discoteca gallipoli salento movida

Il sindaco di Gallipoli l’ha detta male, malissimo, con quel tweet che invita le famiglie a non fare figli se non sanno educare. Perché educare – e chi è genitore lo sa bene – è un’arte che non si impara alla nascita, ma praticandola, spesso per tentativi ed errori. Tentativi ed errori che si sommano (anzi, a volte si moltiplicano al quadrato) con quelli della tua prole adolescente, a sua volta impegnata in un guado complicatissimo tra le due sponde dell’infanzia e della vita adulta. La prima regola del caso, dunque, sarebbe quella della compassione, e purtroppo in questi giorni se ne è vista poca: più facile accusare che capire, magari trovando un facile capro espiatorio.

L’altra scorciatoia è quella di prendersela con i locali in toto, criminalizzando un settore intero che invece – come del resto i ristoratori e i camionisti, gli avvocati e i giornalisti – ha pecore bianche e pecore nere. Avere spacciatori all’ingresso, tra l’altro, non è necessariamente un richiamo per potenziali clienti, ma piuttosto un guaio per chi esercita un’attività in maniera pulita: significa avere più possibilità di incidenti, ad esempio, e dunque danni al locale stesso in termini economici e di immagine. Se così non fosse – se bastassero, cioè, i biglietti venduti per arricchirsi – non ci sarebbe selezione all’entrata, né vigilanza interna: la maggioranza dei ragazzi che vanno in discoteca, infatti, lo fa per divertirsi in maniera sicura, non per rischiare la vita.
In mezzo c’è la grande zona grigia, che è fatta di tanti fattori diversi e che richiama tutti alle proprie responsabilità. C’è ad esempio la necessità di maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine, e questo è un problema cronico che vale anche per la sicurezza stradale e molte altre cose: maggiori controlli significano maggiori risorse, che non si trovano sotto agli alberi ma solo con una chiara volontà politica di spendere di più in questo campo (necessariamente sacrificandone altri, almeno finché la coperta non sarà così corta). Altrove lo hanno fatto, in Italia non è mai stato così e forse sarebbe il momento di pensarci.
Poi c’è la responsabilità di alcuni locali – questo è vero – che vivono al confine della legalità e che chiudono un occhio o entrambi, rivolgendosi a un target specifico di cercatori di sballo: non pare però il caso del Cocoricò di Riccione, che anzi nel corso degli anni aveva anche avviato iniziative specifiche sul tema della droga, e l’impressione è che la sua chiusura dopo la morte del ragazzo di Città di Castello serva più come monito per l’intero settore, colpendo un simbolo per educare tutti, che non come pena specifica per eventuali colpe commesse.
Infine – e su questo il sindaco di Gallipoli dice la verità, pur sbagliando totalmente i modi e cercando il bersaglio grosso – c’è quella che da decenni, ormai, si chiama emergenza educativa. La Chiesa cattolica italiana ne parla dagli anni Novanta, perché si sente parte in causa: insieme alle altre agenzie educative classiche (la scuola e la famiglia, innanzitutto) ha perso presa sulla società, e non è un mistero che l’adolescenza oggi sia un mestiere complicatissimo, con pochi punti di riferimento e praterie infinite in cui è abbastanza facile perdersi.
Proprio il Papa, venerdì, ha detto ai ragazzi del Movimento Eucaristico Giovanile che il rischio è duplice: andare in pensione a vent’anni, accontentandosi di un orticello fatto di piccole sicurezze e poche aspirazioni, oppure vivere di tensioni perenni, cercandole continuamente e non vivendole come un’opportunità di crescita. C’entrano le famiglie in tutto questo? Certamente, così come c’entrano gli insegnanti e in generale gli educatori, impegnati in un compito fondamentale. Una volta si parlava anche di alleanza educativa, e ogni tanto l’espressione salta fuori di nuovo in qualche convegno o in qualche intervento parlamentare. Ma poi ritorna nei cassetti, fino alla successiva tragedia.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “La zona grigia”

  1. SINDACO DI GALLIPOLI SANTO SUBITO scrive:

    Il sindaco di Gallipoli ha osato mettere il dito sulla piaga:il centro della vita è la famiglia,e se questa non funziona,non funziona nulla nella societa’.Naturalmente si è dovuto dimettere.Se dici cose poco politicamente corrette,lo sai come finirai:il regime non perdona.Quello che accade non è affato difficile da analizzare:si chiama CONSEGUENZA DEL PENSIERO DEBOLE.E conseguenza del pensiero debole significa molte cose:che quel fascio di immondizia stampate definita altresi’ CORRIERE DELLA SERA sta da giorni tifando per le discoteche dello sballo,che se la scuola insegna che il genere sessuale non è una certezza cio’ avra’ le sue conseguenze,che se non esiste un concetto chiaro di giustizia i giudici scarcereranno gli spacciatori imponendo la propria “discrezionalita’,ovvero’ le proprie mire di potere,che se in TV vanno in onda trasmissioni condotte da squilibrati che mirano a diffondere l’odio all’interno delle famiglie cio’ avra’ un costo,che insomma non la tolleranza per il male,ma la sua alleanza con esso costera’.Dietro’ tutto cio’,c’è quelo che le menti insigni della sinistra di regime definiscono “COMPLESSITA'”.Non c’è nessuna complessita’:c’è che impadronendosi della cultura,della magistratura e dei media,e trasformando la conoscenza in immondizia,la sinistra sta distruggendo il nostro paese,

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