Partito Democratico

Anche Berlusconi provò a fare un partito della Nazione, ma aveva opposizioni forti. Renzi, invece, ci sta riuscendo, e non tutto il Pd fa salti di gioia.

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Ignazio Marino si è dimesso da sindaco di Roma, dopo 2 anni e mezzo al Campidoglio in cui ha pestato qualche piede e qualche cacca. E il Pd lo ha sostenuto a intermittenza.

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Accordo generico sul Senato e unanimità grazie alle assenze: non è pace improvvisa, né è detto che duri, ma comunque sulle riforme il Pd (per ora) non si scanna, perché non conviene a nessuno.

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La minoranza Pd tende la mano. E quando hai con te Verdini, il re del Parlamercato, sei in una botte di ferro. Ecco perché Renzi al Senato dorme tranquillo.

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Crocetta, Marino, De Luca: il difficile rapporto tra il Pd nazionale e le amministrazioni locali prima o poi va affrontato davvero.

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Il centro da occupare, il partito visto come una valigia pesante, persino il linguaggio: nel Renzi di ieri all’assemblea Pd c’è parecchio Berlusconi.

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De Luca sì, no, forse: breve storia di una vicenda in cui alla fine decide la Corte Costituzionale. Come sempre, d’altronde.

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Strani parallelismi tra Renzi e Marino: il sindaco di Roma soffre e il premier lo molla, ma anche su Renzi il vento cambia e parte del Pd si organizza.

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Tra Venezia e la Toscana, i ballottaggi confermano che il vento sta cambiando: Renzi ha un anno di tempo per dare la scossa.

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Marino divenne sindaco di Roma perché marziano, ora rischia di andarsene per lo stesso motivo. Due parole su Mafia Capitale e la maionese impazzita.

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