berlusconi struccato vecchio

La prima premessa, doverosa, è che certe cose non si tramandano per testamento o per quota legittima, né è sempre sufficiente attrezzarsi per tempo, formando gli eredi. Le società di calcio appartengono appunto alla categoria, e la storia recente ne è un esempio: se si eccettuano forse la Roma dei Sensi (ora in mani americane) e l’Udinese dei Pozzo, non ci sono grandissimi esempi di gestioni familiari semplici. La Juve degli Agnelli è passata per il terremoto di Calciopoli prima di avere la nuova dirigenza, mentre Massimo Moratti ha preso l’Inter quando ormai il padre l’aveva lasciata da 27 anni. Non basta dunque una Barbara amministratrice delegata, peraltro a metà con Galliani, per garantire un futuro radioso al Milan se papà Silvio deciderà di occuparsi d’altro.

La seconda premessa, altrettanto doverosa, è che per la politica più o meno funziona allo stesso modo. Un po’ meno, certamente, perché dal Parlamento e dal governo sono passati – e continuano a farlo – parecchi figli di ex parlamentari e di ex ministri; se uno qualunque tra i figli di Berlusconi decidesse di fare il deputato o il senatore, non avrebbe che da chiederlo a papà e in un nanosecondo finirebbe capolista alle prossime elezioni. Ma il leader politico è un altro mestiere, o ce l’hai dentro o non ce l’hai, e non pare di capire – almeno per ora – che i vari Piersilvio, Marina, Eleonora e Luigino nutrano dentro di sé questo sacro fuoco.
Restano dunque le aziende, e qui il discorso per Silvio si fa più semplice. O almeno un po’ meno complicato, mettiamola così, perché oggi non c’è una Fininvest da creare dal nulla ma un impero economico da mantenere. E si può mantenerlo in vari modi: anche vendendo, ad esempio, oppure ristrutturando le varie società a seconda dei nuovi bisogni, che non sono quelli di inizio anni Novanta.
Quanto era importante l’informazione per un imprenditore che si trova, alternativamente, a governare il Paese o a guidare l’opposizione? Moltissimo. Quanto lo è oggi, con un Berlusconi in fase calante, ormai scavalcato dall’ascesa dei quarantenni Renzi e Salvini e destinato a non ripetersi più? Molto meno. Non stupisce, allora, che nella galassia Mediaset l’informazione non stia vivendo un gran momento: per dirla con le parole di alcuni colleghi che ci lavorano, e che assistono al ridimensionamento in atto, “è come se si stesse svuotando tutto dal di dentro, lasciando solo l’involucro esterno”. Che poi, a pensarci bene, è qualcosa di simile a quanto sta accadendo nel calcio e in politica: del Milan oggi è rimasto forte soprattutto il brand – ancora appetibile agli investitori internazionali e ai miliardari asiatici, nonostante la crisi di risultati – mentre a livello sportivo la società è scivolata in secondo piano; la stessa Forza Italia, tutto sommato, ha un marchio ancora spendibile (che vale comunque il 10 o il 15 per cento, almeno finché ci sarà Berlusconi, anche senza fare nulla), mentre a livello politico non tocca palla da un bel po’.
Sarebbe impietoso fare paragoni tra il Milan di oggi e quello di Sacchi e degli olandesi, che pure indossano la stessa maglia a strisce rossonere; allo stesso modo, la Forza Italia del 2015 – ancora indecisa se essere populista, liberale, o una via di mezzo post-democristiana – è molto diversa dal partito del 1994, che imbarcò diverse teste pensanti dando a molti l’illusione di una rivoluzione in corso. L’addio di Bondi è un certificato di morte, non tanto per la caratura politica del personaggio quanto per il suo valore simbolico: passare da Pera, Urbani e Martino al cerchio magico attuale, guidato dalla coppia Pascale-Rossi, significa non essere stati in grado di lasciare un’eredità che andasse oltre il simbolo elettorale.
Ecco, se c’è un rimprovero che può essere mosso a Silvio Berlusconi, in questi anni, è di non aver pensato abbastanza al dopo. Rimandandolo sempre – e l’attenzione morbosa al proprio aspetto fisico ne è una conferma – e sperando che non arrivasse mai. Ora è arrivato, o sta per arrivare, e tutto è ancora possibile: il Milan ai cinesi, Mediaset ai francesi di Vivendi, Forza Italia a metà tra Renzi e Salvini. Ma almeno nei primi due casi non sarebbe gratis.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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