La Camera ha approvato ieri pomeriggio, nella Giornata dell’infanzia, una mozione che impegna il governo sulla cittadinanza ai minori: in teoria dovrei cantare vittoria, salutando il frutto di un lungo lavoro che mi vede coinvolto in prima linea da luglio 2009; in pratica sono ormai troppo smaliziato per entusiasmarmi, dopo quattro anni e mezzo di Parlamento, e anzi sento il dovere di fare chiarezza, per non illudere nessuno. Ma andiamo con ordine.

Normalmente su temi del genere ci sono mozioni unitarie, ma stavolta non è stato così: la Lega si è tirata indietro, presentando una propria mozione, proprio per il passaggio sui minori stranieri che vivono in Italia e sulla cittadinanza. Eccolo qui:

“È ormai indispensabile provvedere ad una normativa che consenta ai figli di famiglie straniere nati in Italia di ottenere la cittadinanza italiana. Non si può pensare di crescere una nuova generazione di italiani se non si sarà capaci di fare sentire definitivamente accolti e riconosciuti come cittadini a pieno titolo tutti quei bambini o giovanissimi che studiano nelle nostre scuole, che lavorano nelle nostre imprese, che vivono al nostro fianco. (…) La Camera impegna il governo (…) ad affrontare la questione della cittadinanza ai ‘nati in Italia ancora giuridicamente stranieri’, per superare una normativa non più rispondente ai bisogni di una società democratica, in continua evoluzione e dalla forte mobilità”.

Il governo dà parere favorevole, perché sulla carta – ricordo anche l’intervista di Monti a Famiglia cristiana – su questo tema si è sempre dichiarato d’accordo. La posizione di Riccardi, insomma, non è una novità.

ANDREA RICCARDI, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione. C’è un tema, la cittadinanza dei minori stranieri; ho avuto più volte modo di ribadire, anche in quest’Aula, la mia convinzione in proposito: ritengo che la scelta non possa essere più quella di un arcaico ius sanguinis, ma che sarebbe opportuno valorizzare il concetto di ius culturae: pensarsi italiani, crescere italiani, essere italiani aiuta a integrarsi, e non fare arrivare la cittadinanza italiana dopo il diciottesimo anno e non subito, quando la personalità del ragazzo straniero, nato in Italia, figlio di immigrati, si è già formata.

La Lega interviene due volte per prendere le distanze:

MASSIMO POLLEDRI. Troppo spesso ci siamo divisi anche sull’integrazione, un’integrazione che ha bisogno di un’educazione basata sì sui diritti, ma anche sui doveri, sui doveri di cittadinanza che devono portarci a condividere, non un lasciapassare, molte volte, per comportamenti magari al limite dell’illegalità e al limite della furbizia. È un’integrazione che si deve basare non sulla rinnegazione della nostra identità.

CAROLINA LUSSANA. Il tema politico, purtroppo, della giornata di oggi, della Giornata dell’infanzia, è diventato quello del voler riconoscere ai bambini figli di immigrati un percorso accelerato per ottenere la cittadinanza. (…) Tra l’altro, questo è diventato anche il fatto per cui non siamo riusciti ad addivenire ad una mozione unitaria. (…) Mi riferisco ai minori, ma parlo anche degli adulti; infatti, si usa il grimaldello dei minori perché – è chiaro – si toccano le coscienze, si tocca il buonismo, ma, in realtà, si vogliono abbreviare i termini per la cittadinanza agli adulti.

Tutti gli altri gruppi, invece, si dichiarano a favore. Sotto alla mozione ci sono le firme di Pd, Pdl (quella di Alessandra Mussolini, che tra l’altro aveva firmato anche la Sarubbi-Granata), Udc, Fli, Idv, Api. La Mussolini è una battitrice libera, quindi mi viene il dubbio che al momento del voto diversi deputati del suo partito possano sganciarsi; invece no, votano tutti a favore della mozione, ed è effettivamente la prima volta dall’inizio della legislatura che il Pdl prende una posizione ufficiale a favore della cittadinanza ai minori. Flavia Perina vede il bicchiere mezzo pieno:

FLAVIA PERINA. L’adesione quasi unanime di tutti i gruppi su questo punto è una novità ed è un importante segnale di civiltà, anche perché è questo il tema su cui l’UNICEF ha sollecitato l’Italia quest’anno, invitando comuni ed enti a riconoscere la cittadinanza onoraria a questi italiani ancora giuridicamente stranieri. Voglio ricordare qui che oltre 60 comuni hanno già aderito e che oltre 100 enti hanno preannunciato la loro adesione. Spero che questa mozione e il voto favorevole di tutte le principali forze politiche su di essa siano un incentivo a chi ancora non l’ha fatto per dare un segnale di civiltà e di democrazia e muovere un passo verso una reale integrazione del milione di bambini e adolescenti che vivono tra noi come cittadini di «serie B».

Da parte mia, invece, non mi faccio nessuna illusione. Innanzitutto, perché la mozione impegna il governo, ma la cittadinanza non si riforma per decreto: si fa una legge in Parlamento, alla quale il governo potrà eventualmente dare una mano, facendo da collante della maggioranza che lo sostiene. E il governo Monti, lo ricorderete, era nato proprio con questa missione – lo dimostra l’istituzione del ministero dell’Integrazione e la scelta di Riccardi come ministro – ma in un anno non ha avuto la forza politica di convincere il Pdl a votare la legge. Infine, perché quel Pdl che ieri ha votato la mozione (ma l’avranno letta?) è lo stesso che, tre mesi fa, mandò all’aria anche il tentativo disperato di mediazione dell’Unicef, nel quale giocai un ruolo anch’io, e che non ho mai raccontato pubblicamente proprio per la delicatezza del tema. L’unica consolazione, comunque, è che tra poco si vota: finisce la commedia e, se vinciamo le elezioni, sulla cittadinanza si fa sul serio.

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