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Capire la visita del Papa in America con occhi non americani è un po’ complicato, perché a volte si ha l’impressione di parlare lingue diverse: basti pensare alla distinzione tra laicità e dimensione pubblica della fede e al modo in cui viene vissuta. In Francia c’è una legge che proibisce a un ragazzo ebreo di andare a scuola con la kippah in testa, perché i simboli religiosi vanno relegati al privato; negli Stati Uniti, invece, Dio è dappertutto, a cominciare dalle banconote: è nella cerimonia di insediamento dei presidenti, chiamati a giurare sulla Bibbia; è nella frase, God Bless America, che conclude i loro discorsi.

Che lo si definisca religione civile o in altro modo, questo richiamo continuo a Dio è comunque un collante prezioso per l’identità stessa della Nazione; la maggioranza degli americani lo considera una ricchezza e non un ostacolo all’autonomia della politica, pur non negando alla Chiesa (anzi, alle Chiese e in generale ai leader religiosi) il diritto a uno spazio importante nella vita pubblica. Tanto da farne una bandiera, soprattutto in un momento elettoralmente vivace come questo.
Mai come ora, forse, i cattolici hanno ricoperto cariche di vertice nell’amministrazione statunitense. C’è il vicepresidente Biden, possibile candidato alla successione di Obama, che va nei talk show a parlare delle proprie preghiere con il rosario; ci sono il segretario di Stato e lo speaker del Congresso, nonché 6 giudici su 9 di quella Corte suprema che, pochi mesi fa, ha giudicato incostituzionale il divieto dei matrimoni omosessuali in alcuni Stati, aprendo un dibattito acceso tra i credenti. I vescovi, che hanno manifestato fortemente il proprio dissenso, si attendevano ieri da Francesco una reazione pubblica a Capitol Hill: il Papa l’ha raccolta in una frase (parlando di “minacce interne ed esterne alla famiglia”, di “base stessa del matrimonio messa in discussione”), senza mai rinunciare all’approccio propositivo che lo contraddistingue (“io posso solo riproporre la ricchezza e la bellezza della vita familiare”) e confermando, ancora una volta, di preferire il balsamo sulle ferite al sale.
Non che il Pontefice non abbia parlato chiaro: dall’esigenza di fondare la prosperità economica sulla giustizia sociale (uno dei nervi scoperti dell’America opulenta) a quella di tenere conto dell’ambiente nelle proprie politiche di sviluppo, passando per l’accoglienza dei migranti che tanto ha fatto infuriare Trump; dalle parole sulla pena di morte, un tema che non turba le coscienze di buona parte dei cattolici americani, a quelle contro la vendita di armi ai tiranni, in un Paese che ha talvolta utilizzato la guerra come viagra per l’economia. Ma tutto con un linguaggio morbido, e non a caso: tra i tentativi di Francesco in questo viaggio, infatti, c’è quello di depotenziare l’approccio bellico di chi – una parte non trascurabile della società americana, e ancor più di fronte alla paura di un’avanzata dell’Islam – utilizza il cristianesimo come un bazooka.
Ecco allora il passaggio sulla tentazione del fondamentalismo, da cui nessuna religione è immune. E il richiamo a utilizzare la propria fede come un’arma di speranza e di giustizia, o la citazione della Golden rule (“Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”) che è infatti una proposta in positivo e non un divieto. E anche il passaggio contro la società manichea – sì, gli Stati Uniti lo sono parecchio – abituata a dividere semplicisticamente il mondo in giusti e peccatori, che avrà fatto fischiare le orecchie a molti cristiani abituati a considerarsi sempre nel giusto e a sentirsi per questo legittimati a puntare il dito.
Sì, probabilmente è un discorso più gradito ai liberal che non a certi repubblicani, se l’unità di misura è la campagna elettorale in corso per la Casa Bianca. Ma sarebbe una lettura superficiale, ferma più alla forma che non alla sostanza: dietro ai toni concilianti e all’approccio sorridente, infatti, ci sono dei passaggi – come quello sulla vita da “proteggere e difendere in ogni fase del suo sviluppo” – che, detti da Benedetto XVI, avrebbero dato il via a campagne antipapiste sulla stampa. Potere di Francesco, o forse pigrizia di un’opinione pubblica in cerca di icone.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “God bless America”

  1. SANTO MARKETING scrive:

    I collegamenti tra il cervello e la lingua di questo papa,diciamocelo
    pure,non sempre funzionano al meglio(ci scordiamo la folle richiesta di Amnistia?).Quel che sta compiendo al momento è un tentativo di respingere le sette che ormai invadono l’America latina rimandandole al mittente,ed anzi andando a giocare in casa,del mittente Nordamericano suddetto.La sua dottrina intanto,autorizza fior di pervertiti a sentirsi in qualche modo vicini a Dio,e che presto altri passi saranno compiti i nome della Misericordia.Non va bene cosi’,non va bene la Misericordia in versione normale e super.Cosi’ si scoraggia chi crede che il bene sia Bene ed il Male sia Male e che il concetto sia chiaro,nel Vangelo.E sopratutto che il perdonismo ed il buonismo siano ,come credo,un mezzo per farsi amici i potenti i quali,quasi sempre,sono anche lupi vestiti da uomini,criminali senza scrupoli.Ma gia’…il lupo è stato perdonato,da Francesco d’Assisi.Ed allora ripetiamoci per l’ennesima volta,e consideriamo eventi recenti.Dopo avere ospitato a Roma ed Assisi Tarek Aziz,ed avere ispirato la politica estera di Andreotti(e mi fermo qui),il papato ha scoperto nuove frontiere.Che poi sono quelle vecchie,sin dalla bufala della Donazione Costantiniana.Perdona il Potente ed alleatelo,fesso.Il Potere esiste ed è visibile:che Dio esista non è poi cosi’ sicuro.

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