ignazio marino roma sindaco

I titoli sul calciomercato servono soprattutto a vendere giornali, in un periodo in cui il campionato è fermo: il tifoso lo impara da giovane ma ogni volta ci casca, senza riuscire a distinguere le notizie vere da quelle montate. Una cosa del genere sta succedendo con Mafia Capitale, dove le fattispecie di reato si mischiano con qualche nome buttato in mezzo, preso da un’intercettazione in cui magari veniva solo citato a propria insaputa oppure – la telefonata della segreteria di Marino a Buzzi sul progetto di Leroy Merlin per il sociale ne è l’esempio lampante – stava solo facendo seriamente il proprio lavoro. Al lettore (e all’elettore) medio, poi, risulta difficile distinguere: resta in bocca un sapore di magna magna indistinto, che ti porta a non votare per lo sdegno oppure, se proprio devi farlo, a scegliere le forze antisistema. E se si votasse oggi a Roma, dicono tutti, i Cinquestelle vincerebbero in carrozza.

Non deve essere un lavoro facile, quello di chi ora amministra una città già complicata di suo: nel migliore dei casi passi per ingenuo, nel peggiore per connivente. Quando poi non sai dove cercare i nemici, perché sono dappertutto, lo è ancora meno: Ignazio Marino era arrivato in Campidoglio perché marziano, oggi rischia di doversene andare per lo stesso motivo. Non difende il proprio partito (anzi, quando può lo attacca) e non ne viene difeso, al di là delle dichiarazioni di protocollo; alla destra non sembra vero (perché le responsabilità dell’era Alemanno nell’ascesa tentacolare di Buzzi e Carminati passano improvvisamente in secondo piano) e i grillini, naturalmente, ci sguazzano.
Anche una parte del Pd romano, bisogna dirlo, non si dispera così tanto: tra chi ce l’ha con Marino perché lo ha fatto fuori dal governo della città e chi vorrebbe semplicemente stare al posto suo, è un’impresa riconoscere le critiche fondate da quelle strumentali. In più, anche a livello nazionale, è chiaro come Renzi non abbia nessun interesse a metterci la faccia: se i sondaggi gli diranno che la vicenda capitolina starà togliendo consenso al suo esecutivo, il primo pensiero sarà infatti quello di far saltare il banco, lasciando Roma al suo destino. E per il Centrosinistra sarebbe un’occasione persa, visto che i tempi per un rilancio non mancano e che, almeno teoricamente, la questione morale sembra ritornata centrale.
In una metropoli come Roma, la corruzione può trovare terreno fertile per una serie di motivi. Il primo – per quanto sia poco popolare dirlo – è la legge elettorale basata sulle preferenze, che in un Comune di tre milioni di abitanti significa spesso campagne fuori portata per uno stipendio da consigliere comunale a 1500 euro al mese: ecco allora i legami con gruppi di interesse, che finanziano il tutto per poi passare a riscuotere quando sarà il momento. Poi c’è il tema della gestione amministrativa, che mette insieme una serie di difetti: le duplicazioni tra staff e assessorati, il decentramento mai davvero attuato nei municipi, la burocrazia (che paradossalmente allunga i tempi e diminuisce l’efficienza, quando si rispettano sul serio le procedure), lo strapotere stesso di alcuni dirigenti che sopravvivono a ogni cambio di maggioranza e che hanno grandi libertà di manovra. Infine – e questo è un problema da cui solo i Cinquestelle sono immuni, se non altro per ragioni anagrafiche – c’è un ricambio della classe dirigente piuttosto scarso: alcuni sono lì da decenni, altri hanno lasciato il portafoglio clienti ai figli. Così, per quanto la giustizia possa e debba andare avanti, è indispensabile un’azione della politica, che deve imparare a rinnovarsi prima che siano gli elettori a obbligarla.
Dalla rimozione dei vertici Ama all’ingresso in giunta del magistrato Sabella, Marino ricorda spesso ai giornalisti il proprio impegno per ripulire Roma dalle incrostazioni del passato. Ma l’impressione è che non basti più, perché i cittadini oggi non si accontentano di una politica che rincorre e mette pezze: ecco perché ci vogliono coraggio, ora, e sguardo lungo. Da qui al 2018, infatti, mancano ancora tre anni, e in tre anni una città può essere rivoltata. Ma il Pd avrà voglia di rischiare la faccia per difendere un marziano?

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “Il marziano”

  1. NOMI BUTTATI IN MEZZO,INDISTINTO SAPOR scrive:

    Ma non è cosi’ che si è fatto fuori BErlusconi?E’ il metodo inaugurato dalle Procure e da REPUBBLICA e CORRIERE.Mezze verita’ sufficientiad incriminare innocenti col nazistico”calunniate,qualcosa restera'”,gente che non aveva compiuto nessun reato rovinata con “intercettazioni pur di toglierla di mezzo.Ora il Mostro divora sè stesso.Quanto a Marino,tgiuggiolone non avrebbe mai dovuto essere eletto,visto che Roma se lo trova in testa avendo egli preso il 60% del 40% dei votanti.I soliti militanti insomma,che trinariuciutamente corrono dove il partito ti manda,hanno colpito ancora.Che pesce è un chirurgo,tra l’altro bravo(chè a Philadelphia o dovunque negli USA non metti nemmeno un cerotto su un foruncolo,se non sei bravo)che decide di fare il sindaco?PUo’ succedere di peggio:che uno che fa il sindaco(chesso’,Pisapia) voglia diventare chirurgo.E’ tutto qui il limite della follia di Marino.Un marziano che secondo sondaggi è malvoluto dal 93% dei romani.A me ha portato via l’auto parcheggiata insieme a amille altre sul Lungotevere:mica sul Cupolone.Idiota,ridammi i 126 Euro:servono per far quadrare i “conti”,ovvero per assecondare le mafie finanziarie,per le quali ovviamente tifa.Amico dei gay,amico dei loro amici banchieri,amico di chiunque non sia amico della ggente.

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