Renzi Lupi dimissioni

L’assunto dottrinario di Matteo Renzi sulla giustizia è piuttosto chiaro, e visto il clima anche molto coraggioso: le indagini servono solo per chiarire, un processo ha più gradi di giudizio, un cittadino è innocente finché la sentenza di condanna non sia passata in giudicato.  Il problema è il corollario: in certe circostanze, anche se una persona è innocente per la legge, non lo è per la politica. Deve dunque prenderne atto, come se fosse colpevole, ma con una differenza: che nel caso di una condanna giuridica ci pensano i giudici, mentre in quello di una condanna politica ci devi pensare da solo. Cioè, ti devi dimettere: spontaneamente, giurando che nessuno te l’ha chiesto e che, anzi, ci sono rimasti pure male, ma per te il bene del Paese era prioritario.

Ecco, la vicenda Lupi è andata più o meno così. Con quell’aggettivo magico, “politico”, che in politica è un attrezzo milleusi: “la questione va risolta politicamente”, per esempio, vuol dire che bisogna mettersi d’accordo in qualche modo, anche poco elegante; “la candidatura di Tizio è stata una decisione politica” vuol dire che Caio non deve rompere troppo le scatole, perché ai piani alti così hanno voluto, eccetera. Lupi, insomma, si è “dimesso” per ragioni “politiche”. E i sottosegretari indagati? No, per loro vale l’assunto dottrinario sulla giustizia, di cui sopra: la politica, in questo caso, si ferma sulla soglia.
Ci possono essere valutazioni diverse sul tema, e sicuramente ce ne sono anche tra gli elettori dello stesso Renzi: qualcuno è allergico ai forconi, già dai tempi in cui Veltroni decise di apparentarsi con Di Pietro alle elezioni del 2008, e qualcun altro auspica invece il massimo dell’intransigenza, convinto che sia meglio sbagliare per eccesso che per difetto. Quello che è difficile, in ogni caso, è tenere insieme le due cose: l’assunto dottrinario garantista, cioè, e il corollario politico giustizialista. Perché rischi di apparire incoerente – e infatti è ciò di cui il presidente del Consiglio viene accusato – o, peggio, opportunista in base alle convenienze del momento e al partito di provenienza del soggetto coinvolto.
C’è poi un altro aspetto, che per onestà intellettuale va tenuto in conto: se c’è un punto su cui Renzi ha costruito il consenso, già dalle primarie perse contro Bersani, è stato proprio quello dell’intransigenza. Come questione di stile, innanzitutto, partendo dall’idea che la politica debba dare l’esempio: sulla scorta che accompagnava Anna Finocchiaro all’Ikea ha messo in piedi un tormentone elettorale, con la vicenda di Anna Maria Cancellieri (“Se fossi stato il segretario del partito, non l’avrei difesa”) ha dato le ultime martellate a un governo Letta già traballante. Ogni volta che questa intransigenza viene meno, dunque, il leader del Pd rischia di perdere voti: che sia l’elicottero per andare a Roma – motivi di sicurezza? Senza dubbio. Ma allora non valevano anche per l’Ikea? – o che siano 6 sottosegretari indagati, è difficile chiedere all’elettorato di passare in un nanosecondo dalla pancia alla testa. È un continuo giocare col fuoco, insomma, che può lasciare qualche bruciatura: anche perché il MoVimento 5 Stelle è sempre lì, ed è in momenti come questo che può passare facilmente alla cassa, senza nemmeno bisogno di aprire bocca.
Ma non è certo Renzi, in ogni caso, colui che esce peggio dalla vicenda: il vero sconfitto, in queste ore, sembra infatti Alfano, che non ha la forza per tenere testa al premier né quella per uscire dal governo. Il Nuovo Centrodestra, schiacciato tra destra e sinistra, può solo sperare che la nottata passi in fretta, e che – magari sull’onda delle elezioni francesi – ritorni anche in Italia la destra perbenista. Più tardi si vota, insomma, meglio è: oggi, con ogni probabilità, il ministro dell’Interno – che potrà anche conservare la poltrona al Viminale fino al 2018, ma nel frattempo rischia di vedersi pezzi interi di partito in transumanza verso altri lidi – avrebbe addirittura difficoltà a fare le liste e a decidere con chi stare.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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