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Ammesso che tenga, l’accordo con Atene annunciato dall’Eurogruppo è quanto di più ragionevole ci si potesse aspettare: un’intesa in cui nessuno si umilia, e in cui ognuno riesce a portare a casa qualcosa di importante. Ci si poteva arrivare prima, questo sì, e probabilmente anche senza passare per un referendum che ha illuso metà Grecia di poter far saltare davvero il banco; ma ci si è arrivati, o almeno così sembra, e questa è comunque una buona notizia per la stessa Europa, destinata a contare sempre di meno – anche a livello economico – se perderà pezzi invece di rafforzarsi.

Le vie del negoziato sono lastricate di ostacoli, e probabilmente lo saranno ancora per un po’: c’è da passare per il Parlamento, dove certamente non si intoneranno peana a Tsipras, e le parole dure del giornale di Syriza fanno già capire lo stato d’animo di chi si sente sedotto e abbandonato. Per una cosa del genere, ritengono alcuni, sarebbe bastato anche il vecchio Pasok, che la nuova sinistra – in teoria più radicale e meno disposta ai compromessi – ha cancellato dalle mappe elettorali. E certo non mancherà chi rinfaccerà al capo del governo la frasi urlate nei comizi, a cominciare da quelle contro i Memorandum e contro la Troika: parole e concetti che ora ritornano prepotenti, perché quelli sono i binari che l’Eurogruppo conosce e che anche Tsipras ha dovuto accettare di percorrere, per non andare a sbattere.
Come sempre accade in questi casi, le colombe hanno avuto bisogno dei falchi: ogni parte aveva i propri, far capire all’altra che cosa sarebbe successo se non si fosse trovato un accordo. Ecco allora i muscoli di Varoufakis, e il suo personale vanto per il disgusto suscitato nei creditori; ecco l’inflessibilità di Schaeuble, che in pieno gioco dell’oca proponeva di ripassare dal via, togliendo di mezzo la Grecia per un po’. Entrambi hanno rappresentato un pezzo di opinione pubblica, e con i loro toni accesi hanno fatto credere ai sostenitori di poter vincere su tutta la linea; nel frattempo, però, c’era chi cercava intese nel campo del possibile, servendosi di ogni arma – compreso il referendum di domenica 5 luglio – per tirare ancora un po’ la corda, ma senza la reale volontà di spezzarla.
Che sia un accordo buono o cattivo, onestamente, è difficile da giudicare ora: l’unica certezza – per usare le parole di Schulz, presidente del Parlamento europeo – è che ci si muove sul filo del rasoio. Certo, gli 80 e passa miliardi in tre anni sono un aiuto notevole, così come la tempistica del prestito ponte e il probabile prolungamento delle scadenze del debito: si dà almeno alla Grecia una spinta per ripartire, in cambio di una vigilanza stretta sulle riforme. L’idea bizzarra di mettere in Lussemburgo il fondo alimentato dalle privatizzazioni alla fine è tramontata, ma è innegabile che Tsipras sconterà comunque un prezzo altissimo in termini di sovranità nazionale: per quanto prometta che saranno riforme nel senso della giustizia sociale, e che “pagheranno coloro che non hanno pagato per la crisi”, in realtà le leggi importanti dovranno passare per l’assenso dei creditori.
Ancora più alto, per il capo del governo greco, è il costo politico: se fosse stato il Centrodestra (o lo stesso Pasok, o quel che ne resta) a firmare l’accordo di ieri, Syriza sarebbe scesa in piazza; a nove giorni dalla vittoria del no al referendum, invece, il vero vincitore sembra il paradosso. C’è un ex premier liberalconservatore, Samaras, che dopo la sconfitta del sì ha lasciato la guida di Nea Dimokratia; c’è un presidente del Consiglio in carica, di sinistra, che accetta un’intesa molto più gradita all’elettorato moderato che non al proprio; c’è un corpo elettorale che non ha ancora capito l’utilità della croce sulla scheda, tanto alle Politiche come al referendum, se alla fine la strada praticabile era una soltanto, e pure molto stretta. Gli antieuro, nel frattempo, si dividono tra chi protesta per gli 80 miliardi buttati e chi perché la Grecia non è stata aiutata abbastanza: se Atene piange, insomma, Sparta non ride.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “Sul filo del rasoio”

  1. VILE,TU UCCIDI UN UOMO MORTO scrive:

    In questa estate,come durante le precedenti,abbondano sulle nostre TV filmati che mostr leoni intenti a sbranare gazzelle,pescicani intenti a divorare foche,e sui piu’ qualificati paesi europei intenti a sbranarne altri.La Grecia ha le sue colpe:quella intanto di avere fatto sulla spesa pubblica quel che in USA si è fatto con le famiglie povere illuse col trucco dei subprime.Allora perchè prendersela con Atene?E perchè farlo se la crisi greca inizia col crollo di wall Street del 2008?Nel Nobvemmbre 2009 Atene chiese 50 miliardi alla Merkel.la culona rifiuto?oggi i greci hanno 350 miliardi di debiti di cui il 90% sono interessi.Atene è la Eluana Englaro dell’Europa.Morta da tempo,si finge di curarla per succhiarle l’ultimo sangue(le suorine che curavano la Englaro,pero,lo facevano per amore,sia chiaro).La faccio breve:le richieste ultimative di Berlino e dei suoi complici,oscena Biancaneve con sette nani baltici di corteo,ed il tono ultimativo,dimostrano che purtroppo che quando parlavo di criptonazismo avevo ragione,tranne che su un punto.Cripto,mi sembra un tantino riduttivo.Come finira’?Quel che è stato seminato crescera’,come è sempre stato nella vita di questo mondo.

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