Viste le ultime sparate, nel vero senso della parola, non è che Mario Balotelli ci stia dando una grossa mano nella campagna mediatica per i nuovi italiani. Se facesse il muratore, per dire, magari qualche ultrà interista di destra lo avrebbe già pestato in qualche rissa da bar. Ma oggi, signori miei, parliamo di calcio, e siccome il calcio è lo specchio della vita – questa non so chi l’abbia detta, forse io, ma mi piace parecchio – non possiamo che prendere atto del nuovo corso dell’Italia. Un’Italia più multietnica, ha annunciato Cesare Prandelli nella conferenza stampa di ieri, ed il mio collaboratore, Emiliano Boschetto, ne ha approfittato per lanciare un appello al mister. Un appello che condivido in toto, e che quindi evito pure di riassumervi: ve lo copio-incollo e lo lascio ai vostri commenti politico-calcistici.

Caro Prandelli, meno Camoranesi e più Balotelli

Lo so: il calcio è una metafora della società spesso stucchevole ed iper-inflazionata. Ma a volte efficace. La Germania, si dice, è una delle poche note liete di questo mondiale. Ed è vero. La classica rigida organizzazione di gioco teutonica è stata impreziosita dall’innesto dalla creatività di alcuni ‘nuovi tedeschi’, ragazzi di sangue non proprio ariano ma nati o vissuti in terra tedesca. Risultato? Gioco efficace ma anche bello. Bravi. Il nostro nuovo CT, davanti al calcio italiano in storica crisi, nella conferenza stampa di presentazione apre agli oriundi: se hanno la cittadinanza – dice – non c’è problema. E no caro Cesare, il problema c’è eccome. Ci stiamo battendo perché, finalmente, anche in Italia, il confine della cittadinanza non sia più tracciato dal sangue che ti scorre nelle vene ma dall’appartenenza civica, e non vogliamo certo finire per definirlo invece in base ad un mero percorso burocratico. Personalmente vorrei che italiano sia semplicemente chi vive, condivide e contribuisce al destino di una stessa comunità di persone legate ad una terra. E’anche per questo comune sentire che ci emozioniamo – in maniera spesso patologica – alla note dell’Inno di Mameli prima di una partita. E forse è per lo stesso motivo, o almeno mi piace crederlo, si emozionano persino quei ragazzi miliardari che sognavano proprio quella maglia – come penso ognuno di noi – rincorrendo il pallone in cortile a ricreazione. Quali colori sognava invece un Camoranesi? E quali i papabili Amauri, Zarate o il roccioso Thiago Motta? Sono sincero: non mi emozionerei a vederli cantare l’inno italiano (ma credo neanche loro). Mi verrebbero invece probabilmente i brividi vedendolo fare a Balotelli, Okaka o Obgonna, frutti dei nostri vivai e delle nostre scuole. E ancora di più quando vedrò cantare Fernando Warnakulasuriya, talentuoso esterno di origine Cingalese, o Mohammed Yusuf, piccolo genio di origini Algerine, ragazzi cresciuti, e non solo calcisticamente, in Italia. Diramare le convocazioni in base al solo passaporto è un segnale di involuzione. Innanzitutto perché non si investe sul futuro e sulla qualità – ovvero sui settori giovanili; si mette piuttosto una toppa importando presunto talento, non affrontando le ragioni strutturali di una crisi. Ma è soprattutto sbagliato dal punto di vista civile: merita la nazionale chi è italiano per appartenenza, per vissuto. Perché è frutto dell’Italia – nel bene e nel male – dei suoi cortili e dei suoi prati, delle sue scuole e delle sue strade, dei suoi campacci in pozzolana soprattutto, e non chi ha ereditato un cognome da un lontano e spesso sconosciuto passato. L’Italia a chi la ama, diceva qualcuno. L’Italia a chi la vive e a chi la sente propria, più semplicemente, direi io. Cesare, pensaci.

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2 commenti to “Caro Prandelli”

  1. MANLIO scrive:

    Senonchè Boschetto non ha visto il Brasile beccare dai binchissimi Olandesi.Quella dell’Italia multietnica è un’ottima soluzione:l’Inter ci ha vinto lo scudetto,la CHampions ,la Coppa Italia,e sopratutto ci sta ammazzando il calcio Italiano.SE GIAMPAOLO ci mette una mano,togliamo il solito cursore.SEmpre che a pza Farnese siano d’accordo.

  2. Super Mario scrive:

    Caro Manlio,
    mi costringi a tornare a scrivere su qs bel blog. La tua
    sconfinata cultura trova un evidente argine ai confini del campo di calcio. Il modello proposto è l’esatto contrario dell’Inter che ha 2 italiani solamente: Toldo e Balotelli. Il resto sono stranieri. Non è quindi una proiezione di un’Italia multietnica, ma di una multinazionale.
    Nel post mi sembra invece che si proponga di definire il concetto di nazionalità su base civica/culturale, non burocratica. Ero convinto che ti sarebbe piaciuto (leggi: apriamo la nazionale agli italiani di fatto, non semplicemente a quelli di diritto che però non si sono mai sentiti tali).
    Del resto di cosa mi sorprendo: ai lettori di qs blog è noto che non apprezzi le sfumature: figuriamoci poi quelle che
    modulano il nero della pelle…

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