renzi direzione pd 2

Posto che la linea ormai si decide altrove, anche nei partiti in cui sembrava dovesse prevalere la democrazia della rete, il fatto stesso che il Pd abbia fissato una direzione per decidere sulla riforma del Senato è certamente un punto a suo merito. Detto questo, però, l’incontro di ieri al Nazareno ha dato l’impressione di una liturgia stanca e in buona parte a favore di telecamera, a cominciare dall’intervento iniziale di Renzi: più di un’ora sui destini del mondo, dalla foto del piccolo Aylan ai mondiali di rugby, e solo sette minuti sul punto in oggetto. Che alla fine si è risolto con l’unico compromesso praticabile: un’elezione dei senatori formalmente indiretta, ma accompagnata da una designazione di fatto da parte dei cittadini o da qualcosa di simile.

Il premier la ricorda come proposta Tatarella, anche per attirare i voti di destra; qualcun altro a sinistra preferisce chiamarla proposta Chiti, anche per rivendicare un ruolo della minoranza. In un modo o nell’altro, l’unica certezza al momento è che si tratta solo di un accordo di massima, perché l’operazione di cesello è stata rimandata al Senato; in più, anche a riforma approvata, resteranno delle incognite, perché i dettagli varieranno a seconda delle leggi regionali, e lì dentro potrà nascondersi un esercito di diavoli.
Proprio la natura generica del compromesso, unita ad alcune assenze strategiche (Bersani rimasto a Modena, altri andati via in ordine sparso), ha reso possibile l’unanimità del voto finale; ma che non ci fosse nessuna voglia di spaccarsi era nell’aria già da tempo: la minoranza non voleva uscire umiliata da mesi di discussioni snervanti – condite da gesti plateali, come l’abbandono del tavolo del negoziato – e Renzi stesso non voleva mettersi contro un pezzo del partito, perché l’etichetta del leader abbandonato dai suoi e salvato da Verdini gli sarebbe rimasta addosso per un bel po’. E così si è arrivati a una soluzione comoda, con l’impegno da entrambe le parti che non si ricomincerà col tiro alla fune.
Nonostante l’esito telefonato, però, non sono mancate le frecciate reciproche. L’ala bersaniana del partito ha rimproverato alla maggioranza il ricorso continuo a “veline, diktat e ricatti”, Renzi ha risposto citando tutte le modifiche (134 tra Camera e Senato) introdotte in questi 18 mesi di discussione sulle riforme; quanto all’appello della minoranza a Grasso, perché dia il via libera agli emendamenti sulle parti già approvate da entrambi i rami del Parlamento, la replica renziana è stata piuttosto secca: se si riapre un solo punto, si riapre tutto. E si riapre a chi ci sta, anche se il presidente del Consiglio non lo ha detto esplicitamente.
Pur risolto – almeno sulla carta – il nodo del Senato, però, nel partito restano ancora aperti i problemi di sempre, alcuni dei quali esistenti dalla nascita del Pd (o forse anche prima) e di difficile soluzione. Uno è la discussione sull’identità del partito, che la vittoria di Corbyn alle primarie dei laburisti inglesi ha riaperto: a chi lo invitava a rivedere la linea politica, spostandola più a sinistra, l’attuale segretario ha replicato confermando la propria fede “clintonian-blairiana”. Un altro nodo è quello delle primarie, che il Renzi sfidante voleva apertissime e che il Renzi segretario pensa ora di aggiustare: l’intenzione, neanche troppo mascherata, è quella di ridimensionarle parecchio, perché “lasciano un partito spaccato al momento del voto vero” (Liguria) oppure “rischiano di scegliere il candidato meno forte” (Venezia).
Rispetto agli anni scorsi, però, nel Pd si è quasi azzerato il peso dei caminetti ed è aumentato esponenzialmente quello del leader: i predecessori di Renzi al Nazareno soffrivano molto di più gli equilibri di partito, non solo per le correnti di minoranza ma anche per quelle interne alla maggioranza stessa; nessuno ha mai avuto (per vocazione personale o per situazione contingente) una leadership così forte, tanto da potersi permettere di ricordare agli eventuali dissidenti che la sorte di Varoufakis – condannato dagli elettori all’irrilevanza dopo aver lasciato Syriza – è sempre in agguato. E Renzi, come Tsipras, è convinto di rivincere anche da solo.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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3 commenti to “Tregua, finché dura”

  1. QUALCUNO NON DURERA' scrive:

    Ha fatto bene,Renzi,a parlare dei mondiali di rugby.C’era pero’ un altro argomento.In un talk show che va per la maggiore ieri ha testimoniato un dottore di Napoli,uno che una volta si chiamava”medico di base”,e forse si chiama cosi’ancora.ha detto di avere PROVE INCONTROVERTIBILI che nella sua area di competenza LA GENTE NON SI CURA PIU’ PERCHE’ CON I CAMBIAMENTI IMPOSTI AL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE ,OVVERO CON I TICKET A PAGAMENTO ESTORSIVO,NON HANNO SOLDI PER CURARSI.mentre parlano di amenita’,Renzi ed il suo regime fanno quello che,modestia a parte,avevo previsto mesi fa.Il governo del PD,Renzi ed i suoi mandanti internazionali STANNO ASSASSINANDO L’ITALIA.Peccato,che il bullo abbia parlato di Rugby e,coerente con la sua natura di teppista,abbia offeso quel aroufakis che ha molto da insegnargli,e che abbia scordato Napoli.Forse perchè De Magistris l’ha definita CITTA’ DERENZIZZATA.E lui certe cose non le perdona,coerente con la sua natura.La Toscana,terra di geni,ci sta regalando questo figuro,forse timorosa di esagerare in prestigio.

  2. COMICA FINALE scrive:

    Sarubbi censura il mio post sul medico napoletano mentre l’associazione nazionale dei medici di base insinua che se lo stato pretende di sostituire il medico la gente morra’.E dichiara lo sciopero:che Sarubbi censurera’?

  3. SCARCERATO DOPO DUE GIORNI scrive:

    di censura.manco fossi un rapinatore albanese od uno zingaro ladro scarcerati dopo due giorni.

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