mons. antonio spetta vescovo ventimiglia

Cappellano in carcere, parroco, economo, rettore del seminario. E da un anno vescovo di Ventimiglia – Sanremo, la diocesi adiacente a quella di Albenga – Imperia in cui è cresciuto. Mons. Antonio Suetta è il simbolo della Chiesa che si apre all’accoglienza: ha invitato le sue parrocchie a spalancare le porte ai migranti e ha messo a disposizione il proprio seminario per piantare tende, prima ancora dell’appello di mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ad accogliere tutti quelli che chiedono aiuto. Uomo schietto e informale, è allergico ai convenevoli: “Niente eccellenza, sono don Tonino”.

Don Tonino, cominciamo dall’emergenza a Ventimiglia.
No, cominciamo dal chiamare le cose con il loro nome, perché parlare di emergenza è scorretto: è uno scarico di responsabilità. L’arrivo di profughi e disperati è un fatto che si ripete puntuale almeno dalla scorsa estate, e che comunque – pur essendo calato di numero – non è mai venuto meno nemmeno negli ultimi mesi. In più, vedendo l’andamento degli sbarchi, era ragionevole e doveroso immaginare che si sarebbe riproposto con una certa consistenza numerica.

Tradotto in numeri, “una certa consistenza” significa…
Duecento persone da un mesetto circa, poi negli ultimi giorni più di cinquecento, tutte affamate e bisognose di aiuto. Nulla, comunque, rispetto ai grandi numeri del Brennero o di Calais. Noi offriamo un servizio di pasti a mezzogiorno aperto a chiunque, e le persone arrivano: da quando hanno chiuso il centro che la Prefettura aveva affidato alla Croce rossa, a maggio, la prima accoglienza è gestita praticamente dalla Chiesa. Lo facciamo con il cuore, ma restiamo convinti che chiudere quel centro sia stato un errore da parte del ministro dell’Interno.

Alfano venne a Ventimiglia ai primi di maggio, e subito dopo annunciò la linea dura contro chi rifiutava di farsi identificare.
Fu una decisione più politica che razionale, mi permetta. Qui in Liguria abbiamo la Lega in maggioranza e nella giunta regionale, e anche nelle amministrazioni comunali non sono mancate le pressioni leghiste: è stata una battaglia nel centrodestra, insomma, a cui il ministro dell’Interno ha risposto con la linea dura. Ma non mi pare che abbia funzionato, visto che fino a Ventimiglia i disperati continuano ad arrivare; l’unica differenza è che ora non c’è più nessuno ad accoglierli, se non noi.

Si diceva che quel centro della Croce rossa, in piena città, creasse troppi problemi…
La collocazione poteva cambiare, certo, ma le nostre proposte non sono state accolte. Né quando abbiamo parlato di nuovi siti, né quando abbiamo offerto collaborazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i campi abusivi creati con l’aiuto maldestro dei no border e lo sgombero delle forze dell’ordine, che per fortuna – garantendo noi l’accoglienza a un buon numero di migranti – siamo riusciti a limitare a un centinaio di persone. Ma altre arriveranno ancora, perché la disperazione è più forte della paura.

Ha in mente strade praticabili per uscire dall’impasse?
La strada maestra, purtroppo ad oggi impraticabile a livello europeo, è quella dei corridoi umanitari con una ricollocazione mirata. Una soluzione più a portata di mano, che dipende solo dall’Italia, potrebbe essere quella di gestire le risorse in maniera diversa: anziché spendere soldi in operazioni di polizia e trasferimenti coatti (i pullman fino a Genova, gli aerei fino a Taranto, la permanenza nei centri…), bisognerebbe investirli in alcune strutture in loco capaci di garantire la prima accoglienza e il supporto psicologico. Lì, con l’aiuto di mediatori culturali, si potrebbero convincere molte persone a farsi identificare; per quelle che invece lo rifiutano, magari pensando di poter raggiungere i familiari in Francia, si dovrebbero tentare strade diplomatiche.

La Chiesa in prima linea è merito di Francesco o c’era già prima?
La nostra rete caritativa esiste da decenni. Trent’anni fa c’era l’emergenza tossicodipendenti ed eravamo noi a creare comunità di accoglienza; oggi c’è l’immigrazione ed eccoci qui. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, se non accogliere delle persone e ascoltarle; più le ascolti, più capisci la loro sofferenza, maggiore è l’incentivo a impegnarti. Se invece ne stai lontano, la tentazione è quella di cavartela con gli slogan: tipo “aiutiamoli a casa loro”, per esempio, che banalizza una realtà molto più complicata.

E il Papa?
Il Papa ci ha dato una mossa, questo sì. Con il suo stile e con l’impatto sulla gente, che ora ci provoca di più ad agire. Penso alla richiesta di Francesco di accogliere i rifugiati in ogni parrocchia: ogni territorio ha le proprie specificità, e non sempre è facile, ma è stato un appello che ha già cominciato a dare risposte concrete. Da noi, per esempio, c’è la parrocchia che ha dato i propri immobili in uso alla Caritas, il gruppo che ha adottato una famiglia, l’altra parrocchia che ha adottato quattro donne incinte. E poi, da parte dei fedeli, non manca mai l’aiuto in generi alimentari, vestiti e coperte. D’altra parte, un cristiano non può camminare per strada e girarsi dall’altra parte.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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