rielezione napolitano 2013

“Dopo tutti i saluti che ho fatto, sarà ancora più bello farmi eleggere per la terza volta”: su Twitter si scherza, e l’account satirico Moniti di Re Giorgio è una fonte inesauribile di battute, ma al Quirinale si comincia a fare sul serio. Non sono una novità le probabili dimissioni: anche due anni fa, al momento della rielezione, si sapeva che il bis era in realtà una proroga, per consentire all’Italia di uscire dal fosso. Che il Paese ce l’abbia fatta, però, è ancora da dimostrare.

L’allora presidente uscente – forse non occorre nemmeno ricordarlo – accettò la rielezione perché il Parlamento si era incartato. Marini e Prodi, candidati ufficiali, erano stati impallinati dai franchi tiratori; Amato e D’Alema, nomi pronti a venir fuori, non avevano i numeri, così come, per motivi opposti, Rodotà. Era l’epoca in cui i Cinquestelle erano compatti, e il patto del Nazareno ancora non era stato firmato: il Pd, da solo o con un pezzo di Sel, non poteva farcela. Ecco allora la soluzione d’emergenza: un altro po’ di tempo a Giorgio Napolitano, per riprendere fiato e riprovarci in un momento migliore.
Se fosse tutto qui, davvero, non ci sarebbe niente da aggiungere. Perché in effetti, rispetto ai tempi più difficili trascorsi da Enrico Letta a Palazzo Chigi, oggi la maggioranza parlamentare di Renzi ha una base di partenza più larga (i fuoriusciti di Sel e alcuni transfughi di Grillo, tanto per cominciare) e un’accresciuta forza contrattuale nei confronti di Forza Italia, che a sua volta è mangiata dalla Lega e che – se vorrà ancora dire la sua sulle riforme costituzionali – deve necessariamente piegarsi a una linea più morbida. Se, insomma, la proroga del presidente uscente doveva servire soltanto a far passare la nottata, la missione è più o meno compiuta.
In realtà, però, il discorso di re-insediamento di Giorgio Napolitano diceva ben altro, mettendo dei paletti ben precisi: il varo delle riforme costituzionali – e in primo luogo quella elettorale, che avrebbe dovuto correggere il Porcellum sul premio di maggioranza e sulle liste bloccate – e di quelle economiche, che avrebbero dovuto dare una risposta alla crisi sul fronte strutturale. “Se mi troverò dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato – chiosò il capo dello Stato nell’Aula di Montecitorio, puntando il dito contro quello stesso Parlamento che lo applaudiva – non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Ovvero, tradotto in linguaggio corrente, “mi dimetterò e lascerò al mio successore, ammesso che riusciate a trovarne uno, il compito di decidere sulle sorti della legislatura”.
Per se stesso, insomma, Napolitano aveva previsto un ruolo di traghettatore e di pontiere, senza prevedere quello che sarebbe successo nei mesi successivi: non immaginava probabilmente che il Pd avrebbe sostituito il presidente del Consiglio, né vedeva all’epoca alternative a un accordo con Berlusconi. Ma chiedeva riforme in cambio della propria permanenza, e ora – alla vigilia delle dimissioni – parla come se tutto fosse davvero compiuto: sia negli auguri di martedì alle alte cariche istituzionali, sia in quelli di ieri al corpo diplomatico, ha dato ad alcuni (anche a parlamentari di maggioranza, per la verità) l’impressione di voler trarre conclusioni un po’ affrettate, mentre invece è ancora tutto in mare aperto e le previsioni del tempo non escludono tempeste.
Si può parlare di riforme economiche strutturali, che abbiano risolto i problemi cronici dell’Italia anche rispetto ai parametri europei? No, se guardiamo le reazioni di Bruxelles rispetto ai provvedimenti di questi mesi: la crisi non è alle spalle, la spending review di Cottarelli è stata utilizzata anche per scopi congiunturali, se non arriva la ripresa economica sono guai. E sul fronte istituzionale? L’Italicum (solo per la Camera, tra l’altro) è ancora nel guado, a metà tra le modifiche al Senato e la tentazione del voto col vecchio Mattarellum; la riforma del bicameralismo non ha ancora finito la prima navetta, e ogni volta salta fuori qualche modifica. Tutte buone intenzioni, che evidentemente lasciano Napolitano tranquillo. Ma l’Italia, a differenza del suo stanco presidente, non può permettersi di riposare.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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2 commenti to “Nel guado”

  1. cicero tertio scrive:

    Più che nel guado, il paese è nel guano. Ma non è vero che non si approvino leggi o non si facciano riforme: questa è l’ultima indecenza di questo fantastico governo:

    “La legge Delega 67/2014 passerà alla storia come un clamoroso errore di tipo giuridico e sociale. Una serie di depenalizzazione di reati anche gravissimi sia sul patrimonio ma anche sulla persona. e li chiamano “reati minori”…
    Ecco qualche scorcio della legge delega 67/2014 e con enorme sgomento ho scoperto che certi reati sono stati cancellati oppure depenalizzati, la nostra società si avvicina sempre di più al Far West.
    Per farla breve, cari teppisti e delinquenti della strada, festeggiate! Si, perchè grazie alla nuova legge di stabilità potrete serenamente investire le persone e fuggire, tanto l’omissione di soccorso è stata depenalizzata.
    Io forse l’ho messa sul ridere ma, credetemi, mi vien voglia di piangere.

    Se quindi investo una persona, non c’è più il rischio del carcere. A dirlo è la Legge delega 67/2014, varata dal Consiglio dei Ministri.

    Ma non c’è solo il reato stradale tra quelli “depenalizzati”. La lista è bella corposa. Alcuni esempi? Le contravvenzioni disciplinate dal Codice penale, nonché quei reati contro il patrimonio come il furto semplice, la truffa e l’appropriazione indebita.
    Avete letto bene, sono quei reati comuni le cui pene dovrebbero tutelare la nostra serenità.

    Quindi, finalmente, abbiamo capito l’obiettivo del Governo e del Jobs Act: creare posti di lavoro, si nella malavita con la microdelinquenza, trasformano il paese in un Far West.
    Ma non è tutto.

    FALSO_IN_BILANCIO
    tra i reati depenalizzati troviamo anche alcuni reati commessi contro la persona, quali la lesione personale semplice, l’aver preso parte a risse da cui consegue morte o lesione di qualcuno, l’omicidio colposo semplice, l’omissione di soccorso ed infine anche molte ipotesi di reati societari che vanno dal falso in bilancio all’impedito controllo della formazione fittizia di capitale. Sono inclusi in questa lunga lista anche alcune ipotesi di illecito fallimentare, come la bancarotta semplice e l’omessa dichiarazione dei redditi o l’infedele dichiarazione. E ancora il danneggiamento, le omesse ritenute, la violazione di domicilio, il rifiuto di atti d’ufficio e l’abuso di ufficio.
    Siete sconvolti? No, aspettate, vi dò io la mazzata finale. Tanto non finisco più in carcere nemmeno per questo… Infatti non finirà in carcere NEMMENO chi commetterà incesto, occulterà cadaveri o verrà trovato in possesso o sorpreso a fabbricare documenti di identificazione falsi.
    Cari amici lettori, non me la sento di commentare.
    Permettetemi un minuto di silenzio, ricordando i bei tempi andati.
    Game over. (dal sito “Intermarket&more”.

  2. standard &rich scrive:

    Il CORRIERE ci riprova,dopo averci concesso,assieme ad altre associazioni a delinquere,quel dono di Jahvè e del Grande Architetto dell’Universo che è stato il Governo Monti.E propone,credendo come tutti gli organi di regime che i lettori siano degli imbecilli da plagiare,il nome di quello che fino ad un anno fa era un pericoloso concorrente di Carneade:PADOAN,detto anche PIERCARLO,per gli amici.Il giornalone ovviamente non si sofferma a spiegarci perchè mai questo signore,la cui espressione ricorda qualcosa a meta’tra il gatto e la volpe,dovrebbe diventare nientepopodimeno che Presidente della Repubblica.”…il presidente della Repubblica,Padoan,ha oggi ricevuto il Sultano del Brunei..”.C’è qualcosa che non va,in tutto questo.E quel qualcosa va anche peggio se si considera che il suddetto giornalone non mette limite all’arroganza ed alla malafede,affermando che al posto di Padoan all’Economia andra’ LORENZO BINI SMAGHI.Bini Smaghi,se non lo conoscete,si presenta da sè nel suo ultimo libro,intitolato MORIRE DI AUSTERITA’.Circa 200 pagine di menzogne e disinformazione che solo la Merkel,che deve essere sua intima amica,o solo uno come lui,che è stato membro del Board della BCE,poteva scrivere:per le stampe della Casa Editrice IL MULINO,casa che,assieme ad EINAUDI,FELTRINELLI,LATERZA etc,fabbrica cultura per conto del Regime e ad uso e consumo delle volontarie vittime di quel plagio,che rappresenta il vero prodotto di quella cultura che ha in Benigni la sua icona.Ma,che significa,in effetti,la nomina di questi due figuri,per i quali il Corriere tifa senza pudore,in due posti strategici? Significa LA TROKA AL POTERE SOTTO MENTITE SPOGLIE.Nuovi sacrifici,nuove tasse,nuovo sangue dei suicidi che continuano a suicidarsi,ma dei quali non si parla’piu’ perchè la stampa e la TV di Regime non lo gradiscono,mentre MEDIASET non ne parla:forse fa vendere meno pubblicita’ di telefonini,o forse perchè entra nel Patto del Nazareno.Certo è,se il Corrire non parla a vanvera,che la festa sta per inaugurare la sua fase finale.Lasoluzione finale del problema italiano,per intenderci.

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