Non frequento molto la Commissione Finanze, tanto è vero che il presidente faceva pure fatica a ricordarsi il mio nome. Ma oggi pomeriggio non potevo mancare all’audizione di Banca etica, nell’indagine conoscitiva su Basilea III: sulle recenti regole europee, insomma, che dovrebbero limitare il rischio di nuovi disastri provocati dalla finanza. Ci sarebbe qualcosa da dire su Basilea III, e qualcos’altro pure sull’approccio con l’accetta che fissa regole uguali per banche diversissime tra loro, ma il punto è un altro: il punto è che oggi Banca etica è arrivata alla Camera, si è presentata al Parlamento con la sua storia e i suoi numeri e se ne è andata lasciandoci in bocca un retrogusto di speranza.
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Monti ha deciso, viva Monti. E più spiega le sue motivazioni del no alla candidatura olimpica, più appare chiaro a tutti che ha deciso nel modo migliore, con saggezza e onestà intellettuale. Sarei ipocrita se negassi di aver sperato nelle Olimpiadi, come occasione di rilancio per un Paese in crisi e per una città moribonda; le condizioni economiche però non esistono, almeno in questo momento, e allora pazienza, perché nella vita non serve solo avere un’idea buona, ma bisogna averla anche al momento giusto. I sostenitori del no avevano molte buone ragioni, e se non ne parlo ora è solo per brevità; vorrei dire due parole, invece, su quella che ha fatto più presa nell’opinione pubblica e che meno mi ha convinto: la paura della cricca.
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Mentre seguivo la diretta dalla Grecia su Rainews, ieri sera ho avuto l’impressione di un déjá vu. Anzi, di un déjá entendu, perché mentre Lucas Papademos parlava al Parlamento mi tornavano in testa le stesse parole sentite con queste orecchie a Montecitorio nei giorni in cui Mario Monti venne a chiederci la fiducia. Così stamattina me lo sono riletto (con tutti i limiti del Google translator, lo confesso) insieme al discorso che Papademos fece allo stesso Parlamento il 6 dicembre, in sede di discussione del bilancio. Poi sono andato a riprendere i primi due interventi di Monti: quello (scritto) con le dichiarazioni programmatiche, depositato alla Camera il 17 novembre, e quello a braccio del giorno dopo. Li cito per contenuti, non in ordine cronologico: in tondo Papademos, in corsivo Monti.
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Leggendo i giornali oggi, a proposito del decreto liberalizzazioni, si ha l’impressione di un’Italia divisa in due: da un lato il bene, ossia un governo maestro delle liberalizzazioni, e dall’altra il male, cioè un Parlamento schiavo delle lobby. Il governo fa, il Parlamento disfa; e così Monti è costretto a procedere a voti di fiducia, per impedire che noi gli rivoltiamo le liberalizzazioni come un calzino. Massimo Giannini, su Repubblica, scrive addirittura un pezzo intitolato “Frankenstein in Parlamento”, in cui guardie e ladri sono ben definiti: se non fossi un deputato, lo confesso, ci sarei cascato anch’io.
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L’informativa del governo sull’emergenza maltempo si è svolta ieri pomeriggio in una Camera semideserta: per paura del maltempo, infatti, parecchi miei colleghi erano già in treno o in aereo. Eppure, mi pare che – tra un siparietto e l’altro del leghista Buonanno, arrivato in Aula con una saliera in mano per Alemanno – siano venute fuori diverse cose interessanti sulla politica energetica nazionale. Forse è roba troppo seria perché i tg se ne accorgano, non so, ma mi aspettavo che l’intervento del ministro Passera facesse molto più notizia.
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Dalle condizioni di vita dei detenuti nelle carceri, ha detto dieci giorni fa a Catania il ministro Severino, si misura lo stato di civiltà di un Paese. E lo svuotacarceri, decreto dal contenuto migliore del nome, nasce proprio in risposta a questo bisogno. Poi uno può essere d’accordo o meno, purché argomenti le sue posizioni con la testa e non con la pancia: puoi anche raccontare in giro la favola dell’uomo nero, come hanno fatto stamattina in Aula la Lega e l’Italia dei valori, e magari troverai qualcuno disposto a crederti; ma la verità è altrove, e mi pare che nel dibattito sulla fiducia siamo riusciti a spiegarlo bene.
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Come prevedibile, il governo stamattina ha messo la fiducia sullo svuotacarceri. Che è un decreto passato alle cronache con un brutto nome, perché fa pensare a una messa in libertà di mafiosi e stupratori, ma con un contenuto piuttosto condivisibile, se non ci si lascia guidare dalla pancia. Premessa: nell’ordinamento italiano, il carcere non è solo un luogo di espiazione della pena, ma anche un’opportunità di rieducazione; purtroppo, in queste condizioni, accade spesso il contrario: se non sei un delinquente abituale, in carcere puoi facilmente diventarlo. Mancano strutture, soldi, risorse umane; c’è un sovraffollamento non più sostenibile; c’è un numero preoccupante di persone portate dentro e poi liberate nel giro di pochi giorni: il cosiddetto sistema delle porte girevoli, che rastrella i pesci piccoli e che in alcuni istituti riguarda oltre metà degli ingressi. Tutto questo c’entra qualcosa con il legittimo bisogno di sicurezza? E con la richiesta che i criminali non la facciano franca? A me non pare, ecco.
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Oggi si è toccato in Aula un tema cruciale, quello dell’evasione fiscale, con 7 mozioni che sostanzialmente arrivavano alla stessa conclusione: più lotta all’evasione, meno tasse per i cittadini onesti. Lascio perdere, allora, le cose condivise e condivisibili, aspettando tra l’altro che Monti ci dica come intenderà attuare gli impegni, per concentrarmi sul resto: anche dalla discussione su un obiettivo così apparentemente condiviso, infatti, vengono a galla differenze non secondarie. E qualcosa di carino, giornalisticamente parlando, c’è.
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Durante le cerimonie dello Yom Kippur, all’epoca del tempio di Gerusalemme, gli ebrei erano soliti prendere un toro e due capri. Il toro e uno dei due capri venivano sacrificati, ma il vero protagonista del Giorno dell’espiazione era l’altro: prima gli venivano caricati addosso tutti i peccati del popolo d’Israele – il sacerdote gli poneva le mani sulla testa, confessandoli – e poi veniva buttato giù da un burrone, a una decina di chilometri da Gerusalemme. Con il suo schianto andavano a schiantarsi anche i peccati del popolo ebraico, che però – nonostante le buone intenzioni – l’anno successivo si trovava al punto di partenza: altri peccati, magari uguali a quelli dell’anno precedente, e un altro capro a cui farli espiare.
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È successo un po’ di tutto, con questa storia della neve, e ancora non è finita. Roma si è confermata, tanto per cambiare, la città migliore del mondo in assenza di condizioni avverse, e una delle peggiori quando tali condizioni si verificano. È una città che oggi vive soltanto di rendita, per la sua bellezza e per la sua storia, ma che non è capace di programmare nulla: né una pulizia dei tombini in anticipo, quando c’è un nubifragio in arrivo, né uno spargimento di sale quando si sa che nevicherà parecchio. Certo, bisogna pure saper leggere i dati delle previsioni, e mi pare che Alemanno non ne sia stato capace. Tanto è vero che stamattina, prendendosela con la Protezione civile, ha rimediato una figuraccia che passerà alla storia.
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