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Primarie 2009 del Partito democratico, quelle dopo le dimissioni di Veltroni: corrono Bersani, Franceschini e Marino. La Cgil ha le idee chiare su chi supportare, e alla fine del conteggio rivendica il successo: “Bersani è l’uomo giusto per operare un maggior radicamento del partito nella società”, commenta l’allora segretario Epifani, che di lì a quattro anni si troverà a fare il reggente del Pd. Ma è la stilettata finale che merita un approfondimento: “Rutelli chieda scusa per le sue frasi, gravi e sbagliate, contro il sindacato”.

L’ex sindaco di Roma, che del Partito democratico è stato un fondatore, a quelle primarie appoggia Franceschini: se vince Bersani, ritiene, il Pd non sarà più una fusione di Ds e Margherita, ma diventerà un’annessione della seconda da parte dei primi. È il periodo in cui D’Alema parla di “amalgama mal riuscito”, e organizza la riscossa personale dando vita a Red: alla fine di quelle primarie molti lo indicheranno come il vincitore occulto, mentre lo sconfitto Rutelli preferirà emigrare su altri lidi, dando vita alla non memorabile avventura di Alleanza per l’Italia. Non prima, però, di aver polemizzato con la Cgil, a suo parere (e non solo suo) determinante per il risultato finale, grazie ai pullman mandati ai gazebo a votare Bersani.
Tre anni e mezzo dopo, altre primarie: stavolta di tutto il Centrosinistra, per scegliere il presidente del Consiglio. Susanna Camusso è scatenata: prima sostiene che Ichino non può far parte del Pd, poi dichiara apertamente che “la vittoria di Renzi sarebbe certamente un problema. Le sue proposte sul lavoro sono molto distanti dalle nostre e sono un problema per il Paese”. Il candidato della Cgil, ancora una volta, è Bersani, e il resto è storia recente: il suo trionfo, le consultazioni infruttuose per formare un governo, l’esecutivo a guida Letta, le primarie Pd di dicembre scorso – Camusso non va a votare, perché sa già come finirà, ma partono comunque email per gli iscritti con l’invito a sostenere Cuperlo – e il cambio della guardia, prima al Nazareno e poi a Palazzo Chigi. Per la prima volta, da anni, il sindacato non è determinante: la lettura dei renziani parla di una spaccatura tra gli iscritti, bendisposti verso il sindaco di Firenze, e il gruppo dirigente, vicino ai leader postcomunisti della generazione precedente.
È una rottura  rispetto al passato: a sinistra, infatti, il ruolo del maggiore sindacato è sempre stato percepito come imprescindibile, prima ancora che il Pd nasca. Basta rileggere le cronache del 2005, con Prodi candidato premier alla guida dell’Ulivo, e del suo incontro con Epifani: “Per vincere ho bisogno di voi”; “Sì, ma sia chiaro che il rapporto con la Cgil non potrà essere episodico e occasionale”. Per una parte della sinistra il percorso a braccetto è la naturale continuazione di un cammino, per un’altra è un peso e una minaccia all’autonomia politica: tanto è vero che, nelle condizioni poste dalla Margherita per il proprio scioglimento, nel 2007, è inserita espressamente “la fine del collateralismo”. Ufficialmente non si specifica con chi, ma non ce n’è neppure bisogno, perché il bersaglio è chiaro a tutti.
Dalla vittoria di Renzi in poi, la Cgil ha tenuto una strategia attendista, confidando nella sponda parlamentare di un gruppo nato con le primarie di Bersani e – non in minima parte – anche con i voti del sindacato stesso. Ha perso per strada qualche pezzo, perché sul carro dell’attuale presidente del Consiglio sono saliti quasi tutti, ma può contare ancora su parecchi simpatizzanti. E ora che si toccano i simboli in materia di lavoro, e i toni si accendono, ha la legittima speranza che una buona fetta del Pd si metta di traverso, a costo di andare alla guerra interna. Anche perché, se il Partito democratico a guida renziana si spaccasse, Susanna Camusso non piangerebbe poi così tanto.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “La cinghia si spezza?”

  1. cicero tertio scrive:

    A leggere di tutte queste scaramucce tra i compagnucci della parrocchietta mi viene proprio il latte alle ginocchia. Mentre il paese va in rovina dopo essere stato svenduto all’ideologia criminale dell’Europa matrigna della finanza e dei crucchi da questa classe politica di incapaci (non solo del PD, sia chiaro) ci dobbiamo ancora subire queste cronache da periferia di personaggi ormai squalificati, falliti e parassiti per la loro inutilità futura. Ma a chi interessano ancora ? E pensare che magari in questa cloaca pescheranno ancora Prodi come prossimo Presidente della Repubblica (delle banane s’intende) quello che diceva che con l’euro avremmo lavorato un giorno in meno e guadagnato come un giorno in più e che i paesi poveri sarebbero stati avvantaggiati a scapito di quelli ricchi. CVD.

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