cricket ora sono sistemati. Appena la notizia è arrivata a Sesto San Giovanni, dove la Lega sta organizzando oggi una contromanifestazione per ribattere allo sciopero di ieri, Mario Borghezio ha scrollato il capo, dando la colpa alla “nuova società multirazziale”. Ma per fortuna, ha detto, presto le cose cambieranno: “Io penso che quando un giorno, non lontano, ci sarà la nazionale padana, i giocatori saranno tutti padani”.

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Al tempo della guerra contro i Volsci, Roma non se la passa benissimo: le tensioni sociali sono sempre più forti e la plebe – d’ora in poi citerò spesso un lavoro della professoressa Gabriella Poma, docente all’Università di Bologna e massima esperta della prima età repubblicana – comincia a mostrare evidenti segni di dissenso nei confronti della politica dei patrizi. Viene occupata la Curia, ma siccome ci sono i Volsci alle porte i consoli chiedono ai plebei un atto di responsabilità: vinciamo la guerra e poi ne riparliamo.

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La battuta dissacrante che gira da qualche ora, a Roma e dintorni, è che ormai non ha più senso accapigliarsi sul voto cattolico, sulle indicazioni della Cei, sui rapporti fra i candidati alla Regione Lazio e le gerarchie vaticane: è chiaro, da venerdì mattina, che Dio in persona fa il tifo per Emma Bonino. Tra uno che si è andato a mangiare un panino ed un altro che era tornato a prendere i lucidi con i simboli elettorali, infatti, il Pdl non è riuscito a presentare le liste provinciali a Roma.

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