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Ci sono città, e Roma è tra queste, in cui si vive per amore: la ragione, infatti, ti spingerebbe a emigrare. Ma un innamorato raramente riesce a ragionare con calma: il suo unico pensiero, quando le cose non vanno, è che le sofferenze finiscano in fretta. Come le buche nelle strade, per esempio. O gli autobus che non passano. O i cassonetti che traboccano. Se indossi la fascia tricolore al Campidoglio, non aspettarti di essere capito, nemmeno se ti sembra di avere tutte le attenuanti del mondo. Che poi, in effetti, qualcuna ce l’hai davvero.

Rispetto a tutte le altre città d’Italia, Roma è un discorso a parte. Come del resto lo sono Parigi e Londra, che però beneficiano di risorse incomparabilmente maggiori. Ha 5500 chilometri di strade (Milano ne ha 1500, Parigi 1880), 520 mila tombini (Firenze ne ha 60 mila), 220 mila lampioni (le altre grandi città ne hanno meno della metà). Ha i cortei, le grandi manifestazioni, le udienze del Papa: dalle transenne all’impiego del personale, tutto ha un impatto sul bilancio del Comune. Ma i soldi sono pochi, e oggi la cinghia è stretta fino all’ultimo buco: tanto che in settimana – così raccontano nei corridoi – un assessore si è sentito chiedere in prestito da un collega una risma di carta, perché i suoi fogli A4 erano finiti e gli acquisti erano temporaneamente bloccati. Pazienza, si dirà: ma quando al posto delle fotocopie ci sono le buche da riempire, e i municipi hanno fondi sufficienti a riparare le strade solo una volta ogni trent’anni, tutto si complica.
Le mitologiche buche – in alcuni casi adottate dai residenti, che ne festeggiano con devozione il complimese – sono diventate il simbolo della città e della sua narrazione: se Nanni Moretti rigirasse oggi Caro Diario, si ironizza, cadrebbe per terra con la Vespa. La versione del sindaco è che quelle buche sono il frutto della mancanza di una manutenzione ordinaria per troppo tempo, quando le strade si sarebbero potute rimettere a posto ma si scelse di spendere i soldi diversamente. Lo stesso vale per le scuole: i numeri del Campidoglio dicono che Alemanno ha investito nella manutenzione soltanto 54 milioni di euro in tutto il suo mandato, e che nell’ultimo anno e mezzo è già stata superata quella cifra.
Come il suo sottosuolo, stratificato nei secoli, anche l’amministrazione di Roma deve fare i conti con le eredità del passato. Dei tempi delle vacche grasse, ad esempio, in cui partiti e sindacati facevano assumere a valanga, creando baracconi impermeabili alle alternanze politiche; per non parlare della costellazione di aziende municipalizzate, con dirigenti tanto strapagati quanto sottoimpiegati. Tutto si cristallizza, e anche ciò che è normale diventa un’impresa: manifesti del Pd in giro per la città annunciano, in questi giorni, che d’ora in poi le officine dell’Atac (quasi 12 mila dipendenti solo per metà autisti, autobus vecchi che si rompono in continuazione) saranno aperte persino il pomeriggio, e che l’Ama (il giardino di casa Alemanno, nello scandalo Parentopoli) raccoglierà i rifiuti addirittura di domenica.
In più c’è la vicenda Mafia Capitale, che ha trovato sponde importanti anche nell’attuale classe dirigente: la risposta della giunta (fermare tutto e riaprire i bandi, facendoli controllare dal magistrato Sabella) è condivisibile nelle intenzioni ma pesantissima per i cittadini, che vedono il decoro urbano al minimo storico perché, appunto, la manutenzione quotidiana riprenderà solo a settembre. Discorso simile per i rifiuti, con la chiusura della discarica di Malagrotta, e il tentativo di normalizzare alcune situazioni fuori controllo (i cartelloni pubblicitari, gli impianti sportivi, gli scavi per i lavori, i camion bar in centro, la stessa Atac che finalmente verrà privatizzata): certamente non si può accusare Marino di scarso coraggio, ma è pur vero che, dal giorno del suo insediamento ad oggi, la vita media del cittadino romano non è migliorata. Anzi. E il sindaco, che non ha nella comunicazione con la città la sua arma migliore, si è infilato in un tunnel abbastanza buio: sondaggi in calo, stampa maramaldeggiante, Renzi pronto a mollarlo al suo destino.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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2 commenti to “Roma brucia”

  1. cicero tertio scrive:

    questo vale più di qualsiasi commemto che io possa fare

    https://www.youtube.com/watch?v=4Ntwc8-gJvU

  2. AMA ROMA,ODIA MARINO scrive:

    E’vero,che a Roma ci si sta per amore.E chi ha visto “LA GRANDE BELLEZZA” ci ha trovato piu’di uno,dei suoi sentimenti.Ma lo sfascio di Roma non è solo innato alla sua “complessita'”,è anche e sopratutto figlio dell’ideologia.Che bisogno c’è di definire “accoglienza” la presenza di sbandati stranieri accampati sui Lungotevere,le trasformazione dei Lungotevere stessi che qualcuno ricorda da “POVERI MA BELLI”in luoghi di spaccio e di pratica del farsi di pere?E perchè non c’è delitto,salvo le debite eccezioni,che non veda come protagonista uno straniero?Roma è stata invasa molte volte nella storia,ma se prima era accaduto per responsabilita’ dei romani(e del mostro chiamato “Papato”)mai era successo perchè gli stessi romani avevano invitato i barbari e li avevano “accolti”.

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