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Se anche il partito-movimento lascia libertà di coscienza ai suoi parlamentari-portavoce, vuol dire che il tema delle unioni civili e della stepchild adoption è davvero dibattuto e ricco di valutazioni differenti. Da un certo punto di vista, per i Cinquestelle sembra quasi una resa: l’idea di una democrazia diretta che avesse bisogno di eletti solo per schiacciare bottoni decisi dalla rete a maggioranza, alla fine, si è scontrata con la complessità della politica. Dall’altro, però, può essere anche visto come un segno di maturità: consapevole dell’impossibilità di riassumere il pensiero dei propri elettori in una posizione unica, la ditta Grillo & Casaleggio si è ricordata che la Costituzione non prevede vincolo di mandato e, per una volta, si affida al discernimento dei propri rappresentanti.

Il problema non è nuovo, visto che i padri costituenti se lo posero quasi settant’anni fa, ma un paio di variabili attuali lo rendono particolarmente spinoso. La prima è la natura stessa dei partiti, che – con l’avvento del bipolarismo – diventano sempre più contenitori larghi: nella scorsa legislatura si sarebbero potute contare le opposte eccezioni dei radicali e dell’Udc, nati come piccole aggregazioni anche attorno a posizioni sui temi etici, ma più passa il tempo e più il pluralismo interno è la regola di ogni gruppo parlamentare.
Tutti in ordine sparso, allora? No, non è detto: la maturità di un partito si misura in base all’ampiezza del minimo comune denominatore che riesce a trovare, anche sui temi più divisivi. Se non c’è dibattito interno, se non c’è confronto, se non c’è desiderio di trovare una sintesi e di lavorarci in buona fede con tutte le energie, allora non esiste una comunità politica; se poi si arriva a un impianto condiviso e ad alcuni punti circoscritti su cui la sintesi è impossibile, allora è lì che la libertà di coscienza può e deve entrare in gioco. Nessuno gridi allo scandalo, nessuno si senta offeso: se si votasse tra gli elettori del partito stesso, infatti, non si otterrebbe mai l’unanimità. E tutti, alla fine, hanno diritto ad essere rappresentati.
C’è però una seconda variabile, legata alla composizione di questo Parlamento, che rende la questione ancora più complicata: è legittimo parlare di libertà di coscienza nell’era del Porcellum e delle liste bloccate, anche al netto di eventuali tentativi di selezione interna (le primarie per alcuni parlamentari Pd, il voto online per i Cinquestelle)? Secondo i libri di diritto, la risposta giusta è sempre sì; secondo la mitica casalinga di Voghera, che a differenza dei libri di diritto va a votare, la risposta giusta è no. Certo, anche le liste bloccate sono compilate seguendo un criterio di rappresentanza vasta, per intercettare una platea ampia, e insieme ai candidati si alternano anche le sfumature su questo o quel tema; ma è una tesi più applaudita in un convegno che in un bar, sia chiaro, e solo la nuova legge elettorale potrà risolvere in parte l’impasse.
Un discorso analogo riguarda poi il ricorso al voto segreto, concepito dai costituenti come uno strumento per permettere al parlamentare, libero da condizionamenti, di esprimersi secondo la propria coscienza senza temere ritorsioni. I rischi, tuttavia, erano noti già all’epoca, se è vero che don Sturzo lo definiva “il rifugio dei deboli, dei senza carattere, degli indisciplinati interiori che al di fuori fanno i conformisti senza dignità”: molto spesso, infatti, il voto segreto si trasforma in un’arma per regolare conti interni, ben al di là del merito dei provvedimenti in questione.
Ciò non vuol dire che sia sbagliato in linea di principio, ma certo non aiuta la politica a riavvicinarsi ai cittadini. Nemmeno quando è utile davvero. L’ultima volta che è stato utilizzato, ad esempio, il governo è finito sotto nella legge sull’omicidio stradale; l’emendamento approvato era di buon senso, ma nessuno ci ha fatto una grandissima figura: né la maggioranza, che avrebbe potuto cercare un confronto più approfondito prima di andare in Aula, né le opposizioni, che non hanno resistito alla tentazione di strumentalizzare il voto in chiave politica. Figuriamoci ora, con le adozioni per le coppie omosessuali.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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