Qui sopra c’è il tabellone che per cinque anni ho sognato di vedere, durante la mia permanenza in Parlamento: è il voto finale – quasi finale, nel senso che manca ancora il Senato – della riforma della cittadinanza. Poi la vita ha deciso diversamente, a me è dispiaciuto ma me ne sono fatto una ragione, e per fortuna dell’umanità nessuno al mondo è insostituibile, nemmeno chi si crede tale: l’importante, quando tieni davvero a qualcosa, è che accada davvero, che tu ne sia protagonista oppure semplice spettatore davanti alla tv. È stato emozionante, e per fortuna avevo parecchi appunti da prendere e un’analisi da buttare giù per la carta stampata, perché se no mi sarei commosso e forse avrei anche sofferto di più la nostalgia. Per quanto riguarda il merito, potrei dire che la mia proposta di legge (firmata insieme a Fabio Granata innanzitutto, ma con noi due c’erano altri 48 deputati di ogni gruppo, Lega esclusa) era un po’ meno light di questa… ma avrebbe senso stare lì col ditino alzato? Noi i numeri non li avevamo, mentre in questa legislatura almeno si sono trovati. E tra niente e piuttosto – se fai politica, purtroppo, te lo devi tatuare sul bicipite – è meglio piuttosto. Se avete voglia di leggere due riflessioni politiche, pubblicate oggi su una quindicina di giornali del Gruppo Espresso, eccole qui.

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