elezioni regionali emilia romagna 2014

Calcisticamente, le Regionali di domenica prossima in Emilia-Romagna sono paragonabili a una partita tra Italia e San Marino: non tanto per lo strapotere degli uni, che anzi hanno passato momenti decisamente migliori, quanto per la pochezza degli altri. In una Regione diversa, un Pd imbolsito come quello emiliano-romagnolo seguirebbe lo scrutinio con i brividi sulla schiena: i tre mandati e mezzo di Errani alla guida, per 17 anni complessivi, non hanno mai fatto pensare seriamente a un dopo. Nella terra di don Camillo e Peppone, invece, le uniche due incognite riguardano la partecipazione al voto e l’ordine di arrivo dal secondo posto al quarto.

In molti non andranno a votare, si dice: la campanella d’allarme per il Pd suona sotto il 60 per cento di affluenza. I meno motivati si dividono in tre specie: quelli di estrazione democratica che avrebbero voluto cambiare verso davvero, ma non vedono segnali di rinnovamento; quelli tendenti al Centrodestra (detti per comodità “moderati”) che non ce la fanno a mettersi in fila dietro alle battaglie della Lega; quelli delusi dal MoVimento 5 Stelle, che forse stavolta aveva un rigore da tirare – o almeno una punizione dal limite – ma si è perso il pallone.
A guardare l’ultimo voto, quello alle Europee, il Partito democratico sembrerebbe godere di ottima salute: a giugno in Emilia-Romagna prese infatti il 52,5 per cento, sull’onda della luna di miele dell’Italia con Matteo Renzi. In realtà, era più un exploit personale che un successo di partito: tanto è vero che a Modena – dove si votava nello stesso giorno per le amministrative – il Pd finì, per la prima volta, al ballottaggio. E alle primarie di fine settembre per il candidato governatore, lasciate aperte con l’obiettivo di accrescere la partecipazione, non andarono a votare nemmeno tutti gli iscritti: ai gazebo si presentarono in 58 mila, su 75 mila tessere. Si continua a vincere, insomma, ma col pilota automatico e con l’inerzia; e l’inerzia, come insegna la fisica, prima o poi finisce a causa dell’attrito.
La fortuna del Pd, si diceva, è che l’attrito da queste parti funziona poco. Basti pensare ai nomi noti usciti negli ultimi anni dal Centrodestra emiliano-romagnolo, per rendersene conto: tranne Giovanardi (oggi in Ncd con Alfano), Anna Maria Bernini (sconfitta da Errani nel 2010 con 16 punti di scarto) e fino al 2013 Isabella Bertolini (che concluse la scorsa legislatura al Misto), alzi la mano chi ricorda qualche altro esponente di spicco del fu Pdl partito da Bologna e dintorni per conquistare Roma. Lo stesso vale anche per le battaglie politiche sui contenuti: l’attuale Forza Italia fatica ad affermarsi , agli occhi dell’opinione pubblica regionale, per un tema specifico sollevato o per un risultato ottenuto dai banchi dell’opposizione.
Ecco allora, al momento buono, la mossa furba di Matteo Salvini: con una prateria davanti, si è presentato da Berlusconi e ha ottenuto che Forza Italia rinunciasse a un proprio nome, per appoggiare il candidato leghista. Conveniva naturalmente alla Lega, che da queste elezioni uscirà con una visibilità e un peso politico maggiori, e al suo leader, che non a caso ha fatto mettere il proprio nome nel simbolo: se l’effetto traino funziona, e porta il Carroccio intorno al 13 per cento, Salvini rischia di porsi seriamente come unica alternativa della destra a Renzi in caso di Politiche nel 2015. Ma l’alleanza non dispiace nemmeno a Forza Italia, preoccupata di finire al quarto posto dopo Pd, Lega e Cinquestelle.
Sui pentastellati  emiliano-romagnoli ci sarebbe da scrivere un libro, se qualcuno non lo ha già fatto. Avevano un sindaco abbastanza noto, Federico Pizzarotti, alla prova di governo in una città importante come Parma, e lo hanno fatto fuori. Avevano eletto due consiglieri regionali, nel 2010, e li hanno fatti fuori: Defranceschi non è ricandidato, Favia si presenta con una propria lista. Hanno scelto una candidata di basso profilo, sono stati in parte cannibalizzati dalla Lega sui cavalli di battaglia (no euro, no burocrazia) e ora sperano solo di perdere bene. E il Pd,che pure avrebbe qualche motivo per non chiudere occhio, può continuare a dormire tranquillo.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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