direzione pd renzi d'alema bersani

Un match giocato a testa bassa, anche perché a Renzi il tikitaka proprio non riesce, e parecchie azioni da gol, da entrambe le parti: se fosse stata una partita di Champions league, la direzione Pd di ieri avrebbe divertito molto il pubblico neutrale. Assai meno i tifosi delle squadre, che se le sono date di santa ragione: un po’ di fioretto (i Flintstones e la Thatcher, il dominus e i gufi) e un po’ di machete (la battuta di D’Alema sul Nobel alle nuove leve del partito, l’accusa di metodo Boffo da parte di Bersani), con ferite e schizzi di sangue. Il dato meno importante, forse, è proprio il risultato finale, che tra l’altro nessuno aveva mai messo in discussione: i numeri hanno dato ragione alla linea del segretario, sufficientemente generica per lasciare aperta più di una porta alle mediazioni parlamentari dei prossimi giorni.

La sostanza vera del dibattito sul lavoro, al di là delle schermaglie, sta nei numeri: due miliardi di euro per abbassarne il costo, un miliardo e mezzo per i nuovi ammortizzatori sociali. Il governo li troverà davvero? Renzi promette di sì. Basteranno a estendere davvero garanzie a chi oggi non ne ha e a migliorare sensibilmente la vita dei lavoratori e delle loro famiglie? Cuperlo sostiene di no, perché – il conteggio spannometrico è dello stesso D’Alema – una riforma del genere costerebbe dieci volte tanto.
Se ci fosse un pozzo senza fondo al posto della ragioneria di Stato, insomma, i problemi interni al Pd potrebbero risolversi più facilmente: il segretario porterebbe a casa la forma, la sinistra del partito la sostanza. Con la riforma degli ammortizzatori, la cassa integrazione per pochi diventerebbe un sostegno per tutti; con la riduzione del costo del lavoro, i soldi in busta paga dei dipendenti aumenterebbero. Ma i vincoli di bilancio, naturalmente, rendono tutto più complicato: la minoranza del partito teme di uscire dal confronto con un pugno di mosche in mano, finendo per cedere sulla bandiera dell’articolo 18 senza ottenere in cambio – per dirla alla Nanni Moretti – qualcosa di sinistra.
Proprio attorno all’identità della sinistra, in realtà, Renzi ha giocato ieri le carte migliori: i nuovi deboli, l’abolizione dei co.co.pro. e dei loro fratelli, l’invito al confronto con i sindacati, la riforma delle agenzie per l’impiego sono tutti argomenti difficili da contestare anche per la pancia laburista del Partito democratico, e persino per i parlamentari più lontani dal presidente del Consiglio. Ma i principî si declinano in norme, e le norme si compongono di dettagli: sebbene qualche apertura ci sia già stata, tipo quella sul licenziamento per motivi disciplinari, l’impressione è che per compattare tutto il Pd – ammesso che ci si riesca, vista la distanza sempre maggiore dell’ala civatiana – ci voglia altro, già nella trattativa in corso al Senato.
Di certo, c’è da riconoscere al Partito democratico di essersi impadronito della scena politica come non accadeva da tempo: come il Berlusconi partigiano di Onna, il Pd riesce a rappresentare oggi al proprio interno le ragioni della maggioranza e quelle dell’opposizione, monopolizzando il dibattito e lasciando ai margini tutto il resto. E Renzi è maestro anche in questo: nella capacità di porsi come l’unica alternativa possibile all’antipolitica, agli estremismi (non è stata casuale la citazione di Le Pen) e all’aristocrazia dei tecnici, mettendo insieme riformisti e moderati. O di definirsi “cattolico liberale”, rivendicando nello stesso momento l’ingresso nel Pse.
Solo due o tre anni fa, una direzione come quella di ieri al Nazareno sarebbe stata fantascienza. Gli applausi avrebbero coperto gli interventi per la difesa dell’articolo 18, lo scetticismo e le accuse di liberismo avrebbero accompagnato quelli favorevoli a un cambiamento. Eppure, molti protagonisti sono rimasti gli stessi: sia dietro al microfono, sia in platea. Ma il mondo cambia in fretta, ha ricordato ieri Renzi, e talvolta a fare zapping non sono soltanto gli elettori.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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3 commenti to “Fioretto e machete”

  1. MAZZINI GIUSEPPE scrive:

    Il Regime comprende in sè destra e sinistra,preti e massoni,sionisti e banchieri,sindacalisti e giornalisti,George Clooney e registi pervertiti(quelli che non si sono suicidati).Per pura mancanza di tempo Renzi non ha partecipato alla Battaglia del Grano,e non ha invaso l’Etiopia per non sfondare i criteri di Maastricht.Solo sei mesi fa,sarebbe stato fantascienza immaginare il salto della Quaglia dall’attacco alla Germania in pieno Parlamento Europeo alle riforme montiane di oggi.Tradito dalla Francia,alla quale sperava di allearsi per mettere Berlino all’angolo,e che ci sta regalando un ministro dell’Economia banchiere di Rotschild,Renzi ha ricordato l’antico motto;se il nemico è troppo forte,alleati a lui.Cosi’ oggi,salvo le battute alquanto sconfinanti nell’idiozia(tirare fuori i Flintstone per screditare chi difendei Lavoratori è solo l’ultima delle sue boutades da bar)Renzi si è trasformato in maggiordomo della Merkel,in reincarnazione di Monti.3 milioni di lavoratori pubblici a salari da fame per saecula saeculorum(poi ci si chiede perchè i consumi stagnino),il primo attacco(ne verranno altri,credeteci) alla Sanita’ gratuita,ed ora l’articolo 18.Lo smantellamento della Classe Media è in pieno corso,il ritorno alla barbarie anche.Qualcuno afferma che si sta retrocedendo all’800,chi sa che quartieri fatti di immense ville circondate da backyards di dozzine di ettari,pattugliate da jeep con guardiani arnmati,stanno sorgendo dovunque negli USA(da sempre all’avanguardia nelle trasformazioni sociali),mentre milioni di persone scampano appena il lunario con due lavori(leggere Robert Reich,o Federico Rampini,per non parlare di Stiglitz) chi sa tutto questo sa anche che non l’800 è alle porte,ma il 600.Fattosi amico la Merkel ed i criminali che guidano la turbofinanza sionista ed i suoi giornali(bella,la foto di Matteo assieme ai boss del NYTIMES,WASHINGTON POST,BLOOMBERG),scattata a NYork)un giorno Renzi comparira’ a capo di qualche nobile Istituzione come FMI,WORLD BANK,o perchè no, accaparriamoci un posticino in GOLDMANN SACHS.Renzi ha appena partecipato al matrimonio di un suo compare.Il giorno in cui ci saranno matrimoni che non si hanno da fare,come nel 1630 di Don Abbondio, è vicino.Milioni di schiavi lavoreranno,stanno gia’ lavorando(vedi i minijob inventati dalla nazieconomia tedesca)per assicurare una decente(in miliardi di Euro o di Dollari) way of life ad una pletora di delinquenti e parassiti inventori,quando lavorano invece di gozzovigliare,dei CDS,dei Fondi Avvoltoio alla Singer,dei Junk Bonds,degli ABS non tanto backed securities,e di altro latinorum dietro il quale si nasconde la fine dell’Occidente e con lui della piu’ giusta,onesta,etica societa’ della Storia.Quello al quale stiamo assistendo è un assassinio camuffato da evoluzione sociale.Forse i Flintstone c’entrano,in tutto questo:ma non come intende Renzi.

  2. cicero tertio scrive:

    Renzi ciurla alla grande nel manico: si vuole omologare come il paladino dei giovani disoccupati contro i sindacati arroccati a difendere i lavoratori anziani e pensionati dei “diritti acquisiti” facendosi accreditare come anche rottamatore dell’art. 18 (che se il lavoro non c’è come non c’è per milioni di persone non conta più una beata fava). Quindi un falso problema per un falso rottamatore, e la gente ci crede anzi la polemica con D’Alema, un reliquiato del giurassico senza più importanza alcuna gli crea consenso e ammirazione. Mentre si circonda di gente collusa con la finanza dei poteri forti in continuazione della linea montiama, mentre esalta Clinton come un vincente ai suoi tempi, quello che ha aperto le porte con il WTO alla Cina credendo di fare un affare si è visto come è finita, continua a imbonire la gente con sproloqui logorroici di meravigliosi futuri mentre tutti i dati economici non fanno che peggiorare alla grande preconfigurando un irreversibile declino del paese. Figuriamoci poi se gli passa di mente di capire che è l’euro una delle principali cause.
    Ed mentre fa solo rumore incombe un’altra minaccia di cui nessuno parla, altro che articolo 18 forse nemmeno lui la sa: il TTIP:
    ecco cosa è : (riporto dal sito di finanzanonstop)
    :
    un’arma nelle mani di Wall Street
    “All wars are bankers’ wars” è il titolo di un documentario di Michael Rivero in cui spiega come i grandi industriali e le banche hanno da sempre fomentato le guerre per interessi personali.
    Anche ora siamo nel mezzo di una guerra commerciale fra USA e i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dettata da Wall Street per mantenere la supremazia del dollaro sulle altre valute.
    Infatti, Washington teme che lo Yuan cinese possa soppiantare il Dollaro come valuta d’interscambio globale, facendo crollare l’economia americana.
    Paura sicuramente reale, visto che il gigante asiatico in soli otto anni dal 2000 al 2008 ha quadruplicato le esportazioni e, mentre prima dello scoppio della crisi nel 2008, gli Stati Uniti erano il primo partner commerciale per 127 paesi e la Cina per 70; oggigiorno la situazione è al rovescio: la Cina è il paese con cui commerciano di più 124 paesi, mentre gli Usa sono il primo partner per 76 stati.
    Dunque, la strategia statunitense è quella di blindare enormi zone commerciali per proteggere i suoi prodotti attraverso l’Accordo Transpacifico e soprattutto con il TTIP. Insieme Ue e Usa rappresentano la metà del PIL mondiale e quasi un terzo del commercio mondiale. In particolare, le aziende e i 500 milioni di cittadini dell’Unione Europea sono il maggiore importatore al mondo.1
    Come in tutte le guerre, sono i cittadini a farne le spese. Per Filippo Gallinella , deputato del MoVimento Cinque Stelle, “un’ulteriore liberalizzazione a favore delle multinazionali americane darà il colpo di grazia alle nostre produzioni”. Molto probabilmente, questo accordo aprirà le porte alla liberalizzazione completa di tutti i servizi pubblici, compresi i trasporti. Ho scritto “molto probabilmente” perché i negoziati sono chiusi e filtrano poche informazioni. Gli unici a poter influire sul trattato sono le lobbies. Secondo Pia Eberhardt, membro del “Corporate Europe Observatory”, “nella fase più importante dei negoziati sono stati convocati solo le imprese, non i sindacati e nemmeno le ONG.”
    L’attacco peggiore più duro alla sovranità popolare è la possibilità delle imprese oltreoceano di citare in giudizio gli Stati in un tribunale speciale per aver impedito alle multinazionali di ricavare profitti in seguito a regolamentazioni. L’esempio più sconvolgente è accaduto in Québec, dopo la firma del NAFTA (accordo commerciale fra Messico, USA e Canada). Un gruppo di cittadini nel Canada francese aveva convinto il governo regionale a fermare il fracking nel suo territorio. Ma la Lone Pine portò il Governo del Québec in tribunale dove la società di estrazione vinse la causa, appellandosi a una norma del NAFTA. Il governo dovette dare all’azienda 250 milioni di dollari americani.
    Ancora una volta, estirpano ai cittadini ogni possibilità di contare. Ancora una volta, tolgono agli Stati ogni briciola di sovranità.

  3. cicero tertio scrive:

    Altre perle dell’illuminato boy-scout prestato alla politica:
    (dal sito di Icebergfinanza):
    Meglio la Spagna dell’Italia secondo il sindaco di Firenze. “Forse in condizioni peggiori delle nostre – sottolinea Renzi – ha avviato riforme serie e radicali. Questo è il cambiamento che serve alla sinistra”. Renzi: “Ripresa non è un autobus
    risponde la Caritas spagnola:
    MADRID – E’ un bollettino di guerra. Il rapporto annuale della Caritas spagnola dà conto, forse più di qualunque statistica ufficiale, delle ferite provocate nel tessuto sociale da cinque anni di crisi economica. Non si vede nessuna inversione di tendenza. Al contrario: negli ultimi dodici mesi altre 600mila persone si sono aggiunte all’esercito di poveri, gente che ha dovuto chiedere soccorso, ricorrere alle mense dell’organizzazione per potersi garantire almeno un pasto caldo quotidiano. E già sono due milioni e mezzo di spagnoli, sul totale di 5 milioni di assistiti dalla Caritas (il resto degli aiuti viene distribuito in altri 40 paesi). (…) il ritratto di una società dove “le persone escluse sono sempre più escluse” e in cui “la povertà è sempre più intensa e più cronica”. Quando, nell’aprile scorso, Eurostat fotografò una situazione in cui il 30 per cento dei minori di diciotto anni sono a rischio povertà (quasi nove punti al di sopra della media dell’Unione Europea), il ministro delle Finanze Cristóbal Montoro replicò che i dati non corrispondevano alla realtà di “una Spagna che sta uscendo dalla crisi”.
    E aveva ragione, i dati non corrispondono alla realtà, visto l’enorme ammasso uniforme di idioti che anche in Italia esaltano il nuovo miracolo economico spagnolo, altro che la Caritas, vero, sono solo innocenti effetti collaterali, vuoi mettere le riforme!
    continua la Caritas: (…) “Sembrava che dovessimo superare la crisi con un altro modello di società, e invece stiamo uscendo con lo stesso, ma con una mappa che ci dice che ci sono sempre più disuguaglianze. Ogni mistero fa le sue scelte politiche, che possono sembrare accettabili separatamente, ma che nel loro insieme provocano il collasso delle famiglie”. Tra i gruppi più esposti, le famiglie numerose, le ragazze madri, i nuclei familiari che si devono occupare dell’assistenza a un invalido. Fino al 2007, la crisi colpiva soprattutto gli immigrati, a partire dall’anno successivo la situazione è completamente cambiata e un numero sempre più alto di spagnoli di classe media sono precipitati nell’abisso della povertà”.
    Questi i dati dei paesi messi male come la Spagna grazie al grande successo dell’euro spiegatoci da quel losco personaggio fatto senatore a vita:
    Dati di ieri di Eurostat sulla disoccupazione: Grecia 27% (giovanile 51,4%), Spagna 24,4% (giovanile 53,7%), Italia 12,3% (giovanile 44,2%). Dati in percentuale che però vanno ponderati anche per numero di abitanti.
    “Eppure basta un “fattoide” come l’art.18 per distrarre del tutto l’attenzione della gggggente dai veri aspetti del problema”.
    dal sito Businesscommunity:
    – Senza imprese sterile tutelare il lavoratore
    In questi giorni non si fa altro che parlare di Jobs Act e Articolo 18. Peccato che molti di quelli che quotidianamente si accapigliano o si mettono sulle barricate, abbia perso di vista il fatto che viene sempre piu’ a mancare l’oggetto del contendere. Non parliamo del lavoratore, ma del lavoro.
    Si possono tutelare piu’ o meno i dipendenti, rivoluzionare i contratti, favorire le assunzioni, intervenire sulle atipicita’ o qualunque altro fattore da quel lato. Ma se non vengono ripristinate le condizioni perche’ quel lavoro venga creato, sono solo inutili tentativi per dimostrare di esistere.
    Si possono tutelare piu’ o meno i dipendenti, rivoluzionare i contratti, favorire le assunzioni, intervenire sulle atipicita’ o qualunque altro fattore da quel lato. Ma se non vengono ripristinate le condizioni perche’ quel lavoro venga creato, sono solo inutili tentativi per dimostrare di esistere.
    In attesa della pubblicazione del report della Banca Mondiale “Doing Business” del 2014 (in cui l’anno scorso occupavamo il 73° posto, dietro a Paesi come Macedonia, Lituania, Cile, Cipro, Peru, Rwanda, Bostwana, Tongo ecc.), il recente report del World Economic Forum sulla competitivita’ ci vede solo al 49° posto. E i problemi evidenziati per il nostro Paese sono sempre gli stessi: alta tassazione, giustizia lenta, mancate liberalizzazioni, tempi di pagamento lenti, credito scarso e troppa burocrazia.
    In attesa della pubblicazione del report della Banca Mondiale “Doing Business” del 2014 (in cui l’anno scorso occupavamo il 73° posto, dietro a Paesi come Macedonia, Lituania, Cile, Cipro, Peru, Rwanda, Bostwana, Tongo ecc.), il recente report del World Economic Forum sulla competitivita’ ci vede solo al 49° posto. E i problemi evidenziati per il nostro Paese sono sempre gli stessi: alta tassazione, giustizia lenta, mancate liberalizzazioni, tempi di pagamento lenti, credito scarso e troppa burocrazia.
    In pratica, al di la’ dei problemi del costo del lavoro, che innegabilmente ci sono, sono altri e piu’ strutturali i veri fattori che inibiscono il “fare impresa”. Da tempo tutti gli indicatori riflettono una situazione in cui creare lavoro e’ difficile, se non impossibile. E molte aziende chiudono anche a causa di questi fattori ben precisi. Come e’ possibile “fare impresa” se e’ proprio lo stato il principale ostacolo? Non quindi solamente la concorrenza dei mercati, ma e’ il sistema Italia che non funziona piu’. Cos’e’ l’IRAP se non una tassa iniqua e autolesionista?
    Il lavoro non si crea per decreto, a meno di assumere migliaia di statali. Quello su cui si puo’ e si deve agire e’ nel creare le condizioni per cui chi voglia intraprendere possa farlo almeno in situazioni piu’ favorevoli di quelle che deve affrontare ora, che penalizzano tutto il Paese. Almeno simili a quelle che troverebbe in altro Paesi sviluppati.
    Perche’ per avere dei lavoratori da tutelare, occorre che prima ci siano le aziende che offrano loro lavoro.

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