giorgia meloni pantheon

Chi conosce Giorgia Meloni da vicino, e la sente con frequenza, diceva già da alcune settimane che il tema della sua candidatura al Campidoglio non era ancora archiviato: così come la gravidanza in corso poteva essere un problema per il suo fisico, la preoccupazione di finire in un angolo lo era per la mente. C’era in ballo, e c’è ancora, la ricomposizione della destra, che nell’era del tardo impero berlusconiano ha l’esigenza primaria di trovare nuovi equilibri e nuovi leader di riferimento. E siccome in politica, come nella vita, a volte i treni passano una volta sola, l’ex ministro della Gioventù ha deciso che bisognava prenderlo: anche perché, nel frattempo, i possibili alleati – divisi da mesi su operazioni autoreferenziali, tradotte nell’appoggio a un proprio candidato contro quello degli altri – hanno fatto di tutto per ridursi all’insignificanza.

Con tutti i loro difetti, nuovamente emersi meno di due settimane fa a Napoli, le primarie del Partito democratico rappresentano almeno un tentativo di risposta a situazioni del genere: se i candidati della stessa area politica sono più di uno, ci si conta prima per evitare di farlo alle urne e rischiare di non arrivare nemmeno al ballottaggio. Ma a destra il confronto interno è un mezzo tabù, nonostante a Roma ci siano diversi esponenti – come Francesco Storace, ad esempio, o come lo stesso blocco di Fratelli d’Italia – che delle conte non hanno mai avuto paura. Ci si gira intorno, prima con i gazebo di Salvini che premiano Marchini e poi con quelli organizzati da Forza Italia per l’investitura di Bertolaso, ma non si arriva mai al punto: nessuno, da quando Berlusconi non è più Berlusconi, ha oggi l’autorità per imporre un candidato su un altro.
Ecco allora l’operazione di Giorgia Meloni, alla quale il fiuto politico non difetta: in assenza di un leader universalmente riconosciuto a livello nazionale, tra Berlusconi in calo e Salvini mai oltre una certa soglia di popolarità, ha capito che – se c’era anche una sola carta da giocare – conveniva giocarsela in casa. E siccome il suo elemento costitutivo  è la romanità, perché è dalla militanza romana che viene ed è a Roma che ha costruito la propria carriera politica, portando i leader nazionali nelle feste di Atreju all’ombra del Colosseo, tanto valeva giocarsi il jolly. Poi, certo, se fosse stata lei a dare le carte magari avrebbe aspettato ancora un po’; ma al 2018 non si è arrivati, perché Marino è caduto prima, e il prossimo giro capiterebbe nel 2021, ossia tra un’era geologica, quando ormai la destra sarà rinata o sarà morta per sempre, ma certamente non sarà più agonizzante e scalabile come è ora.
Che cosa significhi la candidatura dell’ex pupilla di Fini a livello locale è tutto da scoprire: a lume di naso verrebbe da pensare che Bertolaso si ritirerà, anche perché il suo sì a metterci la faccia (dato e smentito un paio di volte, tirando dentro problemi familiari) era condizionato alla garanzia che la sua faccia fosse la sola. Invece Salvini ha fatto retromarcia al primo incrocio, prima con Marchini e ora con Giorgia Meloni: ufficialmente per motivi di linea politica (ma Marchini è più a destra dell’ex capo della Protezione Civile?), in pratica perché anche alla Lega – che di Roma si è sempre occupata poco – la corsa per il Campidoglio serve come leva per far saltare quel poco di equilibrio rimasto a destra di Renzi. Vale dunque la pena, per l’uomo che nel 2009 aveva l’Italia in pugno, correre in rappresentanza di una corrente di destra, con poche possibilità di finire al ballottaggio, solo perché è Berlusconi a chiederglielo? Razionalmente no, ma saranno le prossime settimane a dare una risposta.
A livello nazionale, invece, l’operazione è abbastanza chiara. C’è una nuova generazione – molto più lepenista della precedente e molto meno democristiana, anche perché i democristiani li ha mangiati tutti Renzi – che è in cerca di un leader e che, come in ogni rivoluzione che si rispetti, deve farsi forza e uccidere il padre. O almeno rottamarlo, come diceva qualcuno che poi ne prese il posto.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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