renzi alfano governo

“Questo governo fa cose di Centrodestra”, commentò il ministro Alfano a metà ottobre, quando Palazzo Chigi decise di alzare la soglia del contante. “Francamente cose di sinistra fatte dal governo non mi vengono in mente”, aveva già detto mesi prima, elencando i risultati raggiunti: dalla riforma dell’articolo 18 alla decontribuzione per le nuove assunzioni, passando per l’eliminazione del costo del lavoro dal computo dell’Irap, la responsabilità civile dei magistrati, la riforma della custodia cautelare in carcere, lo sblocco dei tetti stipendiati e le nuove assunzioni per le forze dell’ordine. Tutte cose che Berlusconi aveva sempre detto – è stato il mantra di NCD finora – ma che solo Renzi ha avuto la forza e il coraggio di portare a termine.

A sinistra del Pd, tra i fuoriusciti e quelli che non sono entrati mai, per una volta con Alfano concordano tutti. Basta ripescare le battute di Civati sul suo ex compagno di strada (“Quella di Renzi non è più neppure un’evoluzione del berlusconismo, è Berlusconi”) e le sue critiche alle riforme e alla legge di stabilità (“Renzi governa con il programma dei nostri avversari”), i paragoni storici di Fassina (“La riduzione del welfare per tagliare le tasse è un’operazione di destra che cominciò a fare Reagan negli anni Ottanta”) e le frecciate di Vendola (“Renzi fa la sinistra con Alfano, Confindustria, le lobby del petrolio: la chiami destra, è più onesto”): tra vagonate di dichiarazioni quotidiane c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Quel pezzo di Forza Italia che è rimasto all’opposizione, da parte sua, prende atto. “A scuola mi copiavano i compiti e adesso Renzi mi ha copiato anche il ponte sullo Stretto”, ha detto Berlusconi dopo l’abolizione dell’Imu, mentre lo stesso Brunetta ha accusato il leader del Pd di copiare l’ex Cavaliere “per disperazione”. Alfano, naturalmente, la vede in maniera diversa (“Ci copia perché il nostro riformismo, quello di Centrodestra, è l’unico possibile”), ma la sostanza non cambia: l’opinione diffusa, a destra e a sinistra del Pd, è che nel programma elettorale di Italia Bene Comune – della coalizione, cioè, con cui il partito si presentò agli elettori – sia entrata in questi tre anni parecchia acqua.
Ecco allora i diritti, la cartina di tornasole. Ecco l’urgenza – parole del presidente del Consiglio in un’intervista all’Espresso, il 6 marzo 2015 – di “fare le cose di sinistra”, procedendo sulle unioni civili “con la stessa determinazione che abbiamo messo per la legge elettorale”. Dieci mesi dopo, tra un rinvio e l’altro, l’urgenza è anche elettorale, dunque duplice: da un lato, dare un segnale alla propria base, ossia alle persone che normalmente votano Pd perché si aspettano riforme concrete sui diritti civili; dall’altro, non perdere quel consenso moderato e abbastanza fluttuante che, dalle Europee in poi, ha dato fiducia a Renzi perché lo ha sentito lontano dalla sinistra classica. Tutto lascia pensare, quindi, che ne venga fuori una riforma più soft di quanto annunciato negli ultimi mesi, come del resto è stata quella sulla cittadinanza ai figli degli immigrati approvata dalla Camera e momentaneamente ferma al Senato.
Proprio la preoccupazione elettorale è anche alla base delle titubanze nei confronti del reato di clandestinità, che il ministro della Giustizia vorrebbe abrogare e quello dell’Interno tenere. Se qualcuno conoscesse un po’ il funzionamento dei tribunali, saprebbe che la penalizzazione ha poco a che vedere con il rispetto della legalità; ma l’Italia è un Paese in adolescenza perenne, che ragiona di pancia, e la paura è un’arma fortissima quando c’è da raccogliere voti.
La carne al fuoco, insomma, è parecchia, e i partiti della maggioranza si giocano su questi temi un pezzo della propria identità. I nodi stanno venendo al pettine e l’ipotesi probabile è quella di una trattativa su più fronti: una frenata sulla clandestinità perché gli immigrati sono un bersaglio facile, una non accelerata sulla cittadinanza perché interessa a pochi, un via libera a unioni civili meno arcobaleno e più pastello, e se ci scappa magari pure una poltroncina al Nuovo Centrodestra al ministero degli Affari Regionali.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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