Avevo già scritto in più occasioni che i CIE sono peggio delle carceri, e non avevo ancora visto il CIE di Gradisca. Ci sono andato oggi, in una visita organizzata da una serie di associazioni – tra cui la campagna LasciateCIEntrare – e da un gruppo di amministratori locali che finora non avevano mai avuto il permesso di accedere: la casa circondariale di Rebibbia, in confronto, è un hôtel de charme. E pure Ponte Galeria, che non pensavo mai di poter rivalutare, sembra un posto più civile, per quanto civile possa definirsi un carcere a cielo aperto in cui viene rinchiuso chi ha l’unica colpa di essere trovato senza documenti.

Nella struttura di Gradisca, nata per essere il Centro di identificazione e di espulsione più grande d’Italia, gli immigrati senza documenti vivono in camerate da 8: due bagni alla turca, sei lavandini piccoli, docce senza porta, niente armadi, un tavolo di plastica, una tv. Il pasto arriva su un carrello e si mangia in camera, perché la mensa è chiusa per motivi di ordine pubblico. Negli altri CIE d’Italia, però, questa regola non vale. E neppure il divieto di telefonino: a Trapani puoi avere anche lo smartphone, a Ponte Galeria solo un cellulare senza fotocamera, a Gradisca il telefonino viene sequestrato per motivi di ordine pubblico. Non c’è uno spiazzo per giocare a pallone, perché quello che ci sarebbe è inagibile. Non c’è la possibilità di uscire dal proprio recinto se non per 4 ore al giorno, e comunque a rotazione con le altre camerate: sempre per motivi di ordine pubblico, naturalmente. In compenso, è un trionfo di psicofarmaci: ne fa uso più della metà degli ospiti, fra coloro che hanno tossicodipendenze pregresse – c’è il Rivotril, la droga dei poveri, che va come il pane – e quelli che vogliono imbottirsi di sedativi per dormire il più possibile, “così i giorni passano in fretta”. Il tempo, in effetti, non passa mai: c’è chi sta dentro da 11 mesi, chi rimbalza da un CIE all’altro (ho ritrovato un signore marocchino che avevo visto a Ponte Galeria), chi non dovrebbe proprio starci per evidenti limiti di salute. Tipo un ragazzo indiano, con lo sguardo assente, in perenne silenzio: non è capace di lavarsi, non va dal medico e il medico non lo cerca, ma se non è autistico poco ci manca. O un altro, tunisino, al quale lo psichiatra della Asl ha diagnosticato il mese scorso un quadro psicopatologico “non compatibile con il soggiorno al CIE”, aggiungendo che “il prolungamento può comportare rischi di peggioramento”. Solo questa settimana, a pochi giorni dalla nostra visita annunciata, è stato invece mandato via Radouane, il ragazzo marocchino che si era rotto i talloni saltando giù dal muro di cinta in un tentativo di fuga, e con lui parecchi altri ospiti (in realtà, detenuti), molti dei quali sballottati tra Palermo e Roma, in attesa di una parola definitiva del consolato del Paese d’origine. Il Marocco continua a nicchiare, ad esempio, e così anche coloro che chiedono di essere rimpatriati non si possono muovere: rimangono lì, con gli altri, in condizioni di vita disumane e a costi alti per lo Stato (a Gradisca sono ancora 43 euro al giorno per ospite, che fanno 1290 euro al mese, più naturalmente gli stipendi delle forze dell’ordine impiegate nella struttura). Teoricamente, dice il decreto sicurezza approvato da Pdl e Lega nel 2009, il trattenimento può durare anche 18 mesi; ma tutti gli addetti ai lavori confermano che, se l’identificazione non avviene entro i primi 90 giorni, la battaglia è persa. La domanda non è se serva una struttura per trattenere e identificare i cittadini stranieri senza nessun documento: la domanda è, piuttosto, che tipo di struttura (qualcosa più a misura d’uomo, sul modello dei Centri di accoglienza per i richiedenti asilo, e meno a misura di bestia) e per quanto tempo. Se andremo al governo, mi batterò con tutte le forze perché si cambi.

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Un commento to “Il carcere degli innocenti”

  1. Mario di Garda centro scrive:

    Solo oggi 18 ottobre ho potuto leggere questo articolo sul grave reato di non possedere un documento di identità e la conseguente “incarcerazione” come conseguenza logica, che logica non è. Volevo mettere in rilievo che nessuno ha commentato la visita a questo centro di “accoglienza” raccontata da Andrea Sarubbi. Se la povertà diventerà più diffusa saranno forse organizzati questi centri di accoglienza anche per gli italiani?

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