Oggi l’Italia ha perso una donna in gamba. E anche la Chiesa. E anche io, nel mio piccolo. Non so come raccontarlo, ma insomma, tu vieni a sapere che sulla Pontina c’è stato un incidente mortale di uno scooter investito da uno scuolabus e già resti scioccato. Poco dopo, quando i giornali diffondono il nome della vittima, ti si gela il sangue. E le lacrime ti si fermano nel cervello, perché il cervello si rifiuta di crederci. È morta Lê Quyên Ngô Ðình, responsabile dell’Area Immigrati della Caritas diocesana di Roma: persona fantastica, di grande spessore e determinazione. Competente, vicina agli ultimi, consapevole. Una donna con una storia bellissima, purtroppo interrotta troppo presto: non aveva ancora 53 anni, gli ultimi 22 dei quali trascorsi in Italia.

Lê Quyên era di origine vietnamita, scappata da Saigon e arrivata in Italia nel 1990 come rifugiato politico. Aveva subito incontrato la Caritas, e per quattro anni (1992-1996) era stata responsabile del Centro ascolto stranieri di Roma: detto così rende poco l’idea, ma quel centro è in pratica lo sportello più grande d’Italia, con 200 mila dossier di cittadini stranieri (provenienti da 150 Paesi diversi) nel proprio archivio. A fine 1996 veniva promossa responsabile di tutta l’area immigrati, incarico ricoperto fino alla tragedia di stamattina: coordinava centri di ascolto, centri di accoglienza (maschili, femminili, per famiglie) e asili nido. In più, visto che sul lavoro era un carrarmato, nel 2000 l’aveva chiamata pure la Caritas nazionale, nominandola responsabile del Coordinamento nazionale asilo e del Progetto rifugiati di 46 Caritas diocesane, e facendola membro della Commissione migrazioni di tutte le Caritas europee, della quale per un periodo fu anche presidente. Poi, dal 2009, era presidente per l’Italia di una ong internazionale che ha status consultivo presso Onu e Consiglio d’Europa: l’Associazione per lo studio del problema mondiale dei rifugiati. Nel frattempo, dopo quasi vent’anni trascorsi in Italia non aveva ancora la cittadinanza: ci pensò allora Napolitano, nel 2008, facendo di lei la prima donna a ricevere la cittadinanza italiana con decreto del presidente della Repubblica, per “gli eminenti servizi resi” al Paese e per “eccezionale interesse dello Stato”. Non è che avesse grandi rapporti con la politica, in realtà: grande collaborazione con i sindaci di Roma, naturalmente, ma critiche costanti ai governi (di destra e sinistra) per l’assenza in Italia, unico Stato in Europa, di una legge organica sul diritto d’asilo. E pure di una strategia seria sull’argomento, come aveva ricordato il mese scorso al Centro Astalli, durante un incontro sui trent’anni di accoglienza dei rifugiati a Roma:

“Rispetto al passato il salto di qualità non si è verificato. Non credo che la città possa avere 20-30mila posti per l’accoglienza: quindi non grandi strutture, ma neppure barricate. Per ciascuno dei circa 1.300 rifugiati in città, vengono erogati dal Comune 17,50 euro al giorno: una tariffa della sopravvivenza… Per fortuna c’è la società civile. Poi manca una regia forte, che indichi le tappe precise di un richiedente asilo arrivato in Italia”.

Lo scuolabus che ha investito Lê Quyên trasportava 23 bambini rom e diversi operatori. La vita è strana, dicevo l’altro giorno, ma pure la morte non scherza.

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Un commento to “Ho perso le parole”

  1. Riccardo scrive:

    Cavolo Andrea ho fatto il mio anno di servizio civile con lei, qiuando ogni tanto tu e tuo padre mi accompagnavate a trastevere, la mattina, e io proseguivo per il centro di via delle Zoccolette. Non pensavo che mi sarebbe dispiaciuto tanto, ma in fondo, solo ora capisco che le devo molto. Mi ha insegnato tanto sullo ‘stare al mondo’ in un anno, più di quanto non abbia imparato in anni di scuola…
    Tristezza semplice, prpfonda tristezza.

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