trascrizione matrimoni gay roma marino

Che i nodi arrivino al pettine non è una novità: stupisce, semmai, che quello dei matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso ci sia giunto solo ora. In Francia, tanto per dirne una, il diritto di famiglia si sta arrovellando da decenni sugli effetti del matrimonio poligamico, che in alcuni Paesi d’origine degli immigrati è ammesso, prevedendo in certi casi il riconoscimento di situazioni costituite all’estero che non sarebbero state consentite dall’ordinamento interno.

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renzi legge stabilità 2015

Se c’era un modo per tenere insieme la maggioranza, e prima ancora il Partito democratico, la legge di stabilità varata ieri sera dal Consiglio dei ministri lo ha trovato: è una finanziaria da larghe intese, che davanti al bivio tra destra e sinistra preferisce tirare dritto. C’è dentro un po’ di tutto, con un occhio al buonsenso e l’altro al consenso, e quello che manca – la decisione definitiva sulla politica economica dell’Italia e sul modo di gestire i vincoli di bilancio – viene rimandato a tempi migliori. Quando magari (magari!) il Pil crescerà, trainato da una ripresa oltreconfine, e quindi la percentuale del deficit potrà diminuire senza dover ridurre la spesa pubblica.

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bersaglio papa francesco vento

Per molti anni, la Chiesa ha messo il valore dell’unità al di sopra di tutto. Talvolta pure a scapito della verità e della giustizia. Anche in presenza di contrasti forti, e quando la differenza tra giusto e sbagliato era abbastanza netta, si cercava sempre di sfumare i toni per non arrivare allo strappo. Un po’ perché Gesù ha detto di “essere una cosa sola”, un po’ perché un piccolo strappo può avere conseguenze irreparabili, l’istituzione veniva sempre messa prima del resto.

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jobs act senato libro grasso

È oggettivamente difficile parlar male dei contenuti del Jobs act, anche volendo, per un motivo piuttosto banale: il Jobs act, infatti, ancora non c’è. Quella uscita ieri dal Senato è una legge delega, di buoni principiî e maglie larghe, che ha il merito di ricomporre qualche frattura ideologica figlia del Novecento e il demerito di essere ingiudicabile, perché aperta a tutto. Resta comunque il fatto che, dal punto di vista politico, il passaggio di ieri rappresenta una pietra miliare: in una strada immaginaria che andasse dalla Repubblica parlamentare al governo forte, l’Italia sarebbe oggi qualche metro più lontana dal punto di partenza. Anche se, formalmente, è stato proprio il Parlamento a permetterlo.

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direzione pd renzi d'alema bersani

Un match giocato a testa bassa, anche perché a Renzi il tikitaka proprio non riesce, e parecchie azioni da gol, da entrambe le parti: se fosse stata una partita di Champions league, la direzione Pd di ieri avrebbe divertito molto il pubblico neutrale. Assai meno i tifosi delle squadre, che se le sono date di santa ragione: un po’ di fioretto (i Flintstones e la Thatcher, il dominus e i gufi) e un po’ di machete (la battuta di D’Alema sul Nobel alle nuove leve del partito, l’accusa di metodo Boffo da parte di Bersani), con ferite e schizzi di sangue. Il dato meno importante, forse, è proprio il risultato finale, che tra l’altro nessuno aveva mai messo in discussione: i numeri hanno dato ragione alla linea del segretario, sufficientemente generica per lasciare aperta più di una porta alle mediazioni parlamentari dei prossimi giorni.

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camusso pd bersani fassina

Primarie 2009 del Partito democratico, quelle dopo le dimissioni di Veltroni: corrono Bersani, Franceschini e Marino. La Cgil ha le idee chiare su chi supportare, e alla fine del conteggio rivendica il successo: “Bersani è l’uomo giusto per operare un maggior radicamento del partito nella società”, commenta l’allora segretario Epifani, che di lì a quattro anni si troverà a fare il reggente del Pd. Ma è la stilettata finale che merita un approfondimento: “Rutelli chieda scusa per le sue frasi, gravi e sbagliate, contro il sindacato”.

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renzi bersani pd lavoro

Dopo il via libera della Commissione, pur tra mille distinguo delle diverse anime democratiche, la partita del Jobs Act è iniziata davvero. Tecnicamente dovrebbe finire in pareggio, perché il provvedimento  in discussione al Senato delegherà poi al governo il compito di stabilire quali tutele verranno inserite per i nuovi contratti e dopo quanti anni di anzianità cresceranno: i liberal del Pd e gli alleati centristi esulteranno per l’introduzione di questo principio – nella scorsa legislatura, quando Pietro Ichino proponeva una ricetta analoga, veniva tacciato da Stefano Fassina di rappresentare solo il 2 per cento del partito – mentre l’ala sinistra, quella più vicina alla Cgil, si sentirà garantita dalla mediazione di Teresa Bellanova, che proprio dal sindacato proviene e che al ministero del Lavoro oggi è sottosegretaria. Ma il dibattito interno al Pd per tutta la giornata di ieri mostra che il nodo della vicenda è anche, e forse soprattutto, politico, perché su questa riforma Renzi gioca la sua partita più difficile.

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lega salvino bastoni

“Qui si disfa l’Italia o si muore”, recitava un celebre striscione leghista nei primi anni Novanta, quando l’ampolla del dio Po e le corna dei vichinghi cominciavano a fare da cornice ai bagni di folla di Pontida. Erano gli anni in cui Bossi spiegava la differenza antropologica tra pezzi di uno Stato che non potevano stare insieme (al nord “lavoro e sacrificio”, diceva, e al sud “furbizie e corruzione”) e in cui l’ideologo del movimento, Gianfranco Miglio, annunciava che non sarebbe mai andato “a insegnare a Catania o a Palermo: sarebbe fatica inutile”. Ma dietro il dito delle rivendicazioni culturali c’era, anche allora, la luna degli interessi economici: i manifesti del Nord gallina dalle uova d’oro che, con il suo gettito fiscale, sfama il resto d’Italia sono, ancora oggi, il nocciolo dell’elaborazione politica leghista. E la frase pronunciata ieri da Matteo Salvini (“Se arrivano altre tasse, scendiamo a Roma coi bastoni”) ne riassume piuttosto bene il senso.

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camicia bianca white shirt renzi valls sanchez samson

Sulla camicia bianca si sono smossi fior di commentatori, e pure di stilisti. Ci hanno trovato significati reconditi: la politica moderna che fa chic e non impegna; la sinistra destrutturata, giovanile e a portata di mano; la nuova generazione che prende le distanze dalla casta imbalsamata di giacche e doppiopetti, pronta a rimboccarsi le maniche e desiderosa di farlo vedere. Magari il motivo è più banale, e va cercato dalle parti della resistenza al sudore, ma l’importante non è nemmeno il significato: a parlare è soprattutto la scelta in sé, quella di presentarsi insieme con la stessa divisa, per dare l’idea di una squadra.

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