politica internet social network

La pressione della rete è il nuovo burattinaio della politica italiana: l’accusa – rivolta soprattutto ai parlamentari più giovani, e dunque generazionalmente più attivi su internet – è infatti quella di essersi lasciati condizionare, se non addirittura telecomandare, dalle centinaia di messaggi ricevuti nelle ore drammatiche del voto sul nuovo presidente della Repubblica. A smartphone spenti, recita in maniera caricaturale la versione dei vintage-dem, sarebbe stata un’altra storia. Ma è una caricatura, appunto, come quelle degli artisti di strada in piazza Navona: ricorda un po’ la realtà, ma ne amplifica volutamente alcuni tratti e ne ignora altri. Un ritratto è un’altra cosa: infatti per una caricatura (10-15 euro) bastano cinque minuti di orologio, per un ritratto serio (40-50 euro) ci vuole un’oretta. Eppure, c’è ancora chi tende la trappola e chi ci casca.

Ogni parlamentare riceve ogni giorno, nella propria casella email, centinaia di messaggi sui temi più svariati: dalla proposta di una casa in affitto al sondaggio del ricercatore universitario, dalle newsletter delle ong alle iniziative dei circoli. Molto spesso arrivano migliaia di mail identiche, copia-incollate e preparate da associazioni di categoria, che chiedono di votare un emendamento o di non votarlo: è la tattica del mail bombing, che ha l’obiettivo di prendere il parlamentare per sfinimento. Io ti intaso la casella, tu non puoi far finta di non sapere. Se bastasse questo a decidere la linea del Parlamento, non ci sarebbero più tagli alla spesa pubblica: ogni volta che si mette mano a qualcosa, infatti, la categoria di riferimento si mobilita e ti bombarda. Allo stesso modo, se si ignorasse tutto ciò, senza prendere in considerazione le ragioni di chi scrive, non si terrebbe fede al proprio dovere, che è quello – scolpito nell’articolo 67 della Costituzione – di rappresentare la Nazione.
Il deputato o senatore con pelo sullo stomaco non apre nemmeno i messaggi; quello di buona volontà prepara una risposta standard e la manda a tutti, sapendo benissimo che non basterà ad accontentarli; alla prima riunione di gruppo su quel provvedimento, c’è sempre qualcuno che espone le ragioni del mail bombing; poi si riflette insieme e si cerca di capire se e come sia possibile prenderle in considerazione, e se sia giusto o meno modificare la propria linea. Questo è ciò che accade normalmente in un gruppo parlamentare, ed è giusto che sia così: la politica ha certamente il dovere di ascoltare, ma ha allo stesso tempo quello di decidere; e l’elaborazione di questa decisione, il più possibile condivisa, è il fulcro della democrazia rappresentativa. Che tiene conto delle mail ricevute e dei messaggi sui social network, ma anche di mille altri fattori: nel caso di una finanziaria sono gli equilibri economici, nel caso di un’elezione al Quirinale è il quadro politico complessivo. Poi si possono prendere decisioni giuste o sbagliate, e su questo si verrà giudicati: alla fine del mandato, però, e non a ogni singola tappa, perché il Parlamento non è un talent show con il televoto alla fine di ogni canzone, né si è mai visto un allenatore di calcio che selezioni il modulo o la squadra da mandare in campo sulla base degli striscioni in curva.
Ecco perché ridurre il tutto alla pressione della rete – sempre ammesso e non concesso che la rete sia un’entità a sé, e non un luogo di incontro tra persone fisiche – è un’operazione caricaturale e pedestre: perché internet si usava anche nella legislatura scorsa, non è un’invenzione dell’ultimo mese, e se i parlamentari del Pd avessero dovuto decidere in base alle mail ricevute non avrebbero mai dato la fiducia a un governo tecnico, oppure gliela avrebbero ritirata dopo la prima uscita maldestra del ministro Fornero. Poi ci si può chiedere se sia giusto e lecito che una forza politica si chiuda in un bunker e prenda decisioni come se vivesse nell’iperuranio, anziché aprire un confronto serio tra i propri dirigenti, militanti ed elettori; ma questo è un altro discorso, e la rete c’entra poco.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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2 commenti to “Under pressure?”

  1. Virginia Invernizzi scrive:

    Tanto lo sappiamo che in fondo è tutta colpa di #opencamera.
    p.s ma perché gli utenti della rete sarebbero poi tutti uguali e cattivi ? cioè io ho cominciato a interessarmi a quello che succedeva in parlamento grazie ad #opencamera e capire che c’era qualcuno che mi rispondeva dal Parlamento, tu, ma non solo, mi ha fatto vedere la politica come qualcosa di vicino e non appartenente ad un mondo diverso dal mio.
    Adesso all’improvviso scopro che tutti quelli che scrivono ad un parlamentare via web sono cattivi e mutano la linea dei partiti e mi sto facendo un’esame di coscienza eppure senza questo contatto la demonizzazione collettiva della politica sarebbe risultata molto più facile, io stessa come cittadina avrei creduto molto di più a bufale che venivano diffuse sui parlamentari e sull’azione in parlamento del Pd. Forse andrebbe messo nel computo anche quello che è #meritoditwitter :)
    Buon lavoro
    Virginia
    p.s meno male che la Stampa ha adottato #opencamera!

  2. Elena M. scrive:

    Aveva ragione Bersani col suo “quando governi sono tutti figli tuoi”. I figli guai a non ascoltarli, ma guai anche a dire sempre sì.

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