Uno può trovare tutti i sinonimi che vuole, ma io un posto del genere lo chiamo carcere. Un posto, voglio dire, con grate alte una decina di metri, e 27 telecamere che vigilano 24 ore al giorno, e soldati dell’esercito a controllare i monitor, e poliziotti a darsi il cambio con carabinieri e Guardia di Finanza. Anzi, il carcere è un po’ meglio, perché almeno a Rebibbia le cooperative sociali ti fanno lavorare, i volontari ti portano libri, il cappellano ti sta ad ascoltare, e se ti va bene trovi pure un bigliardino per fare una partita ogni tanto. Qui, al Cie di Ponte Galeria, non si può: le stecche del calcio balilla sono di ferro e dunque potenziali armi, i libri sono materiale infiammabile e dunque potenziali torce. E poco conta che le camere non abbiano sbarre alle finestre: le sbarre sono dieci metri più in là, alla fine del cortiletto che divide un complesso dall’altro.

C’è il complesso delle nigeriane, che si fanno notare per la loro vivacità; ce n’è uno misto di ucraine e maghrebine, che si lamentano delle condizioni igieniche e temono le infezioni, e mi portano a vedere un gatto ormai senza pelle, che vive insieme a loro; c’è quello delle cinesi, che non dicono mezza parola, e se gli stessi operatori hanno difficoltà di approccio figuriamoci noi, 6 parlamentari piombati da Marte con una penna in mano e un fogliaccio per gli appunti. Alla fine della giornata sarà pieno di nomi impronunciabili, di numeri di pratiche da verificare, di diagnosi mediche affidate a noi come se fossimo Esculapio, “perché il dottore non capisce”: riesco a spuntare, con il medico della Asl, una visita in ospedale per l’infiammazione di Mohamed, ma tra l‘epatite di Moustafa e l’asma di Riad sembra di stare in un lazzaretto. Ho abbastanza esperienza con i disperati, nella mia vita, per capire che oggi la salute c’entra ben poco: da dietro le sbarre della sezione maschile – che il direttore non ha voluto aprire, per paura che le nostre presenze eccitassero troppo gli animi e che si ripetesse la rivolta dell’altra sera, scatenata dalla notizia dell’estensione a 18 mesi della permanenza nei Cie – è una foresta di mani tese verso di noi, perché da dietro le sbarre non distingui tra maggioranza e opposizione, e pensi che noi 6 siamo davvero i padroni del vapore, e che la nostra visita possa avvicinare il giorno della tua liberazione. Sempre ammesso che di liberazione si tratti: può darsi che il console si opponga al tuo rimpatrio (non riconoscendoti come suo connazionale oppure denunciando la mancanza di qualche documento), nel qual caso non ti si può più trattenere, ma può darsi pure che ti tocchi un quarto d’ora di navetta per l’aeroporto di Fiumicino, da dove tornerai a casa. C’è chi in Tunisia non ha più nessuno, c’è chi in Italia lascerebbe un figlio… a Ponte Galeria c’è un po’ di tutto, insomma, e le storie sono così diverse l’una dall’altra che una sola chiave di lettura non aprirebbe ogni porta. Eppure, mi spiegano gli addetti ai lavori e mi confermano gli stessi detenuti – ma sì, chiamiamoli con il loro nome, e lasciamo il termine ospiti ai concierge degli alberghi  – che gli avvocati qui vanno avanti con il copia-incolla, che si lavora molto sulla quantità e poco sulla qualità, che il diritto alla tutela legale è spesso una chimera. C’è gente, fra questi 318, che ha già scontato tre anni di carcere in Italia e che ora attende di essere identificata: che cosa ha fatto, allora, il ministero della Giustizia nei tre anni precedenti? C’è la signora in pigiama che faceva la badante, e che ora – dopo la scadenza del permesso di soggiorno – si trova qui dentro per un problema di documenti. C’è l’ex prostituta, portata qui dalla tratta e finita in questura dopo una retata, mentre suo figlio di due anni è a Napoli da un’amica. Ci sono materassi di gommapiuma e lenzuola di carta velina, tipo quelli delle cuccette sui treni, e pantofole tutte uguali, e panni stesi, e lamette da barba ingoiate per non partire più. Sarebbe bello che, un giorno, Maroni passasse di qui.

Il gomitolo di emozioni che avete appena letto doveva essere una cronaca: la cronaca di una giornata passata al Cie di Ponte Galeria, insieme ad altri 5 parlamentari dell’opposizione (Furio Colombo, Pancho Pardi, Livia Turco, Rosa Villecco Calipari e Vincenzo Vita). Fuori, ad attenderci, i giornalisti che protestavano – come noi – contro la circolare del ministero dell’Interno che nega loro l’accesso. Ecco perché, su nessun giornale italiano, domani leggerete un pezzo così.

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3 commenti to “LasciateCIEntrare”

  1. Luca Venturini scrive:

    Pubblicato su Twitter e Facebook. Grazie per questa cronaca, cercherò di farla girare.

    Continuate così.

  2. MANLIO scrive:

    CORRIERE DI OGGI 26.EMPOLI,DUE FIDANZATI,UNA NOTTE DI TERRORE.I due sono stati rapinati,poi lui è stato chiuso nel bagagliaio,e lei violentata..i due sono stati sorpresi da tre malviventi,sembra con l’accento dell’est..i tre si sono allontanati con la ragazza,poi mentre due la tenevano ferma,l’altro l’ha violentata…

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