cesare tavella bangladesh cooperazione

La cooperazione internazionale è quel pezzo d’Italia che fa notizia solo in tre occasioni: quando si viene rapiti, quando si viene liberati oppure quando si muore. A volte una delle due ultime circostanze è legata alla prima, altre volte no: il Bangladesh passava fino a poco tempo fa per un Paese tranquillo, e Cesare Tavella – così almeno secondo l’archivio di Aid Worker Security, che raccoglie tutti gli attacchi dei cooperanti nel mondo negli ultimi 18 anni – è stato il primo operatore straniero ucciso nel Paese dal 1997 in poi. Lo hanno seguito mentre faceva jogging, dicono le cronache, e gli hanno sparato. Poi gli estremisti dell’Isis hanno rivendicato, e si capirà se sono davvero loro o se stanno solo sfruttando la scia della notizia per ragioni di macabro marketing del terrore.

L’unica certezza è che Cesare Tavella non sarebbe mai finito sui giornali italiani se non fosse stato ucciso. Come tutti gli altri connazionali che hanno lasciato la propria vita in giro per il mondo, combattendo senza armi per renderlo migliore: attraverso i progetti finanziati dalla Farnesina, oppure tramite quelli di ong internazionali, che – come l’olandese Icco, la rete interconfessionale per cui il veterinario italiano era sotto contratto come Program manager – difficilmente arricchiscono quanti vengono impiegati sul campo. Un po’ perché molte volte, soprattutto in tempi di crisi economica, i bilanci delle organizzazioni sono piuttosto ridotti, tra i governi che chiudono i rubinetti e i partner privati che faticano a finanziarli; un po’ perché i soldi, per chi decide un’avventura del genere, raramente rappresentano una priorità.
Se tutto ciò significa andarsela a cercare, per usare il rimprovero classico del benpensante medio, allora sì, il cooperante è uno che se la va a cercare: si va a cercare il disagio, e talvolta anche il rischio, in nome di un’ideale più forte delle sue paure. Ma banalizzare il tutto e ridurre la cooperazione a un’armata Brancaleone di stravaganti, ignara dei propri rischi, è ridicolo: solo tre settimane fa – tanto per dirne una –si svolgeva a Roma una conferenza promossa da varie reti del settore, insieme al ministero degli Esteri, sulla sicurezza degli operatori nelle aree di crisi e di conflitto. Perché se oggi non conosci le dinamiche locali (politiche, sociali, religiose, economiche, addirittura claniche) metti in pericolo te stesso e il tuo progetto: è vero che talvolta qualcuno lo fa, improvvisando partenze e missioni senza il minimo di programmazione, ma la cooperazione vera, appunto, è un’altra cosa. E Tavella non era un improvvisatore né un ingenuo, ma – come la sua stessa ong ha ricordato – un professionista serio, molto amato dalla gente.
Il problema, appunto, è che il rischio è cresciuto negli ultimi anni, sia per i numeri che per diffusione geografica. Un articolo di Vita riportava ieri gli attacchi agli operatori umanitari tra il 2000 e il 2015: l’annus horribilis è stato il 2013, con 474 operatori uccisi, feriti o rapiti; la regione più a rischio dall’inizio del 2015 è diventata il Sud Sudan (con 12 morti sui 54 totali), aggiungendosi all’ormai cronico Afghanistan – ne sappiamo qualcosa anche noi: Giovanni Lo Porto è stato ucciso da un drone americano proprio al confine tra Afghanistan e Pakistan – e alla Siria, dove non era mai avvenuto un attacco contro cooperanti o personale delle Nazioni Unite prima del 2011.
Il Bangladesh non era mai comparso nelle statistiche degli incidenti, se non per casi sporadici: un lavoratore bengalese dell’Onu ucciso nel 1997, due operatori umanitari internazionali rapiti e scappati in fretta dieci anni dopo, una donna indù violentata e uccisa nel 2009 in un crimine a sfondo religioso, un altro impiegato di una ong locale stordito con delle sostanze psicotrope e rapinato. Roba più da cronaca nera, insomma, che non da avanzata del terrore. Ma ora, con l’Isis che cerca l’omicidio di un occidentale a casaccio per promuovere il proprio brand, nessun posto può più dirsi sicuro al cento per cento. Che è poi la vera vittoria dei fondamentalisti, quand’anche stavolta non fossero stati loro.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “Cesare e gli altri”

  1. FORSE CHE SI FORSE CHE NO scrive:

    L’omicidio dei cooperanti è dovuto forse,in molti casi,alla natura bestiale dei militanti ISIS.Ma in alcuni casi è dovuto alla natura propagandistica delle Associazioni di “Volontari”.Come MEDECINS SAN FRONTIERES,inventato da BernardKCouchner,ex ministro degli esteri del banditello Sarkozy,con lo scopo di estendere l’influenza francese nel mondo.Kouchner invento’ anche la UNION POUR LE MEDITERRANEE,con lo scopo di isolare l’Italia nel Mare Nostrum grazie all’appoggio di Zapatero e..dei Greci,indebitati con le banche di Parigi.Mentre estorce all’Africa immense risorse,possedendo piantagioni di cacao,caffè,banane,e miniere di oro,diamanti,uranio,e mentre,per loro testimonianza,i missionari italiani vengono inviati in quei luoghi per tenere calma la popolazione con un po’ di assistenza in seguito ad un accordo tra il santo GIOVANNI XXIII e DEGAULLE,i francesi vivono in magnifiche enclaves,e gli africani vengono in Italia:magari con uno svuotacarceri ispirato da Parigi.D’altronde,mi risulta ben difficile credere che tutto cio’ sia invenzione della Francia.La pelosa elemosina dell’Occidente non piace molto,ai poveri del terzo mondo:qualcuno di loro pensa che lo facciamo per soldi,che è la ragione per la quale facciamo qualsiasi cosa.Cosi’ non si mostrano tanto grati.

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