g8 diaz

Attendevamo la sentenza della Cassazione su Bolzaneto, a fine maggio di tre anni fa. Avevo visto da poco Diaz, il film di Daniele Vicari, e mi aveva rovinato il sonno di parecchie notti. A Genova ero stato anch’io, qualche giorno prima degli scontri, mentre Berlusconi sistemava i vasi di fiori e faceva togliere la biancheria dai terrazzi per accogliere degnamente i grandi del mondo: era una specie di pre-summit, organizzato dall’associazionismo cattolico, e la tensione era già abbastanza alta.

Uscii dal cinema, dopo Diaz, con un peso doppio: quello delle immagini e quello della politica. Da parlamentare, non potevo permettermi di guardare il film come uno spettatore qualunque: dovevo dare una risposta alle domande che il regista, nei titoli di coda, lanciava alle istituzioni. Contattai Vicari su twitter, ci scambiammo i numeri e organizzammo in un paio di settimane la proiezione alla Camera: insieme a me c’erano Veltroni, Ferrante, Della Seta e Realacci, unico superstite in Parlamento nella legislatura attuale. Non volevamo sostituirci ai giudici, volevamo solo riportare consapevolezza in un luogo che sembrava averla persa.
L’auletta dei gruppi era strapiena, alla proiezione, ma – annotò Il Fatto Quotidiano, il giorno dopo – i parlamentari erano 13 in tutto: noi 5 che l’avevamo organizzata, qualche collega del Pd (tra cui Federica Mogherini, attuale alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e la sicurezza comune), Pierfelice Zazzera dell’Idv, Paola Binetti dell’Udc e un solo deputato di estrazione destrorsa. Era il finiano Roberto Menia, che ringraziammo per averci aperto uno spiraglio: per aver testimoniato, con la sua presenza critica, che la verità su quei giorni non poteva essere solo un problema di sinistra. E di sinistra movimentista, per di più, storicamente vicina a quella Sel che, nella scorsa legislatura, non era neppure in Parlamento.
Arrivò la sentenza, che chiuse il capitolo della cronaca e aprì quello della storia. O almeno così pensavo, e cercai sponde tra le varie forze politiche perché si votasse finalmente l’istituzione di una Commissione d’inchiesta: del resto, a inizio legislatura il Pd aveva già depositato una proposta di legge – a prima firma Bressa, attuale sottosegretario del governo Renzi – per “ricostruire in maniera puntuale la dinamica degli scontri”, accertare eventuali sospensioni “dei diritti fondamentali garantiti a tutti i cittadini dalla Costituzione”, ricostruire “la gestione dell’ordine pubblico facendo luce sulla catena di comando”. Di Pietro, che ai tempi del governo Prodi si era opposto, mi sembrò possibilista: gli interessava solo che il processo fosse concluso, e lo era. Ma gli equilibri politici – con le larghe intese, il Centrodestra in maggioranza e Monti al governo – bloccarono tutto, e l’idea della Commissione finì di nuovo in un cassetto.
Già, Monti. Io lo sostenevo convintamente, ma senza rinunciare alla mia autonomia. Così, quando arrivarono le motivazioni della sentenza di Cassazione, depositai un’interrogazione su Gianni De Gennaro, che in quel governo era stato nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’informazione e alla sicurezza. La firmò, insieme a me, Furio Colombo, e non c’era davvero nulla di astioso: pur riconoscendo il valore del servizio da lui reso allo Stato in altri frangenti, chiedevamo al capo del governo come potesse restare in quel posto una persona che aveva proposto e ottenuto l’avanzamento in carriera dei collaboratori responsabili della macelleria messicana, poi condannati e interdetti dai pubblici uffici.  Gli chiedemmo se non fosse il caso di agire nel segno della discontinuità, rivedendo una nomina a nostro parere inopportuna, al di là delle capacità della persona stessa.
Quella risposta non arrivò mai e De Gennaro mantenne l’incarico. Il resto è cronaca: Finmeccanica, la Corte di giustizia europea, il presidente del Pd che definisce addirittura “vergognosa” la nomina dell’ex prefetto, la prudenza estrema del governo – compreso Andrea Orlando, che pure nel 2001 a Genova era in piazza – e un silenzio che spacca i timpani. Se ai manifestanti di quel G8 avessero detto che, 14 anni dopo, qualcuno di loro sarebbe stato ministro, magari avrebbero sperato in un finale diverso.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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