brexit

Dopo avere approvato l’allargamento a 28, tirando dentro anche Paesi problematici, fare adesso spallucce al Brexit al grido di “meglio pochi ma buoni” rischia di non apparire credibile. Però è proprio l’allargamento a tutti i costi ad averci insegnato che stare insieme non può essere un supplizio, e che chi va avanti a forza di continui distinguo non è un pilastro su cui poter costruire il futuro.

Già dai tempi in cui noi firmavamo i Trattati di Roma e loro stavano a guardare, preoccupandosi soltanto dell’area di libero scambio, abbiamo sperimentato come l’approccio dei britannici al concetto di Europa unita sia stato guidato sempre da convenienze pratiche nel breve periodo. Quando noi gettavamo il cuore oltre l’ostacolo, proponendo Schengen, l’euro, la Costituzione, le politiche sociali, loro passavano la mano e chiedevano clausole di esclusione; quando noi davamo contributi, loro contrattavano rimborsi. Li abbiamo corteggiati per decenni, sapendo che l’Europa senza di loro sarebbe stata un po’ meno se stessa; ora che se ne andranno, però, possiamo scoprire il contrario: che l’Europa, cioè, potrà assomigliare di più al sogno originario se i Paesi fondatori riprenderanno in mano il progetto, facendogli magari un tagliando e salutando senza rancori chi non ci si ritrova.
Se si guarda all’austerità tedesca in materia di economia, e alla mancanza di flessibilità con cui i parametri economici sono stati applicati negli ultimi anni, l’atteggiamento nei confronti del Regno Unito si capisce ancora di meno: finché Bruxelles è forte coi deboli e debole coi forti, la tentazione legittima di ogni Paese sarà quella di accrescere il proprio potere nazionale – per poter poi contrattare meglio – anziché quella di cedere sovranità. Ma purtroppo ormai la frittata è fatta, e forse si può anche gioire per un pericolo sventato: se infatti a vincere fosse stato il Remain, con le stesse percentuali risicate con cui ha vinto il Leave, si sarebbe aperta l’ennesima fase delle trattative e delle concessioni, offrendo a Londra un’Europa à la carte purché non togliesse la propria stella dalla bandiera dell’Unione.
È in questo contesto, allora, che l’Italia ha tutti gli strumenti per incidere, facendo fronte comune con gli altri Paesi fondatori perché la leadership europea sia condivisa. L’uscita della Gran Bretagna significherà, in quanto a Pil e contributi, un nostro peso maggiore; lo stesso potrebbe dirsi in termini di prestigio internazionale, soprattutto se – come è auspicabile – domani i membri dell’assemblea generale dell’Onu decideranno di eleggerci al Consiglio di sicurezza per il biennio 2017-2018. È verosimile, insomma, che d’ora in poi l’Europa avrà sempre più bisogno di noi, e quindi le nostre richieste potranno essere tenute in maggiore considerazione: a cominciare dall’accoglienza ai migranti del Mediterraneo, che pesano per la quasi totalità sulle spalle della Grecia e sulle nostre.
C’è poi un’altra considerazione da fare, guardando il risultato del Brexit. Se infatti il bicchiere mezzo vuoto dice che la vittoria del Leave aprirà la strada a nuovi rischi di uscita, in un momento fertile per i partiti populisti e antieuropei, il bicchiere mezzo pieno racconta che i più danneggiati dall’uscita saranno i britannici stessi e se ne renderanno conto presto: tra ripercussioni economiche (investimenti, delocalizzazioni), pratiche (vacanze, sanità) e politiche (Scozia, forse Ulster), infatti, avranno davanti qualche anno complicato. Il che, appunto, dovrebbe rendere sempre più convinti quelli come noi, che l’Europa l’hanno scelta dall’inizio e che la reputano l’unica possibilità per confrontarsi alla pari con i giganti del mondo.
Ecco perché, alla fine, neppure tutti gli euroscettici di casa nostra credono davvero all’opzione di lasciare Bruxelles. L’unico a insistere sul referendum è rimasto Salvini, mentre i Cinquestelle post-amministrative hanno ormai tirato fuori il lato più rassicurante: prendono le distanze da Marine Le Pen e dall’estrema destra tedesca, spiegano che gli italiani dovrebbero sentirsi “rincuorati” da loro, affermano di non aver mai messo in discussione la permanenza dell’Italia nell’Unione europea. Perché a scherzare col fuoco, prima o poi, ci si rischia di bruciare.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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