Forse oggi abbiamo detto addio alla possibilità di approvare la riforma della cittadinanza in questa legislatura. Ci avevamo un po’ sperato con il cambio di governo, ma le ripetute dichiarazioni da Palazzo Chigi (“lasciamo che a decidere sia il Parlamento”) ci avevano smorzato presto gli entusiasmi: non dovevamo aspettarci grandi aiuti da Monti, impegnato su altri temi e preoccupato di non compromettere l’equilibrio già precario della maggioranza, e dovevamo cercare di convincere da soli il Pdl. Ci abbiamo provato fino a stamattina, tenendoci lontani dallo scontro ideologico, ma non è bastato. Provo a riassumere la vicenda, per chi si fosse distratto negli ultimi quattro anni.

A inizio legislatura, il Pd chiede la calendarizzazione della riforma della cittadinanza in Commissione Affari Costituzionali della Camera; Pdl e Lega, che non hanno nessun interesse a riformarla, la tirano per le lunghe. Ognuno resta sulle sue posizioni, con le sue proposte di legge: quella a firma Bressa (Pd), quella a firma Santelli (Pdl), e così via. Dopo un anno, a luglio 2009, arriva il mio tentativo bipartisan, che semina un po’ di panico: trovo subito la firma di Fabio Granata, allora Pdl, ma due mesi dopo i firmatari sono già 50, di tutti i gruppi parlamentari (20 Pd, 20 Pdl, 5 Udc, 5 Idv) esclusa la Lega. Arrivano altre proposte e la relatrice Bertolini (trait d’union fra Pdl e Lega) è incaricata di preparare un testo unificato, che per gli adulti peggiora la situazione rispetto alla legge attuale e per i minori non prevede nulla. Confidiamo negli emendamenti e chiediamo comunque la calendarizzazione in Aula, dove il 23 dicembre 2009 si tiene la discussione generale. Intervengono 37 deputati, di vari schieramenti, e 28 di loro si dicono – con sfumature diverse – favorevoli alla cittadinanza per i figli degli immigrati: nati o cresciuti qui, prima o dopo la scuola, da genitori residenti o meno… C’è da discutere, insomma, ma il tema non è un tabù: tanto più che la Commissione Cultura, nel dare via libera al testo Bertolini, pone come condizione che si preveda una disciplina a parte per i bambini e i ragazzi. A gennaio 2010, la legge viene rimandata in Commissione Affari Costituzionali: si avvicinano le elezioni e i finiani chiedono che la legge non finisca nel frullatore della campagna elettorale. A luglio 2010 i finiani si staccano dal Pdl, ma la legge rimane in Commissione, saldamente controllata dalla melina leghista. Il Pd, a quel punto, comincia a pensare al piano B: rinunciare al confronto sugli adulti (dove anche Fli sembra più debole) e cercare un’intesa solo sui minori; vengono presentate diverse proposte di legge, anche da Fli, Udc e Idv, e si chiede alla Affari Costituzionali di ripartire con l’esame su questo punto specifico. Alcune proposte costruttive arrivano anche dal Pdl (Cazzola appoggia lo ius soli temperato, Sbai lega la cittadinanza al ciclo scolastico), ma non bastano: il partito è infatti spaccato in due, con l’asse di ferro relatrice-capogruppo (Bertolini-Calderisi) dalla parte dei falchi: “l’argomento merita un confronto più esteso”, parlare solo dei minori “non può che destare perplessità”, non è un argomento “su cui ci possano essere forzature”, è “opportuno rimandare l’esame alla prossima legislatura”, e così via. Passa un mese e mezzo di discussione generale – dal 14 giugno a oggi, appunto – e non si arriva a nulla: le colombe del Pdl tacciono, limitandosi a presentare progetti di legge che non vengono poi a difendere in Commissione, e le uniche voci che si levano da quei banchi sono quelle contrarie. Tipo quella di Laffranco, stamattina: la cittadinanza ai figli degli immigrati “è un atto di violenza sui bambini”, che sono costretti a diventare italiani senza volerlo. L’ultimo intervento della discussione generale è il mio, peraltro con qualche difficoltà a controllare l’emozione per un argomento che mi fa battere il cuore. Rinuncio a presentare una mia nuova proposta di legge, perché le bandierine non mi interessano: le carte sono già tutte sul tavolo e la soluzione è a portata di mano per chi la cerca. Da questo Parlamento non verrà fuori la legge migliore del mondo per il Pd, ma credo che le riforme importanti – e quella della cittadinanza lo è, perché disegna il perimetro di una comunità – debbano essere il più possibile condivise: per questo invito i colleghi del Centrodestra a non affossare la legge, che comunque il Partito democratico approverà certamente all’inizio della prossima legislatura, quando la maggioranza sarà con ogni probabilità diversa da quella attuale. L’invito, naturalmente, si perde nel vuoto: la discussione si chiude mestamente, rimandando a un nuovo testo unificato che forse non arriverà mai. Sono un parlamentare di buona volontà e ho il dovere di provarci fino alla fine; se fossi un bookmaker, però, avrei già chiuso le scommesse da tempo.

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2 commenti to “Non è bastato”

  1. luca scrive:

    provaci ancora, Sam

  2. Fabrizio Scarpino scrive:

    Buongiorno,
    era giusto provarci con questo Parlamento “a
    trazione” PdL-Lega”.

    Sarà altrettanto cosa buona e giusta avere una nuova
    Legge sulla Cittadinanza con il Parlamento 2013
    “a trazione” (mi auguro) CentroSinistra.

    Cordialità.

    F.S.

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