Il dibattito interno al Pd sull’articolo 18 mi pare una di quelle cose che servono solo ai giornali, perché – come ha detto poco fa Bersani, testualmente – “il 90% delle aziende italiane nemmeno ce l’ha”. Oltre tutto, la stessa soluzione proposta dal segretario sul contratto di tre anni con garanzie crescenti va in una direzione condivisibile dalla stragrande maggioranza di noi, e pure la proposta Boeri sul lavoro è certamente un passo in avanti per uscire dalle contrapposizioni. Così, quando ieri Veltroni ha dichiarato a Repubblica che non esistono totem o tabù, ma solo l’esigenza di una riforma del lavoro che tuteli i meno tutelati, mi ero illuso che per una volta non scoppiasse il finimondo. Mi sbagliavo, perché non consideravo la variabile esterna: qui stiamo fingendo di parlare di lavoro, ma in realtà stiamo parlando del futuro del Pd. Che è un discorso legato al concetto di sinistra vecchia o nuova, di centrosinistra con o senza trattino, di rapporto con i sindacati, di ruolo nel governo Monti.

Stamattina, a Piazza Affari, il presidente del Consiglio ha ribadito che “la riforma del lavoro si fa anche senza l’accordo con le parti sociali”. Proprio ieri ho ritrovato un suo vecchio articolo sul Corriere della Sera, datato 2 agosto 1992, in cui l’allora rettore della Bocconi commentava l’intesa sul costo del lavoro appena raggiunta: nel merito era abbastanza d’accordo, ma nel metodo accusava Amato di eccessiva debolezza con sindacati e Confindustria, perché il governo aveva accettato di sottoporre l’intesa a una verifica periodica con loro (due volte l’anno). E scriveva:

“Nel governo dell’economia dovremmo avvicinarci ai modelli in uso da tempo nei principali Paesi europei. In quei Paesi, il governo e la banca centrale si preoccupano del bilancio pubblico e della stabilità monetaria. I sindacati degli imprenditori e dei lavoratori hanno meno facile accesso al bilancio pubblico. Non vengono invitati a negoziati nei quali il governo assume, verso di essi, impegni che riguardano materie – come la politica fiscale e tariffaria – che sono di competenza del governo e del Parlamento in quanto toccano tutti i cittadini, e non solo quelli che si sentono rappresentati da quei sindacati. (…) Dal Parlamento, e non anche dalle parti sociali, il governo dipende per la fiducia. Il capo del governo non ha bisogno di minacciare le dimissioni per indurre all’accordo le parti sociali, perché non ha bisogno di un accordo con esse. L’accordo di venerdì tra governo e parti sociali ci avvicina un po’ all’Europa per il costo del lavoro. Ma rischia di allontanarcene ancora di più per quanto riguarda la complessiva gestione dell’economia. Per evitarlo, converrebbe riconsiderare i rapporti tra governo, sindacati, imprenditori. In primo luogo, converrebbe uscire dal metodo consociativo, dopo questo suo decoroso punto d’arrivo, per abbracciare un metodo più europeo di distinzione dei ruoli e delle responsabilità. (…) Possiamo sperare in un futuro con più compartecipazione nell’impresa e meno consociativismo nella politica economica?”

A quell’accordo, firmato anche da Trentin, il Pds aveva reagito con dure critiche. E Panebianco – uomo non certo di sinistra, per carità, ma qui mi pare importante il merito della questione, più che la firma sotto l’articolo – accusava Occhetto di populismo:

“Quando si viene al dunque il populismo di stampo sudamericano dei sopravvissuti di quella che si autodefiniva un tempo, pomposamente, ‘La Sinistra’ viene sempre fuori. Il Paese è a un passo dalla malora (…), viene siglato un accordo sul costo del lavoro, primo passo per tentare di bloccare la caduta. Un accordo che va a onore soprattutto dei leader sindacali, quelli della Cgil in testa. I capi sindacali conoscevano la reale situazione economica del Paese, avevano perfettamente capito che restando inchiodati alle vecchie logiche avrebbero contribuito alla rovina del Paese e pertanto anche dei loro stessi rappresentati. E che fa allora la sinistra? Si fa forza, come sempre, del proprio analfabetismo economico e rispolvera di colpo le vecchie e care parole d’ordine massimaliste degli anni Settanta. (…) A questo punto qualcuno dovrebbe spiegarmi, ad esempio, quale sia la differenza fra Scotti e Occhetto. Tutti e due si sono fatti e si fanno i giochetti loro, alle spalle del Paese. Il primo per motivi di competizione dentro la Dc, il secondo per motivi di competizione con i nostalgici di Rifondazione Comunista. (…) Del Pds non si ha in realtà molta voglia di parlare. Si ha infatti per lo più la spiacevole sensazione di sparare sulla Croce Rossa o di fare lo sgambetto a uno zoppo. Ma bisognerà pur dire che l’operazione avviata da Occhetto quando decise (coraggiosamente, anche se in ritardo, tutti pensarono allora) di iniziare la trasformazione del Pci si è risolta in un fallimento totale. (…) Valeva la pena di fare così tante ‘storiche svolte’ per ritrovarsi alla fine fra le mani nient’altro che una Rifondazione Comunista bis?”

Sono passati vent’anni, i problemi sono rimasti quelli. Ma il Partito democratico ha gli anticorpi, mi auguro, per non ripetere gli errori dei suoi antenati.

Did you like this? Share it:

Tags: , , , , , , , , , , , ,

4 commenti to “Accadde oggi”

  1. daniele scrive:

    Il tentativo, non so se maldestro o peggio voluto, di sminuire la portata dell’articolo 18 ha fatto un guaio: l’articolo in questione riguarderà si “solo” il 10% delle aziende italiane, ma in quel 10% ci lavorano 7,8 milioni di persone.

  2. MANLIO scrive:

    Eh si,ci lavorano 7,8 milioni di persone,sottol’art 18.Invece,il governo che è stato fatto fuori per lasciare spazio a Monti era stato votato da 17 milioni di persone.Ma chi se ne frega,cosa stiamo a gingillarci con tutti sti numeri!Qui c’è da regalare l’Italia alle banche ed alle multinazionali,che vogliono un pesce ben cucinato e senza spine.E questi seccatori parlano di licenziamenti ingiustificati,di tragedia sociale,di milioni di persone che corrono il rischio di finire sul lastrico,o sotto i ponti.Pensino pittosto alla tragica situazione di Unicredit, solo per fare un nome,che ha fatto appena 1,3 miliardi di utile,nel 2010, e che di questo passo non riuscira’a toccare i 2 miliardi nel 2012,con recessione all’1,5%(stima ottimistica),e che se l’economia si espandesse,Dio sa se non tocchrebbe 3 o 4 miliardi.Pagare il pizzo,e rompere le balle a Monti con questo chiasso inutile.Hanno visto che c’è scritto sul tram?NON DISTURBARE IL MANOVRATORE.

  3. Jacopo scrive:

    soliti problemi: è vero che le aziende cui si applica l’articolo 18 sono poche, ma i lavoratori interessati sono tanti, poichè stiamo parlando di imprese con più di 15 dipendenti, su su fino, ad esempio, alla fiat, che ha (ancora non si sa per quanto) decine di migliaia di dipendenti in italia; e dire che un lavoratore, se licenziato, ha almeno il diritto di sapere per se e di ottenere la reintegra se la causa non è giusta o il motivo non giustificato, è una pura previsione di civiltà; se si ritiene l’articolo 18 un totem, un tabù, e via con questo linguaggio colorito, si esprime una posizione intanto non di sinistra, ma sopratutto che ignora e non rispetta sia i diritti, quanto le condizioni dei lavoratori; il tutto in un partito definito dal suo immaginifico segretario “il partito del lavoro”; è chiaro quindi che, se una riforma del lavoro si fa, essa vada fatta con l’accordo dei lavoratori, rappresentati dai sindacati selezionati secondo il criterio rappresentativo; andare dritto lo stesso, se da un lato non è neanche propriamente costituzionale (lo conoscono i tecnici de noantri l’articolo 3, della costituzione, stavolta?) ci si espone alla reazione del sindacato; nel 2002 ci provarono, a levarlo, e si videro le conseguenze; avevo tredici anni e mezzo ed ero in piazza anch’io a roma, quella bellissima giornata. ma sì, onorevole riformista, anch’io mi auguro che il pd non commetta più quelli che tu chiami “errori”; e soprattutto mi auguro che in molte altre realtà continui a succedere quello che vi è successo a genova; chissà mai perchè…

  4. marco scrive:

    il PD si sfascerà al più tardi alla fine del 2012, quando una parte sosterrà monti o passera.

    se per tenere insieme ciò che nei fatti è già diviso ( il resp. del lavoro e il vice segretario, entrambi membri della segreteria, si smentiscono a vicenda sui giornali ) si accetta di sacrificare ciò che per tanti lavoratori è la differenza tra un futuro e nessun futuro -ma veniteci, sui posti di lavoro, a vedere che aria tira !- sarebbe insensato e inutile e spero che Bersani lo capisca.

    non volevo rinnovare la tessera, penso che la rinnoverò invece in previsione di una conta che sperò sancirà una scissione, e che non credo possa tardare.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Paged comment generated by AJAX Comment Page
IMPORTANTE! Prima di pubblicare il commento, devi mostrare le tue abilità matematiche e risolvere la difficilissima operazione qui sotto (è una precauzione anti-spam, abbi pazienza). Poi spingi il pulsante "submit".

Quanto fa 2 + 2 ?
Please leave these two fields as-is: