minoranza pd

L’ultima puntata della serie, tra il grottesco e l’amaro, è lo scambio epistolare tra Pierluigi Bersani e la deputata Giuditta Pini, sua strenua sostenitrice alle primarie 2012 che portarono poi – di fatto – alla composizione del Parlamento attuale. Lei che il giorno prima, in un’intervista a Repubblica, rinfaccia all’ex segretario di aver cambiato idea tante volte sulla legge elettorale, pur di fare opposizione a Renzi; lui che la mattina dopo, sempre su Repubblica, la invita a trovare il coraggio di raccontare agli elettori le magagne dell’Italicum e a prendersene la responsabilità; lei che all’ora di pranzo prosegue il dibattito su Facebook, chiudendo con la speranza “che questa discussione possa essere trattata nel rispetto e non nel sospetto reciproco”.

L’impressione, leggendo i commenti accesi in rete tra le varie fazioni in campo, è che ormai sia troppo tardi per recuperare i rapporti umani: se c’è un padrone di casa nel Pd, in questo momento, non è neppure il presidente del Consiglio, ma proprio il sospetto reciproco. La verità è che non ci si fida fino in fondo gli uni degli altri, e questa sfiducia ha messo in secondo piano gli stessi contenuti: anche perché il giudizio sui contenuti, va detto per onestà, varia spesso in base alle esigenze correntizie e alla convenienza del momento.
Il gruppo parlamentare del Partito democratico che si ritrova martedì per parlare del Quirinale ha perso per strada molte caratteristiche costitutive di una comunità politica: l’ascolto reciproco, la schiettezza, forse la stessa voglia di stare insieme. Qualcuno, tipo Civati, ha già dichiarato che in primavera se ne andrà, e allora ti chiedi perché non lo faccia subito, anziché dare i tre mesi di preavviso come se fosse un dirigente d’azienda; qualcun altro, tipo Fioroni, minaccia di andarsene da anni, e nel frattempo fa capire che i propri voti (una sessantina) al candidato di Renzi non saranno scontati; altri ancora, pur senza invocare apertamente la scissione, scrivono documenti per contarsi e votano in dissenso dal gruppo oppure escono dall’Aula. Poi ci sono quelli sul carro del vincitore, affollato come sempre, che non muovono un dito per ricomporre le fratture: chiedi un’opinione sui dubbi dei dissidenti e ti rispondono, come fa appunto Giuditta Pini a Repubblica, che “se volessero andare via forse sarebbe più corretto”.
Non che in passato mancassero le correnti, ma il clima di oggi è addirittura peggiore di quello che, due anni fa, costò il Quirinale a un candidato forte come Prodi. Mentre infatti nel 2013 Bersani era piuttosto preoccupato della minoranza del partito, e anche per questo – oltre che per carattere – più propenso al dialogo, l’attuale segretario ha lavorato da subito per renderla ininfluente: l’ha scavalcata a sinistra con l’ingresso di alcuni deputati provenienti da Sel, l’ha neutralizzata nei numeri (e i voti al Senato sull’Italicum lo stanno dimostrando) con il patto del Nazareno. Il pallino, dunque, è completamente nelle sue mani, e l’unico risultato realisticamente raggiungibile dalla minoranza del partito sarà bloccare il candidato meno gradito tra quelli della rosa ristretta già decisa con Berlusconi.
Così, probabilmente, andrà a finire, con ostentata soddisfazione da ogni parte. Perché magari in altre circostanze il premier avrebbe tirato dritto, infischiandosi dei dissidenti e sostituendo il loro voto con quello dei berlusconiani, ma sulla scelta del capo dello Stato si gioca anche il destino del Pd: la minoranza – per citare Francesco Boccia – la vede come “l’ultima mano tesa a Renzi prima di precipitare nel burrone”, ossia come l’ultima possibilità di evitare una scissione dalle conseguenze imprevedibili. Poi riguardi gli emendamenti all’Italicum, con il premio di maggioranza alla lista più votata anziché alla coalizione vincitrice, e ti chiedi a chi converrebbe mai dividersi con una legge elettorale del genere; ecco perché alla fine, più che il pallottoliere, il presidente del Consiglio finirà per usare il buonsenso.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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