minoranza pd fassina civati cuperlo

Se due solitudini non fanno una coppia, tre o quattro minoranze non fanno un partito: viva la sincerità di Nichi Vendola, che ieri al consiglio nazionale di Sel ha condiviso la propria preoccupazione per “lo sbando esistente” tra le forze a sinistra di Matteo Renzi. Ammesso che di sinistra si possa parlare, perché in certi casi non è la collocazione politica a fare la differenza: tra Gennaro Migliore e Rosy Bindi, infatti, chi sta con Renzi è il primo, mentre la seconda è in piazza quando Landini definisce l’attuale presidente del Consiglio “peggiore di Berlusconi”. Quel Berlusconi che con lei, come dire, non ha mai avuto un grande feeling.

La minoranza del Partito democratico è in grande imbarazzo, e la direzione di oggi pomeriggio sulla riforma elettorale le misurerà la febbre: se si risolvesse tutto contrattando una trentina di capilista blindati e magari l’arrivo al governo di un nome non sgradito, vorrebbe dire che il fumo di questi mesi è stato molto più dell’arrosto. Probabilmente è ciò che lo stesso Vendola crede, quando afferma che “sta finendo il tempo persino di una credibilità di una battaglia interna al Pd”: al di là dei proclami e dalle prese di distanza, in certi casi quotidiane, i cosiddetti dissidenti finora non hanno portato a casa molto. Resta da vedere se, dopo un anno di sconfitte interne, avranno voglia e forza di continuare la battaglia da fuori: uscendo, cioè, da quel partito di cui, quasi quotidianamente, criticano le scelte.
Da un punto di vista razionale, rompere il Pd oggi potrebbe sembrare una follia: viaggia sempre intorno al 40 per cento o poco al di sotto, dà l’idea di essere una forza di governo e soprattutto appare senza alternative reali, almeno nel breve periodo. Ma altrettanto irrazionale è rimanerci, quando non passa giorno senza una presa di distanza: che sia sulla legge elettorale o la riforma della Rai, il Jobs act o lo Sblocca Italia, le primarie o gli 80 euro, a forza di fare il controcanto si finisce per cantare un’altra canzone. E quando poi si parla addirittura di progetti alternativi – come Pippo Civati, che con Possibile segue l’onda spagnola di Podemos – è difficile spiegare ai propri elettori che cosa ti tenga legato a un partito che non sopporti più ma che non hai la forza di cambiare: la “credibilità di una battaglia interna”, per dirla ancora con Vendola, funziona quando sei dentro con tutti e due i piedi, non quando vivi sulla soglia.
Ecco, allora, che la minoranza del Partito democratico arriva oggi a un bivio, perché la legge elettorale non è un argomento qualunque, ma la cartina di tornasole di una linea politica. Alcuni –lo stesso Civati è impegnato contemporaneamente in una conferenza stampa con Sel e Syriza, a proposito di piedi e di soglie – non parteciperanno al voto in direzione; altri – tra i quali addirittura Bersani, che evidentemente ha abbandonato la religione monoteistica della ditta – hanno annunciato che, qualunque sia la decisione, non voteranno il testo in Parlamento. Che facciano bene o male, nel merito, è soggettivo; oggettiva appare, invece, la difficoltà in cui si trovano gli avversari interni del segretario Pd, finiti in quella terra di mezzo tra Renzi e la sinistra radicale in cui oggi fatica a crescere l’erba.
Qualcuno, come i transfughi che a giugno lasciarono il gruppo parlamentare di Sel per iniziare un cammino che quattro mesi dopo li avrebbe portati nel Partito democratico, lo aveva capito per tempo: le dimissioni di Migliore da capogruppo sul decreto Irpef, quello degli 80 euro, furono precedute da confronti piuttosto accesi in cui si discuteva proprio di questo. I deputati che poi lasciarono Vendola, formando Led, sostenevano che ingoiare qualche boccone amaro al governo sarebbe stato molto più utile dell’irrilevanza all’opposizione; quelli che invece restarono – e che oggi, paradossalmente, si ritrovano in piazza con pezzi della minoranza Pd – ritenevano invece che non si dovesse piegare la testa in nome della realpolitik. Di certo, se l’alternativa di sinistra a Renzi è tutta nella piazza di sabato, fa bene Vendola a preoccuparsi.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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