La tappa romana di Matteo Renzi, a settembre scorso, fu preceduta da una giustissima ondata di indignazione contro i manifesti abusivi che annunciavano il suo incontro all’auditorium di via della Conciliazione. Si indignarono tutti: i militanti del Pd, quelli delle altre forze di Centrosinistra che avrebbero partecipato alle primarie, il sindaco Alemanno e addirittura il suo partito, che in materia di manifesti abusivi potrebbe tenere un master. Ma avevano ragione, senza attenuanti, e il primo a scusarsi fu proprio Renzi: privatamente se la prese con i responsabili, pubblicamente annunciò che non sarebbe più accaduto.

Così è stato: da allora – sono passati due mesi di campagna elettorale anche aspra, con un sovraffollamento di iniziative politiche da pubblicizzare – nella Capitale non è stato più attaccato un francobollo fuori posto con il nome di Matteo. Niente di cui vantarsi, intendiamoci: eravamo stati noi del Partito democratico, alla Camera, a far togliere quell’emendamento autolesionista che prevedeva il condono delle multe per i manifesti abusivi, in nome di una legalità – e di un rispetto per la città di Roma, che qualche problemino di amministrazione ce l’ha già di suo – a cui un partito credibile non può fare sconti. Ecco perché, girando per Roma in questi giorni, sono rimasto di sasso nel vedere muri e cassonetti – o spazi non autorizzati – tappezzati di manifesti con il nome del nostro segretario: dai giovani turchi (Orfini e Fassina) ai giovani democratici (Raciti, con la partecipazione di D’Alema) è tutto un trionfo di convegni per promuovere la candidatura Bersani alle primarie. Diamo per scontata la buona fede degli organizzatori degli eventi, che immagino non direttamente responsabili; altrettanto scontato, però, è l’effetto opposto che ogni manifesto abusivo provoca in chi, vedendo la propria città imbrattata, se lo trova davanti. Torno a proporre una moratoria a tutto il Pd, e non solo per le primarie: da qui alle Politiche comprese, per piacere, curiamo questa manifestite galoppante – e tra l’altro pure parecchio dispendiosa, perché ogni passata costa svariate migliaia di euro – e dimostriamo di amare Roma davvero, noi che accusiamo Alemanno di non averla mai amata abbastanza.

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