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	<title>Andrea Sarubbi</title>
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		<title>Il matrimonio combinato</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 06:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Franchezza viene da franco, che sta per libero, perché è dalla libertà delle decisioni che discende la schiettezza del parlare. Lealtà viene da legale, nel senso di obbediente alle leggi dell’onore, e dunque incapace d’inganno. Enrico Letta le ha scelte entrambe, come parole d’ordine del proprio governo, in mezzo a mille altre assai più ambiziose [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="governo letta abbazia spineto" src="http://static.politica24.it/625X0/www/politica24/it/img/governo-letta-spineto.jpg" width="445" height="285" /></p>
<p>Franchezza viene da franco, che sta per libero, perché è dalla libertà delle decisioni che discende la schiettezza del parlare. Lealtà viene da legale, nel senso di obbediente alle leggi dell’onore, e dunque incapace d’inganno. Enrico Letta le ha scelte entrambe, come parole d’ordine del proprio governo, in mezzo a mille altre assai più ambiziose ma meno aderenti al vero. Alla sua strana compagnia di ministri Letta non chiede passione, né amore reciproco, né totale dedizione gli uni agli altri, ma soltanto verità: al primo fuocherello acceso in quel di Brescia, e preceduto dai casi Michaela Biancofiore e Nitto Palma, ha sentito odore di brace e ha messo in chiaro di non essere disposto a finire rosolato sullo spiedo.</p>
<p><span id="more-8628"></span></p>
<p>Se mancano lealtà e franchezza, rischia di saltare anche il rapporto con il più grande tasso di amore e di passione: figuriamoci un matrimonio combinato come quello che Pd e Pdl si trovano a vivere in questo periodo. C’è da dire, stando a quanto alcune culture testimoniano, che talvolta anche in un matrimonio combinato – che sulla carta sta all’amore come questo governo sta alla democrazia dell’alternanza – la convivenza può avere successo, se i contraenti si impegnano a onorare il patto sottoscritto. Riusciranno ad amarsi davvero? Probabilmente no. Ma non avranno percorso invano un pezzo di strada. E a Letta questo basterebbe, e firmerebbe con il sangue una convivenza serena per portare a termine quelle tre o quattro riforme che Giorgio Napolitano ha posto come condizione in cambio della propria permanenza al Quirinale.<br />
I ministri facciano i ministri, ha avvisato il presidente del Consiglio, e non è una richiesta scontata: ciò che poteva essere normale in un governo tecnico – nessuno ricorda protagonismi politici di Cancellieri, Balduzzi o della stessa Severino, pur nei momenti più difficili dell’anno montiano – è molto più complicato con esponenti politici, e soprattutto finora in Italia è accaduto assai di rado. A chi faranno riferimento, per usare un termine di organizzazione aziendale, i singoli ministri? Se al proprio leader di partito – o addirittura di corrente – che li ha messi lì, il governo Letta è morto prima di nascere, perché non sarà certo una domenica pomeriggio all’abbazia dei cistercensi a riportare l’armonia nella politica italiana; se invece ciascuno di loro dovrà riferire (e riferirsi) al presidente del Consiglio, allora la convivenza sarà praticabile. Non facile, certamente, ma almeno non impossibile.<br />
Letta dice di voler partire da quattro priorità: lavoro, Imu, impresa e riforme della politica. Il quarto punto, quello storicamente più ostico, potrebbe risolversi a breve termine soltanto con un ritorno al Mattarellum e con l’avvio contemporaneo di una riforma del Senato, che automaticamente diminuisca il numero dei parlamentari: per altre soluzioni più raffinate, in tutta onestà, i margini sono davvero ristretti. Per quanto riguarda Imu e impresa, sono due temi storicamente più cari all’elettorato di Centrodestra, ma Letta sa bene che in un momento di crisi economica è il portafoglio, più che l’ideologia, a guidare le scelte, e quindi avrà buon gioco a farli accettare anche dagli elettori del Pd.<br />
Rimane il vero ostacolo, quello del lavoro, che per i due schieramenti assume sfumature diverse e spesso contrastanti: da un lato chi vorrebbe migliorare ulteriormente la flessibilità in entrata, dall’altro chi lancia l’allarme di un precariato a vita. Grazie anche al profilo tecnico del ministro Giovannini, e all’approccio non ideologico del premier, questo governo ha le capacità di trovare soluzioni intelligenti; trattandosi però di una coperta corta, è altamente probabile che destra e sinistra tentino di boicottarle per poi costruirci sopra una nuova campagna elettorale. Se i ministri dimostreranno lealtà e franchezza anche su un tema del genere, Letta potrà durare anche più del previsto; visti i precedenti e l’atmosfera attuale, però, oggi l’ipotesi assomiglia più a un periodo ipotetico del quarto tipo che non a uno del terzo.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]</em></p>
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		<title>Si ricomincia?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 13:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La discussione sulla cittadinanza ai nuovi italiani sembra iscritta all’albo dei temi che tornano a riva a ogni cambio di legislatura, per poi finire inghiottiti dalle onde dell’emergenza e riperdersi sul fondo del mare. Non c’è il clima, si ripete ogni volta. Non sono queste le priorità, si argomenta con saccenza. E l’Italia resta ferma [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="Cécile Kyenge" src="http://www.aleteia.org/image/it/article/cittadinanza-ai-figli-degli-immigrati-il-ministro-kyenge-accelera-1229002/cittadinanza-ai-figli-degli-immigrati/topic" width="445" height="245" /></p>
<p>La discussione sulla cittadinanza ai nuovi italiani sembra iscritta all’albo dei temi che tornano a riva a ogni cambio di legislatura, per poi finire inghiottiti dalle onde dell’emergenza e riperdersi sul fondo del mare. Non c’è il clima, si ripete ogni volta. Non sono queste le priorità, si argomenta con saccenza. E l’Italia resta ferma a una legge scritta nel 1992, quando i figli degli immigrati nati nei nostri ospedali erano meno di tremila all’anno.</p>
<p><span id="more-8623"></span></p>
<p>Poi ogni tanto arriva un’iniziativa bipartisan che rompe gli schemi, o magari un ministro di buona volontà, e il dibattito ricomincia; ma il risultato rischia di essere già scritto, a meno che dal campo dei conservatori non arrivi qualche segnale positivo: un po’ perché una riforma così importante – che riguarda il perimetro stesso della Nazione – non può essere fatta a colpi di maggioranze risicate e rischiare di essere stravolta dopo ogni tornata elettorale; molto perché, anche volendo, la fu-coalizione <i>Italia bene comune</i> non avrebbe comunque i numeri al Senato, neppure con l’apporto di Scelta civica. Rimane sempre l’appiglio dei Cinquestelle, in teoria, ma le poche uscite pubbliche di Beppe Grillo sul tema non sembrano particolarmente incoraggianti.<br />
C’è da fare un cammino insieme, dunque, e allora vale la pena ricordare dove lo si è interrotto: fu in Commissione Affari Costituzionali della Camera, a luglio 2012, quando il Pdl decise di non accogliere l’ultima offerta del Centrosinistra. Il relatore di minoranza, il democratico Bressa, aveva proposto di accantonare la discussione sugli adulti, fonte di divisioni più profonde, e di limitarsi a uno stralcio: ne veniva fuori una brevissima legge, di un solo articolo, che estendeva la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia o arrivati da piccoli, legandola a una certa stabilità del nucleo familiare o alla scuola.<br />
Anche allora, come oggi, c’era un ministro per l’Integrazione molto favorevole (Andrea Riccardi), ma non bastò: nel Popolo delle libertà, preoccupato sia delle ripercussioni elettorali che della possibile nuova alleanza con la Lega, prevalse la linea dei falchi. A contarli bene, quei falchi non erano nemmeno la maggioranza del partito; eppure avevano un’arma di ricatto formidabile su Palazzo Chigi, tanto da aver costretto Monti – in un’intervista a Famiglia cristiana, qualche mese prima – ad annunciare che, per quanto personalmente favorevole alla riforma, non avrebbe potuto sacrificare la stabilità del governo sull’altare della cittadinanza ai figli degli immigrati.<br />
Negli Stati Uniti, che hanno conosciuto l’immigrazione moderna prima di noi, la cittadinanza alle nuove generazioni è un tema capace di rompere la classica barriera tra destra e sinistra; tanto è vero che il Dream act, attualmente in discussione a Washington, nasce come proposta di legge bipartisan ed è sostenuto da un arco parlamentare che va dai democratici a McCain. Convergenze analoghe si trovano anche altrove (in tutti quei Paesi in cui il dibattito sulla cittadinanza viene giustamente slegato da quello sull’ordine pubblico e la sicurezza) e non è detto che l’Italia sia destinata alle barricate ancora a lungo.<br />
Al di là delle schermaglie tattiche, infatti, il fronte favorevole a una riforma fa breccia anche nel Pdl, dove ormai sono rimasti in pochi a opporsi seriamente sui contenuti: qualcuno è indifferente al tema, qualcun altro lo giudica un terreno scivoloso sul fronte del consenso elettorale, ma nel merito c’è almeno metà del partito di Berlusconi (cattolici in testa) disponibile a ragionare. Le armi della polemica, ormai, sono spuntate, e quando lo stesso Gasparri si dice indisponibile a “legare automaticamente la cittadinanza alla nascita” non fa altro che sventolare un fantasma inesistente: lo <i>ius soli</i> secco, infatti, non ha nessuna possibilità di diventare legge dello Stato, mentre una sua versione temperata con i criteri della stabilità familiare e della scuola – e il ministro Kyenge lo sa bene – avrebbe qualche possibilità in più. A meno che anche Letta, come Monti, non si rassegni presto alla ragion di Stato e getti la spugna.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]</em></p>
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		<title>Under pressure?</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 12:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="politica internet social network" src="http://www.lospiffero.com/images/galleries/politica-social-network.jpg" width="445" height="313" /></p>
<p>La pressione della rete è il nuovo burattinaio della politica italiana: l’accusa – rivolta soprattutto ai parlamentari più giovani, e dunque generazionalmente più attivi su internet – è infatti quella di essersi lasciati condizionare, se non addirittura telecomandare, dalle centinaia di messaggi ricevuti nelle ore drammatiche del voto sul nuovo presidente della Repubblica. A smartphone spenti, recita in maniera caricaturale la versione dei <i>vintage-dem</i>, sarebbe stata un’altra storia. Ma è una caricatura, appunto, come quelle degli artisti di strada in piazza Navona: ricorda un po’ la realtà, ma ne amplifica volutamente alcuni tratti e ne ignora altri. Un ritratto è un’altra cosa: infatti per una caricatura (10-15 euro) bastano cinque minuti di orologio, per un ritratto serio (40-50 euro) ci vuole un’oretta. Eppure, c’è ancora chi tende la trappola e chi ci casca.</p>
<p><span id="more-8613"></span></p>
<p>Ogni parlamentare riceve ogni giorno, nella propria casella email, centinaia di messaggi sui temi più svariati: dalla proposta di una casa in affitto al sondaggio del ricercatore universitario, dalle newsletter delle ong alle iniziative dei circoli. Molto spesso arrivano migliaia di mail identiche, copia-incollate e preparate da associazioni di categoria, che chiedono di votare un emendamento o di non votarlo: è la tattica del mail bombing, che ha l’obiettivo di prendere il parlamentare per sfinimento. Io ti intaso la casella, tu non puoi far finta di non sapere. Se bastasse questo a decidere la linea del Parlamento, non ci sarebbero più tagli alla spesa pubblica: ogni volta che si mette mano a qualcosa, infatti, la categoria di riferimento si mobilita e ti bombarda. Allo stesso modo, se si ignorasse tutto ciò, senza prendere in considerazione le ragioni di chi scrive, non si terrebbe fede al proprio dovere, che è quello – scolpito nell’articolo 67 della Costituzione – di rappresentare la Nazione.<br />
Il deputato o senatore con pelo sullo stomaco non apre nemmeno i messaggi; quello di buona volontà prepara una risposta standard e la manda a tutti, sapendo benissimo che non basterà ad accontentarli; alla prima riunione di gruppo su quel provvedimento, c’è sempre qualcuno che espone le ragioni del mail bombing; poi si riflette insieme e si cerca di capire se e come sia possibile prenderle in considerazione, e se sia giusto o meno modificare la propria linea. Questo è ciò che accade normalmente in un gruppo parlamentare, ed è giusto che sia così: la politica ha certamente il dovere di ascoltare, ma ha allo stesso tempo quello di decidere; e l’elaborazione di questa decisione, il più possibile condivisa, è il fulcro della democrazia rappresentativa. Che tiene conto delle mail ricevute e dei messaggi sui social network, ma anche di mille altri fattori: nel caso di una finanziaria sono gli equilibri economici, nel caso di un’elezione al Quirinale è il quadro politico complessivo. Poi si possono prendere decisioni giuste o sbagliate, e su questo si verrà giudicati: alla fine del mandato, però, e non a ogni singola tappa, perché il Parlamento non è un talent show con il televoto alla fine di ogni canzone, né si è mai visto un allenatore di calcio che selezioni il modulo o la squadra da mandare in campo sulla base degli striscioni in curva.<br />
Ecco perché ridurre il tutto alla pressione della rete – sempre ammesso e non concesso che la rete sia un’entità a sé, e non un luogo di incontro tra persone fisiche – è un’operazione caricaturale e pedestre: perché internet si usava anche nella legislatura scorsa, non è un’invenzione dell’ultimo mese, e se i parlamentari del Pd avessero dovuto decidere in base alle mail ricevute non avrebbero mai dato la fiducia a un governo tecnico, oppure gliela avrebbero ritirata dopo la prima uscita maldestra del ministro Fornero. Poi ci si può chiedere se sia giusto e lecito che una forza politica si chiuda in un bunker e prenda decisioni come se vivesse nell’iperuranio, anziché aprire un confronto serio tra i propri dirigenti, militanti ed elettori; ma questo è un altro discorso, e la rete c’entra poco.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]</em></p>
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		<title>Un pennivendolo sul Colle</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 08:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="milena gabanelli report" src="http://images.style.it/Storage/Assets/Crops/70123/112/79702/milena-gabanelli_650x447.jpg" width="445" height="306" /></p>
<p>Anche un pennivendolo può essere candidato al Quirinale, sogghignavano ieri le redazioni alla notizia che il Movimento 5 Stelle aveva scelto di votare Milena Gabanelli. Era la rivincita della categoria dopo mesi di insulti: sgherri, stalker, specialisti della macchina della merda, pretoriani del sistema, feccia alternativa alla feccia della politica, l’ultima barriera della casta prima dell’urna. L’uomo che si faceva intervistare solo da testate straniere e che si permetteva di far saltare anche l’unico appuntamento fissato da tempo – quello con Sky, dal palco dello Tsunami tour in campagna elettorale – si vedeva ora costretto, da un voto online della base, ad appoggiare una giornalista come candidata alla massima carica dello Stato. L’ironia è legittima, ma fino a un certo punto: perché Milena Gabanelli non è una giornalista qualunque, e perché nella sua scelta – frutto di un mix tra poesia e calcolo spietato, come spesso accade dalle parti della Casaleggio associati – c’è una fotografia impietosa dell’Italia vista dai grillini.</p>
<p><span id="more-8607"></span></p>
<p>Milena Gabanelli, tanto per cominciare, è una free lance. Che ha rotto i canoni, anche sindacali, del giornalismo televisivo, cominciando a girare da sola con una videocamera quando molti suoi colleghi non sapevano nemmeno accenderla. Che non è in Rai in virtù di un contratto a tempo indeterminato, con avanzamenti di carriera, ma deve periodicamente negoziare il proprio impegno e talvolta – come è accaduto all’ultimo rinnovo – rischia di restare fuori, nonostante gli ascolti, perché scomoda. Che è, soprattutto, una telecamera infilata – talvolta anche a tradimento, come il lungo elenco delle vittime di Report può testimoniare facilmente – nei palazzi, dove le immagini di sguincio e le dichiarazioni rubate sono, agli occhi degli elettori di Grillo, il contrappasso pagato dai potenti alle interviste in ginocchio trasmesse da direttori che alla casta devono poltrona e stipendio.<br />
Milena Gabanelli al Quirinale non sarà magari la scelta politica più sopraffina – se ne è accorto lo stesso Grillo, che infatti non ha perso tempo a ricordare l’opzione Rodotà per mettere in difficoltà una parte del Pd – ma è certamente un atto di denuncia che, come molte azioni della premiata ditta Casaleggio, fotografa i mali dell’Italia e propone soluzioni di rottura: le liste imbottite di cittadini qualunque, senza meriti specifici tranne quello di essere incensurati, servono a dire che anche il nulla è meglio della politica attuale; la candidatura di una giornalista che non fa sconti a nessuno, e che nel corso degli anni si è conquistata i galloni della credibilità a suon di querele bipartisan, è una denuncia impietosa del sistema dell’informazione attuale, che per il Movimento 5 Stelle rappresenta una delle prime emergenze nazionali. Non è un caso che, tra le poche proposte di legge finora presentate dai grillini in Parlamento, due siano dedicate proprio a questo tema: una per abolire l’Ordine dei giornalisti, l’altra per azzerare il finanziamento all’editoria.<br />
Nel malcontento di fondo che Grillo cavalca nei confronti dell’informazione, gli unici che si salvano sono coloro che hanno fatto della denuncia un brand: per gli altri, quelli che si limitano a raccontare le cose o riferiscono le due campane, vige la stessa presunzione di colpevolezza che vige per i politici. Se non ce l’hai con il potere, insomma, ne sei servo: <i>tertium non datur</i>. Da questo punto di vista, Report ha dato finora prova di equidistanza tra destra, sinistra e centro: la puntata su Alemanno di domenica scorsa fa il pari con una del 2008 sul piano regolatore di Roma, che costò alla giornalista una querela da parte dell’allora assessore all’urbanistica, Morassut. E arriverà forse il momento in cui – come molti giornalisti ieri invocavano, sui social network – la trasmissione di Raitre preparerà anche un’inchiesta sulle commistioni tra l’operazione politica del M5S, il blog di Beppe Grillo e il conto in banca della Casaleggio e associati: lì si parrà la loro nobilitate, lì si vedrà quale percentuale di poesia e quale di calcolo siano presenti nella candidatura di Milena Gabanelli al Quirinale.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]</em></p>
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		<title>La vergogna di essere nudi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 07:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="suicidio civitanova marche crisi povertà" src="http://www.ilrestodelcarlino.it/civitanova_marche/cronaca/2013/04/06/869710/images/2041685-12.JPG" width="445" height="249" /></p>
<p>È difficile capire se quello di Civitanova Marche sia stato un suicidio per povertà o un suicidio per vergogna. Probabilmente entrambe le cose, perché quando non sei abituato a chiedere aiuto, ma ti ritrovi nelle condizioni di doverlo fare, il macigno psicologico non è meno pesante di quello materiale. E se hai fatica ad ammetterlo davanti allo specchio, figuriamoci con gli altri, a cominciare dai più vicini: ogni giornalista che abbia provato ad accendere una telecamera in una mensa Caritas, ad esempio, conosce bene la ritrosia degli ospiti nel farsi riprendere; in certi casi – memorabile un servizio di Maria Luisa Busi al Tg1 – ci si sente addirittura rispondere che, per carità, “a casa il frigo è pieno”, ma si preferisce andare a mensa “per la compagnia”.</p>
<p><span id="more-8602"></span></p>
<p>Sono parecchi i nuovi poveri che, solo un anno e mezzo fa, non avrebbero mai pensato di chiedere aiuto alle istituzioni, alla parrocchia, alle associazioni di volontariato. È il piccolo artigiano che, quando l’attività andava bene, si era costruito la casetta e ora non ha nemmeno i soldi per pagare l’Imu; è il genitore che ha iscritto il figlio a scuola calcio, perché non fosse da meno dei suoi compagni di classe, ma già allo scadere della prima rata si accorge di non avere i soldi per pagarla; è la pittrice quarantenne, separata dal marito e con figlia adolescente, che girava l’Italia per gallerie ma da un po’ di tempo non riesce più a vendere un quadro; è il lavoratore dipendente di un’azienda che ha chiuso, e che fatica a ricollocarsi nel mercato del lavoro; è il proprietario di quella stessa azienda, per il quale la Caritas di Treviso ha istituito da qualche tempo un apposito sportello, nella speranza di evitarne il suicidio.<br />
I Comuni, da parte loro, fanno i miracoli. Tra diminuzione fisiologica delle entrate causata dalla crisi, tagli ai trasferimenti decisi dallo Stato e vincoli al patto di stabilità fissati dall’Europa, i soldi in cassa per il sociale sono pochissimi e si strappano, per quanto possibile, alla spesa per investimenti. Tra contributi per i libri scolastici, trasporti e mense, una tantum alle famiglie sulla base dell’Isee, collaborazioni con le parrocchie e con le associazioni, gli enti locali cercano di arrivare dove possono; ci sono casi, tipo quello di Roncade (Tv), in cui il sindaco – Simonetta Rubinato, deputato del Pd – rinuncia alla propria indennità e la mette in un fondo cassa proprio per risolvere le emergenze. Ma accanto alla difficoltà materiale, dovuta alla scarsità di fondi, c’è appunto quella psicologica, sperimentata anche dal Comune di Civitanova Marche, nel convincere i nuovi poveri a chiedere aiuto.<br />
Alcune volte, quando vedono che i propri figli trenta-quarantenni fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, sono i nonni a prendere coraggio e a rivolgersi agli assistenti sociali; altre volte si cerca di risolvere tutto nella massima discrezione, mandando i volontari a portare a casa le buste della spesa – che nell’ultimo anno sono aumentate di un terzo – per evitare l’imbarazzante prassi del ritiro; quando qualcuno prende coraggio, per presentarsi alla porta dell’ufficio del sindaco, precisa immediatamente di non avere bisogno di soldi, ma di un lavoro, che nella quasi totalità dei casi il sindaco sa benissimo di non poter trovare.<br />
È un’Italia normale, anonima, quasi banale, come banale sta diventando la povertà. Che non è solo quella assoluta, estrema, di chi mendica nelle strade, ma anche quella relativa e diffusa di chi – come più di un terzo delle famiglie italiane, sostiene il Censis – non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista di 750 euro. Si trascorre una vita dignitosa, stando attenti alle spese ma senza incubi sul proprio futuro, fino a quando un evento personale (un divorzio, la grave malattia di un parente prossimo, un figlio che combina guai) o un problema lavorativo (il giovane che finisce il contratto a tempo determinato e non gode di ammortizzatori sociali adeguati, il 55enne laureato che perde il lavoro) non ti getta sotto la soglia di povertà. E tu, come il primo uomo sulla Terra, provi la vergogna di chi si sente nudo.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]</em></p>
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		<title>Lo stallo</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 10:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="commissioni parlamento camera" src="http://legxv.camera.it/img/album/commissioni_leg15/affari_cost/img11670.jpg" width="445" height="297" /></p>
<p>La situazione è piuttosto surreale: un Parlamento fresco di elezione ma ancora impacchettato nel cellophane, mentre dieci saggi lavorano al Quirinale; quattordici Commissioni permanenti ancora da formare in ogni Camera, mentre una Commissione speciale si occupa quasi di tutto, dal Def agli esodati. C’è uno stallo a valle, e allora si prova la strada dal Colle: prima si sceglie il successore di Napolitano, poi si indica il capo del nuovo governo, chiarendo quale sarà la maggioranza che lo sosterrà, quindi – sulla base di questa maggioranza – si eleggono i presidenti delle Commissioni e il Parlamento può finalmente dedicarsi a fare le leggi. Non è una strada obbligata, perché la dottrina al riguardo è divisa: esistono tre precedenti in cui si formarono le Commissioni anche in assenza di un governo, sostengono ad esempio il Movimento 5 Stelle e SeL, che hanno chiesto ai presidenti delle Camere di andare avanti; è un problema di prassi parlamentare, ha risposto ieri la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio, subordinando il tutto alla formazione di un nuovo esecutivo.</p>
<p><span id="more-8598"></span></p>
<p>Da un punto di vista matematico, i conti sono piuttosto semplici e alla Camera li stanno già facendo: in ognuna delle 14 Commissioni permanenti spetterebbero 20 deputati al Pd, 2 o 3 a SeL, 7 o 8 al M5S, 7 al Pdl, 3 o 4 a Scelta civica, uno o due alla Lega, uno o due al Misto, uno in sole nove commissioni a Fratelli d’Italia. Teoricamente si potrebbero anche convocare le Commissioni e fare eleggere l’ufficio di presidenza (un presidente, due vicepresidenti, due segretari), dopodiché iniziare l’esame delle leggi. Ma in pratica, con un governo in carica dimissionario, ci si fermerebbe quasi subito.<br />
Ammettiamo che la Commissione Affari Sociali metta all’ordine del giorno una proposta di legge sull’istituzione di un Fondo per i non autosufficienti. Il presidente illustra la relazione – o la affida a un relatore, da lui stesso nominato – e poi si apre il dibattito; dopodiché, dopo aver votato il testo base, i gruppi presentano gli emendamenti, che si mettono al voto. È il governo a dover esprimere il parere sugli emendamenti, e soprattutto – come sanno bene i membri della Commissione Bilancio – a doversi pronunciare sulla copertura finanziaria di una legge. E la pronuncia avviene in base a delle scelte politiche, non solo contabili, come è politica la scelta di trasferire i soldi da un capitolo di spesa a un altro: quale parere potrebbe dunque esprimere un governo dimissionario, magari con delle priorità di politica economica molto diverse da quelle della nuova maggioranza? Quella che ai non addetti ai lavori può sembrare una questione di lana caprina è, in realtà, un nodo cruciale alla base della nostra democrazia: il rapporto di fiducia tra esecutivo e Parlamento è così essenziale che, quando il governo chiede la fiducia su un provvedimento, immediatamente si bloccano i lavori della Camera e le stesse Commissioni vengono sconvocate, fino a quando l’Aula non avrà confermato la fiducia.<br />
C’è poi un problema di linea, che riguarda la scelta dei presidenti di Commissione: quelle permanenti spettano di norma alla maggioranza, quelle di controllo (come la Vigilanza Rai, ad esempio, o il Copasir) all’opposizione. Difficile stabilire i nomi – soprattutto al Senato, ma anche alla Camera nel caso di un governo di larghe intese a cui non partecipasse SeL – finché non si sarà chiarito chi è maggioranza e chi opposizione. Un presidente in quota opposizione può rallentare i lavori di una legge non gradita, allungando i tempi della discussione o non convocando la Commissione; può orientare i lavori stessi, nominando un relatore gradito o revocandone uno sgradito; può forzare talvolta la mano, riproponendo la calendarizzazione di un provvedimento bocciato dall’Aula: così fece ad esempio la finiana Bongiorno sull’omofobia, rimettendo all’ordine del giorno il testo con lo stesso relatore (la democratica Concia) e suscitando le ire di buona parte di Pdl e Lega. Ridurre il tutto a una guerra di poltrone, ammiccando al qualunquismo, è dunque una scorciatoia facile e affascinante, ma non rende omaggio alla verità.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]</em></p>
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		<title>La trappola</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 08:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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<p>Pure una bugia, se ripetuta più volte e nelle occasioni giuste, può diventare una verità: il Movimento 5 Stelle ne ha dato prova più volte nelle ultime ore, con una strategia comunicativa sapiente e spregiudicata. Lo ha fatto, per esempio, al termine delle consultazioni con Napolitano, sostenendo di essere “la prima forza politica per numero di voti alle ultime elezioni”: il Viminale dice che non è vero, a meno che i voti degli italiani residenti all’estero valgano meno di quelli dei residenti in Val d’Aosta, ma ormai il messaggio è passato. Così come quello, fatto girare giovedì durante le votazioni per gli uffici di presidenza delle Camere, che tra i partiti sia prevalsa una logica spartitoria alla quale, naturalmente, i Cinquestelle non hanno voluto partecipare.</p>
<p><span id="more-8587"></span></p>
<p>È vero che i grillini non hanno ottenuto alla Camera uno dei tre “questori = controllori”, come recitano gli adesivi che i loro deputati sfoggiano a Montecitorio, ma lo hanno avuto al Senato; alla Camera, per gli incastri delle intese tra i gruppi (addirittura previste dal regolamento, dunque alla luce del sole), sono toccati loro un vicepresidente e due segretari. È altrettanto vero, anche se Grillo e Casaleggio non lo dicono, che queste elezioni sono state possibili solo con i voti – o almeno con la desistenza – delle altre forze politiche: le due coalizioni più forti (Pd-Sel e Pdl-Lega), infatti, avrebbero potuto monopolizzare le cariche e tenere fuori il resto del mondo. Ma le prassi parlamentari conservano un valore pure in mezzo all’ondata iconoclasta, e per questo Centrodestra e Centrosinistra si sono divisi i compiti: alcuni voti dirottati sul questore montiano, altri sul vicepresidente grillino, più un calcolo (non semplicissimo) di preferenze per garantire che i 109 voti dei Cinquestelle bastassero anche a far eleggere dei segretari.<br />
Non è un caso, dunque, che al Quirinale Bersani abbia parlato di “rispetto” del Pd per gli elettori M5S, rimproverando semmai a Grillo di non averne verso gli elettori altrui. Ma nell’opinione pubblica ormai è difficile far passare un messaggio alternativo, perché la trappola grillina sta riuscendo alla perfezione: qualsiasi cosa accada, quali che siano le decisioni prese, il Pd si ritrova infilato in un tunnel di cui non si vede l’uscita. È lo schema del <i>lose-lose</i> (in un modo o nell’altro, si perde sempre), contrapposto a quello <i>win-win</i> dei grillini, che vincono per definizione.<br />
L’esempio dell’ufficio di presidenza è già piuttosto eloquente: se il M5S ottiene vicepresidente e due segretari, per giunta con i voti degli altri partiti, può fingere di non essere interessato a nessun accordo e contemporaneamente urlare allo scandalo per le spartizioni che lo hanno escluso dai questori; se le altre coalizioni avessero invece deciso di applicare il metodo Grillo (votare solo per i propri candidati), i Cinquestelle sarebbero rimasti fuori dall’ufficio di presidenza (per poi essere ripescati con un segretario aggiunto, come prevede il regolamento) e avrebbero ugualmente tuonato contro l’ingordigia della Casta.<br />
Lo stesso schema vale, al quadrato, per il governo: se si arrivasse a un presidente del Consiglio M5S sarebbe il trionfo; se ciò non fosse, Grillo avrebbe vinto lo stesso, tirandosi fuori da ogni possibile intesa e contemporaneamente gridando all’inciucio in caso di un esecutivo con maggioranza trasversale. Sul fronte opposto, il Pd è nella situazione speculare: se accetta i voti di Berlusconi nella formazione di un esecutivo di scopo, si gioca nel breve periodo metà dei consensi e regala a Grillo un’altra campagna elettorale (stavolta forse letale) contro il <i>Pd-meno-elle</i>; se si tira indietro, in un momento del genere, passa per irresponsabile e regala al centro e alla destra un bel pezzo di elettorato. C’è una soluzione, che però richiede uno stomaco forte: è quella di un governo di larghe intese e di lunga durata, per recuperare credibilità con le riforme. Sarebbe la soluzione <i>lose-win</i>: si perde nel breve periodo, si recupera nel lungo. Ma è una porta molto stretta, forse troppo, in un panorama del genere.</p>
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		<title>Pulsante e distintivo</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 08:41:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="m5s senato grasso" src="http://l2.yimg.com/bt/api/res/1.2/2eTD6WBCwMwlUS1XIW3dWQ--/YXBwaWQ9eW5ld3M7cT04NTt3PTYwMA--/http://media.zenfs.com/en_us/News/Reuters/2013-03-16T171425Z_1_AMIE92F1BWJ00_RTROPTP_2_OITTP-SENATO-BALLOTTAGGIO-CRIMI.JPG" width="450" height="291" /></p>
<p>Quando il gruppo parlamentare del Pd approvò il nuovo statuto interno, a febbraio 2010, alcuni osservatori esterni parlarono di norme anti-Binetti, intese a limitare la libertà di coscienza dei singoli deputati o senatori di fronte a voti controversi. L’inciso dell’articolo 2, che obbliga gli aderenti ad “attenersi agli indirizzi vincolanti deliberati dagli organi del gruppo” e decisi a maggioranza, venne interpretato come un attacco alla stessa Costituzione, che all’articolo 67 vieta espressamente il vincolo di mandato. Si parlò a lungo di parlamentari “soldatini”, si rievocò la famosa idea berlusconiana di far votare soltanto i capigruppo, ci si interrogò sulla difficile autonomia di un eletto ai tempi delle liste bloccate.</p>
<p><span id="more-8580"></span></p>
<p>Nel comunicato politico numero 45, postato l’11 agosto 2011 sul blog di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle si fece interprete di queste critiche e promise una rivoluzione. Un cambio di prospettiva dal basso, tutto incentrato sulla coscienza: “Ogni eletto risponderà al <a href="http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf">Programma</a> del M5S e alla propria coscienza, non a organi direttivi di qualunque tipo. La libertà di ogni candidato di potersi esprimere liberamente in Parlamento senza chiedere il permesso a nessun capo bastone sarà la sua vera forza. Il M5S vuole che i cittadini si facciano Stato, non che si sostituiscano ai partiti con un altro partito. Oggi i parlamentari sono soltanto dei peones che schiacciano un pulsante se il capo, che li ha nominati, lo chiede. Non sono nulla, solo pulsante e distintivo. Il M5S vuole far entrare degli uomini e delle donne alla Camera e al Senato che rispondano solo alla Nazione e al proprio mandato. Ognuno conta uno”.<br />
Poi arriva il primo rigore decisivo e i cittadini portavoce senatori Cinquestelle si trovano davanti alla scelta del male minore. Si riuniscono e, tra le lacrime, approvano una linea a maggioranza; eppure, nel segreto dell’urna, qualcuno si sfila e vota secondo coscienza. E Grillo, anziché rivendicare il compimento del comunicato politico numero 45, minaccia l’espulsione di chi non ha rispettato le decisioni del gruppo. Incoerente? Sì, certo. Ma allo stesso modo lo è chi, tra i suoi critici, ha sempre ragionato in termini di centralismo democratico (la maggioranza decide per tutti) rispetto ai dissidenti del proprio partito, talvolta anche su questioni di coscienza.<br />
La verità, se ce n’è una sola, sta nel mezzo. Perché è vero che un parlamentare rappresenta tutta la nazione, ma è altrettanto vero che – nel momento in cui dichiara la propria iscrizione a un gruppo – si assume la responsabilità di cedere un pezzo della propria sovranità a una linea politica condivisa: altrimenti si iscrive al Misto, dove ognuno ragiona secondo la propria testa e non deve rispondere a nessuno. Mettiamoci nei panni degli elettori: è credibile un gruppo parlamentare che non abbia disciplina, che di fronte alle decisioni difficili non prenda posizione ma inviti i propri iscritti a votare in ordine sparso? Il nodo è, semmai, nel processo decisionale: ci vuole innanzitutto una costruzione democratica delle scelte, e accanto a questa una via d’uscita – che naturalmente non può costituire la normalità, soprattutto sulle questioni meramente politiche – per quei singoli parlamentari che, per motivi di coscienza, motivino all’interno del gruppo il proprio dissenso. Perché il dissenso delle minoranze è una grandissima manifestazione di libertà, ma per esistere ha bisogno di un consenso delle maggioranze: l’uno e l’altro, da soli, perdono di significato. È vero, infatti, che l’Italia non si cambia con pattuglie di robot telecomandati, ma nemmeno a botte di posizioni personali e di distinguo.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta Di Mantova, Gazzetta Di Reggio, Il Centro, Il Mattino Di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna Di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta Di Modena]</em></p>
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		<title>La difficile scelta di un leader</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2013 19:43:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" alt="cardinali conclave cappella sistina" src="http://www.formiche.net/wp-content/uploads/2013/03/conclave1-400x264.jpg" width="445" height="293" /></p>
<p>Se vuoi prendere una decisione difficile nel modo migliore, scrive Sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi spirituali, segui alcune regole per aiutarti nel discernimento. Una è quella di immaginare che la scelta non riguardi te, ma una persona diversa: che cosa consiglieresti di fare a un uomo “mai visto né conosciuto”, nelle medesime condizioni? Un’altra è quella di immaginare te stesso in punto di morte, senza nessun’altra aspirazione che quella di ricongiungerti a Dio, e chiederti che cosa preferiresti aver deciso in questa determinata circostanza. Benedetto XVI aveva ben chiari questi due criteri quando ha annunciato le dimissioni, al termine di un discernimento lungo e certamente complicato: lo conferma la sua serenità attuale a Castel Gandolfo, speculare alla preoccupazione che si respira nei corridoi vaticani in queste ore, alla vigilia di un conclave dall’esito quanto mai incerto.</p>
<p><span id="more-8578"></span></p>
<p>Joseph Ratzinger non ha nemmeno avuto bisogno di immaginare un altro uomo nelle proprie condizioni, perché lo aveva già visto da vicino: gli ultimi anni trascorsi accanto a Karol Wojtyla, ormai non più autosufficiente eppure gravato di un peso enorme, lo hanno certamente aiutato nella decisione da prendere riguardo a se stesso. C’è bisogno di un uomo nel pieno del vigore, ha detto annunciando le proprie dimissioni, prima ancora che potesse prendere forma l’idea di un cordone di sicurezza da stendere attorno al Pontefice malato: l’esperienza degli anni finali di Giovanni Paolo II, per quanto eccezionale sul fronte della catechesi, aveva mostrato i suoi limiti sul piano del governo della Chiesa. Che oggi, evidentemente, appare a Benedetto XVI una priorità, per evitare che la barca di Pietro finisca travolta dalle tempeste degli scandali.<br />
E qui si inserisce l’altro criterio ignaziano, quello della decisione ritenuta migliore “in punto di morte”: chiunque abbia letto <i>Luce del mondo</i>, il libro intervista con Peter Seewald, sa bene che il professor Ratzinger non ha mai cercato il papato, ma al limite lo ha quasi subito, facendo della propria vita – per usare un’espressione di Madre Teresa di Calcutta – una matita nelle mani di Dio. Ora, in condizioni fisiche via via peggiori e sempre meno forte anche nell’animo, si è accorto che la matita fatica a lasciare il segno che vorrebbe; ha messo l’interesse della Chiesa al primo posto e così, con la libertà di chi non ha altro da chiedere per sé, ha deciso di lasciarla guidare a un uomo dotato di maggior vigore.<br />
Ecco, questo è il punto chiave che ogni cardinale partecipante al Conclave non può permettersi di ignorare. Perché è vero che Benedetto XVI non ha lasciato sulla scrivania del proprio ufficio una busta con il nome del proprio successore, ma è altrettanto vero che la sua uscita di scena – dettata proprio dalla preoccupazione di incidere poco sul governo della Chiesa, in un momento così delicato – obbliga i cardinali a una scelta ben precisa: non un Papa di transizione, ma piuttosto un uomo forte, con doti di leadership e di esposizione mediatica, capace di parlare sia al variegato mondo dei credenti che a una società laica da rievangelizzare, in un momento in cui – a differenza di quanto accaduto in passato – la trasparenza del governo diviene essa stessa una caratteristica decisiva anche per non perdere fedeli, di fronte all’offensiva della secolarizzazione in Occidente e delle altre Chiese nei Paesi in via di sviluppo. Nella scelta del nuovo Papa conterà dunque la provenienza geografica, certamente, ma non meno la sua capacità di comunicare, e il carattere, e la determinazione, e il vigore fisico. Spirito Santo permettendo, naturalmente.</p>
<p><em>[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta Di Mantova, Gazzetta Di Reggio, Il Centro, Il Mattino Di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città - Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna Di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta Di Modena]</em></p>
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		<title>The show must go on</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2013 09:40:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Sarubbi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi è uscita una mia intervista su Wired, a proposito di #opencamera. Che sono sicuro continuerà anche in questa legislatura, per almeno quattro motivi: il primo è che sono stati rieletti alcuni deputati che facevano già #opencamera insieme a me e che certamente proseguiranno; il secondo è che i deputati del M5S, così attenti alla [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.andreasarubbi.it/wp-content/uploads/2013/03/Schermata-03-2456360-alle-10.34.37.png" rel="lightbox[8572]"><img alt="#opencamera @andreasarubbi" src="http://www.andreasarubbi.it/wp-content/uploads/2013/03/Schermata-03-2456360-alle-10.34.37.png" width="445" height="271" /></a></p>
<p>Oggi è uscita <a title="Una guida per far tornare #opencamera" href="http://daily.wired.it/news/politica/2013/03/08/decalogo-opencamera-sarubbi-m5s-24161.html" target="_blank">una mia intervista su Wired</a>, a proposito di #opencamera. Che sono sicuro continuerà anche in questa legislatura, per almeno quattro motivi: il primo è che sono stati rieletti alcuni deputati che facevano già #opencamera insieme a me e che certamente proseguiranno; il secondo è che i deputati del M5S, così attenti alla trasparenza, dovrebbero in teoria partecipare; il terzo è che, con il rinnovamento dei gruppi parlamentari, entra una generazione molto più digitale della precedente e si assottigliano le truppe dei deputati che non sanno nemmeno controllare l&#8217;email. Il quarto motivo mi riguarda e lo trovate in fondo al pezzo di Wired. Buona lettura.</p>
<p><span id="more-8572"></span></p>
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