cgil renzi

“Se vince Renzi è un problema”, aveva detto Susanna Camusso il giorno delle primarie 2012 con Bersani, e in effetti lo è stato: almeno per la Cgil, che due anni dopo si ritrova in una posizione non invidiabile. Ignorato – addirittura sbeffeggiato, dicono a Corso Italia – dal presidente del Consiglio, il sindacato porta in piazza un milione di persone contro un governo al quale il suo ultimo segretario generale, Epifani, finora non ha mai negato la fiducia. Utile portatore d’acqua in tutte le primarie, spesso addirittura determinante nel risultato finale, si sente ora rinfacciare dal Pd di tessere fasulle e di pullman pagati. Proprio dal Pd, che quei pullman – quando servivano, ai gazebo per le conte interne o a San Giovanni contro Berlusconi – non li ha mai rimandati indietro.

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lettera katainen renzi italia ue

La verità dipende anche da come la si racconta. Posso dire, ad esempio, che l’Europa bacchetta il governo italiano per non aver dato sufficienti garanzie, e da qui posso accusare Palazzo Chigi di averci fatto fare l’ennesima figuraccia, dando un colpo alla credibilità del nostro Paese. Oppure posso dire che i burocrati di Bruxelles bacchettano il governo italiano perché sono ottusi e più preoccupati di uno zero-virgola che della crisi, e da qui posso lodare la resistenza del nostro governo, che tiene la schiena dritta e ci fa recuperare prestigio in ambito internazionale.

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trascrizione matrimoni gay roma marino

Che i nodi arrivino al pettine non è una novità: stupisce, semmai, che quello dei matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso ci sia giunto solo ora. In Francia, tanto per dirne una, il diritto di famiglia si sta arrovellando da decenni sugli effetti del matrimonio poligamico, che in alcuni Paesi d’origine degli immigrati è ammesso, prevedendo in certi casi il riconoscimento di situazioni costituite all’estero che non sarebbero state consentite dall’ordinamento interno.

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renzi legge stabilità 2015

Se c’era un modo per tenere insieme la maggioranza, e prima ancora il Partito democratico, la legge di stabilità varata ieri sera dal Consiglio dei ministri lo ha trovato: è una finanziaria da larghe intese, che davanti al bivio tra destra e sinistra preferisce tirare dritto. C’è dentro un po’ di tutto, con un occhio al buonsenso e l’altro al consenso, e quello che manca – la decisione definitiva sulla politica economica dell’Italia e sul modo di gestire i vincoli di bilancio – viene rimandato a tempi migliori. Quando magari (magari!) il Pil crescerà, trainato da una ripresa oltreconfine, e quindi la percentuale del deficit potrà diminuire senza dover ridurre la spesa pubblica.

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bersaglio papa francesco vento

Per molti anni, la Chiesa ha messo il valore dell’unità al di sopra di tutto. Talvolta pure a scapito della verità e della giustizia. Anche in presenza di contrasti forti, e quando la differenza tra giusto e sbagliato era abbastanza netta, si cercava sempre di sfumare i toni per non arrivare allo strappo. Un po’ perché Gesù ha detto di “essere una cosa sola”, un po’ perché un piccolo strappo può avere conseguenze irreparabili, l’istituzione veniva sempre messa prima del resto.

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jobs act senato libro grasso

È oggettivamente difficile parlar male dei contenuti del Jobs act, anche volendo, per un motivo piuttosto banale: il Jobs act, infatti, ancora non c’è. Quella uscita ieri dal Senato è una legge delega, di buoni principiî e maglie larghe, che ha il merito di ricomporre qualche frattura ideologica figlia del Novecento e il demerito di essere ingiudicabile, perché aperta a tutto. Resta comunque il fatto che, dal punto di vista politico, il passaggio di ieri rappresenta una pietra miliare: in una strada immaginaria che andasse dalla Repubblica parlamentare al governo forte, l’Italia sarebbe oggi qualche metro più lontana dal punto di partenza. Anche se, formalmente, è stato proprio il Parlamento a permetterlo.

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direzione pd renzi d'alema bersani

Un match giocato a testa bassa, anche perché a Renzi il tikitaka proprio non riesce, e parecchie azioni da gol, da entrambe le parti: se fosse stata una partita di Champions league, la direzione Pd di ieri avrebbe divertito molto il pubblico neutrale. Assai meno i tifosi delle squadre, che se le sono date di santa ragione: un po’ di fioretto (i Flintstones e la Thatcher, il dominus e i gufi) e un po’ di machete (la battuta di D’Alema sul Nobel alle nuove leve del partito, l’accusa di metodo Boffo da parte di Bersani), con ferite e schizzi di sangue. Il dato meno importante, forse, è proprio il risultato finale, che tra l’altro nessuno aveva mai messo in discussione: i numeri hanno dato ragione alla linea del segretario, sufficientemente generica per lasciare aperta più di una porta alle mediazioni parlamentari dei prossimi giorni.

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camusso pd bersani fassina

Primarie 2009 del Partito democratico, quelle dopo le dimissioni di Veltroni: corrono Bersani, Franceschini e Marino. La Cgil ha le idee chiare su chi supportare, e alla fine del conteggio rivendica il successo: “Bersani è l’uomo giusto per operare un maggior radicamento del partito nella società”, commenta l’allora segretario Epifani, che di lì a quattro anni si troverà a fare il reggente del Pd. Ma è la stilettata finale che merita un approfondimento: “Rutelli chieda scusa per le sue frasi, gravi e sbagliate, contro il sindacato”.

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renzi bersani pd lavoro

Dopo il via libera della Commissione, pur tra mille distinguo delle diverse anime democratiche, la partita del Jobs Act è iniziata davvero. Tecnicamente dovrebbe finire in pareggio, perché il provvedimento  in discussione al Senato delegherà poi al governo il compito di stabilire quali tutele verranno inserite per i nuovi contratti e dopo quanti anni di anzianità cresceranno: i liberal del Pd e gli alleati centristi esulteranno per l’introduzione di questo principio – nella scorsa legislatura, quando Pietro Ichino proponeva una ricetta analoga, veniva tacciato da Stefano Fassina di rappresentare solo il 2 per cento del partito – mentre l’ala sinistra, quella più vicina alla Cgil, si sentirà garantita dalla mediazione di Teresa Bellanova, che proprio dal sindacato proviene e che al ministero del Lavoro oggi è sottosegretaria. Ma il dibattito interno al Pd per tutta la giornata di ieri mostra che il nodo della vicenda è anche, e forse soprattutto, politico, perché su questa riforma Renzi gioca la sua partita più difficile.

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