Berlusconi Renzi Raiway Ei Towers Rai Mediaset

Due frasi di Matteo Renzi, a distanza di pochi giorni. Una è quella di ieri ai giornalisti, nella conferenza stampa dopo l’incontro con il segretario generale della Nato: “Dovete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quello che sono. Non politiche, ma di mercato”. L’altra è quella di lunedì 16, quando all’ultima direzione del Pd citò il film Birdman: “Nel nostro tempo la comunicazione ha assunto un ruolo talmente pervasivo ed efficace che diventa snob o velleitario pensare di rispondere dicendo ‘noi ci occupiamo di contenuti, lasciamo stare la comunicazione’”. Ecco, la vicenda Rai-Mediaset è tutta qui, e forse è tutto qui anche l’ultimo ventennio della politica italiana.

Se una società quotata in Borsa vende fagioli in barattolo, e un’altra vuole comprare i suoi macchinari con un’offerta allettante, quello è mercato. Che non significa far west, sia chiaro, perché anche il mercato ha i suoi limiti: altrimenti, in Italia non esisterebbe un’Autorità indipendente garante della concorrenza, con poco meno di 300 dipendenti e un costo per le casse pubbliche di circa 35 milioni di euro l’anno per il solo personale. Invece l’Antitrust svolge un lavoro utile e prezioso, e proprio nei passaggi più spinosi – come l’offerta di Ei Towers sulle torri della Rai, o quella di Mondadori su Rcs – è chiamata a dimostrarlo.
In questo caso, però, non è di fagioli che si parla, ma di comunicazione. E l’aspirante compratore è colui che su un colosso editoriale ha costruito la propria carriera politica, e il possibile venditore – seppure in quota parte – è il governo stesso. Se ci fosse una legge seria sul conflitto di interessi, il problema non si porrebbe: il magnate farebbe il proprio mestiere, la politica pure, e l’Antitrust (insieme alla Consob, trattandosi di società quotate in Borsa) altrettanto. Ma questa legge non c’è, né sembra all’ordine del giorno in un prossimo futuro: fino a che punto, allora, l’operazione di mercato rimane una notizia economico-finanziaria, senza ripercussioni politiche? Nessuno, a oggi, è in grado di dirlo.
Ci sono in giro varie letture della vicenda Rai-Mediaset, ognuna legittima ma nessuna definitiva. La prima (antirenziana) racconta di un patto del Nazareno in grandissima forma, con una divisione della posta conveniente per tutti: al presidente del Consiglio la politica, a Berlusconi – ormai in fase di distacco dai Palazzi romani, di fronte alle difficoltà di Forza Italia e all’ascesa di Salvini – la prosperità delle aziende di famiglia. La seconda (filorenziana) dipinge invece un quadro diametralmente opposto: patto del Nazareno ormai irrimediabilmente compromesso, ex Cavaliere inferocito e pronto a riprendersi, sul terreno economico, la centralità che gli è stata tolta.
A seconda della lettura che si vuole dare, il segretario del Pd fa la figura del compagno di merende o dello statista con la schiena dritta: cosa che non avverrebbe mai, appunto, se dall’altra parte non ci fosse Berlusconi. Che magari esce di scena, finisce ai servizi sociali di Cesano Boscone, attende con ansia l’esito dei processi ancora in corso, non è più in grado di controllare nemmeno i suoi, ha un’immagine stanca e appannata, eppure continua a spaccare l’Italia come ha fatto costantemente dal 1994: quanti oggi sarebbero ugualmente preoccupati del 51 per cento di RaiWay in mano pubblica, se al posto suo ci fosse un altro grande editore, magari straniero?
In un Paese più normale del nostro, ci si preoccuperebbe innanzitutto delle conseguenze della vicenda per la collettività: di fronte a introiti consistenti, in un quadro che non mettesse in discussione il pluralismo e che non minacciasse il servizio pubblico, si scenderebbe in strada a festeggiare. Ma l’Italia è l’Italia, e dalla legge Mammì in poi – Sergio Mattarella lo sa bene, visto che si dimise da ministro proprio per la fiducia su quel provvedimento – si è inclinato un piano che porta oggi i cittadini a dubitare di tutto: anche di un’offerta che, potenzialmente, potrebbe essere vantaggiosa per lo Stato. Eppure basterebbe una leggina sul conflitto di interessi, approvabile in un paio di settimane, per farci voltare pagina.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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