L’idea che resta, dopo aver visto Maurizio Lupi ieri alla Camera, è quella di un braccio di ferro dagli esiti ancora incerti. Che potrebbe essere facilmente vinto dai fautori delle sue dimissioni, se Matteo Renzi decidesse di mettere i muscoli sul tavolo, ma che – visti i precedenti – non è detto che lo sia. Perché l’unica certezza, al momento, è che l’attuale ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture non ha nessuna voglia di lasciare l’incarico: ne spiegherà il motivo al Parlamento, ha detto, quando avrà la possibilità di farlo in più di tre minuti, cosa che invece i tempi contingentati del question time non gli consentivano.

La difesa del ministro è tutta politica, come del resto politiche sono le accuse che gli si muovono: nei suoi confronti non c’è nessuna indagine aperta, e la stessa vicenda del figlio non ha assunto al momento contorni penali. Del resto, però, non c’era nulla di penalmente rilevante nemmeno a carico della sua ex collega Nunzia Di Girolamo, che pure venne costretta a lasciare nella fase finale del governo Letta, né della stessa Josefa Idem, che in altri momenti di questa legislatura fu convinta al passo indietro per una storia che farebbe oggi sorridere.
Erano tempi diversi, con un Pd meno centrale negli equilibri di governo, e valeva la regola d’oro degli esecutivi di coalizione: le caselle sono divise scientificamente tra le forze di maggioranza, e – detta così non sembra molto costituzionale, ma la prassi politica non sempre lo è – ogni partito di fatto controlla le proprie. Quello stesso Letta che poteva dunque chiedere le dimissioni a Josefa Idem non aveva, invece, la forza di pretenderle dai suoi alleati: né da Angelino Alfano, quando scoppiò il caso Shalabayeva, né da Anna Maria Cancellieri, nel bel mezzo del ciclone Ligresti.
Rimasero entrambi al proprio posto, e il presidente del Consiglio di allora non furono risparmiate critiche: le più dure furono proprio quelle di Renzi, sia in campagna per le primarie che da fresco segretario del Pd, e si appellavano a condivisibili ragioni di opportunità. Ma con i ministri degli altri, naturalmente, è più facile essere intransigenti: quando ti trovi a governare, invece, tocchi con mano la delicatezza degli equilibri e cerchi, innanzitutto, di non farli saltare. Magari premendo perché si risolvano da soli – come del resto fece anche Letta – ma senza arrivare allo scontro totale. E nel frattempo ti giochi un po’ di faccia, sia chiaro, perché in politica nulla è gratis.
Proprio la questione della faccia – ossia della reputazione del premier, che non è insensibile al tema – potrebbe giocare, a questo punto, un ruolo importante nella vicenda: la corruzione, infatti, non è un argomento come tutti gli altri, e un sondaggio pubblicato proprio da questo giornale in occasione del primo anniversario del governo Renzi indicava la nomina di Raffaele Cantone tra i provvedimenti più apprezzati (e più ricordati) dagli elettori. Se c’è un tema su cui al presidente del Consiglio conviene forzare la mano con gli alleati, insomma, è questo: anche perché l’immobilismo, in casi del genere, viene interpretato dall’opinione pubblica come connivenza.
C’è poi un altro motivo che potrebbe portare al braccio di ferro vero e proprio, ed è tutto politico: un anno fa il caso Lupi sarebbe stato molto più delicato, perché Renzi sapeva di non poter fare a meno del Nuovo Centrodestra in Parlamento, mentre oggi i rapporti di forza sono cambiati a suo vantaggio. Prima c’è stato l’exploit delle Europee (Renzi al 40,8%, Alfano più l’Udc al 4,4%), poi l’elezione di Mattarella (con Ncd favorevole, ma non determinante); in mezzo, uno sfilacciamento di SEL e del MoVimento 5 Stelle che ha allargato la maggioranza di governo, togliendo di fatto al Nuovo Centrodestra la golden share. Se Renzi volesse, in sostanza, potrebbe anche tirare la corda: ecco perché, nonostante le intenzioni di Lupi, il caso non è ancora chiuso.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “I muscoli sul tavolo”

  1. cicero tertio scrive:

    Se pensiamo che Monti che ha mandato in rovina il paese facendo interessi altrui è stato nominato senatore a vita e tutt’ora rilascia interviste e dichiarazioni le marachelle di questi personaggi minori fanno sorridere. Vale sempre il famoso proverbio che “chi puù sporca la fa priore diventa”.

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