Due settimane fa a Trapani, la settimana scorsa a Gradisca (in provincia di Gorizia), oggi a Ponte Galeria, al confine tra il Comune di Roma e quello di Fiumicino: il trittico di visite dei parlamentari Pd nei Cie si è concluso nel posto che conosco meglio e dove ormai da un paio d’anni mi presento spesso senza preavviso, a verificare la situazione. Stavolta siamo andati con i collaboratori e i giornalisti – anche per preparare un dossier che diffonderemo presto – e quindi abbiamo dovuto chiedere l’autorizzazione in anticipo. Ma neppure un preavviso così congruo poteva permettere agli addetti ai lavori di nascondere i problemi di sempre, nonostante un minore affollamento e una maggiore attenzione alla gestione dei tempi degli ospiti. Ospiti per modo di dire: sempre di detenuti si tratta, anche se l’unico crimine che hanno commesso è quello di non avere un documento.

Anche stavolta torno dietro con parecchie storie nel cuore. Quella di un placido signore cinese – 57 anni, in Italia da 15, prelevato dalla polizia in un laboratorio clandestino di vestiti sulla via Prenestina – che mi spiegava, piangendo, di non aver mai rubato nulla e di aver sempre lavorato nella sua vita, e di trovarsi dietro a delle grate senza capire perché. O quella di Julius, nigeriano residente a Fossato di Vico, che per motivi burocratici non riesce a ottenere il ricongiungimento familiare con la sua compagna West e con la piccola Rejoice (2 mesi di vita), e che nel frattempo è stato sistemato nel carcere a cielo aperto di Ponte Galeria. O tante altre ancora, alcune di attualità straordinaria: la compresenza di nigeriani musulmani e cristiani, in un momento del genere, complica notevolmente la gestione dell’ordine pubblico, e soprattutto pone un problema sulla sorte dei secondi. Se i cristiani tornassero in Nigeria, con le violenze in atto, oggi sarebbero quasi condannati a morte: così, appena usciti dal Cie, abbiamo chiesto al ministro Cancellieri di garantire loro una protezione umanitaria per un periodo tra 6 mesi e un anno, in attesa che la situazione nel loro Paese si stabilizzi, e pare – dalle prime reazioni del Viminale – che qualcosa di concreto si farà. Al di là dei casi singoli, dicevo, l’ennesima visita ai Cie mostra che i problemi di sempre non sono risolti: i consolati non collaborano abbastanza per l’identificazione; vengono detenute anche persone che in teoria dovrebbero avere un nome e un cognome (chi ha già scontato una pena in carcere, ad esempio) e dunque dovrebbero essere solo rimpatriate; i costi di gestione sono elevatissimi (per il solo Cie di Ponte Galeria, che ospita 176 persone, sono circa 7 mila euro al giorno di cooperativa e poi naturalmente le ore lavoro dei 90 agenti delle Forze dell’ordine); l’impatto positivo sull’ordine pubblico e sulla sicurezza è davvero insignificante. Non è questo il governo adatto per riuscirci, ma bisogna ripensare tutto il modello. Da capo.

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