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Dopo il via libera della Commissione, pur tra mille distinguo delle diverse anime democratiche, la partita del Jobs Act è iniziata davvero. Tecnicamente dovrebbe finire in pareggio, perché il provvedimento  in discussione al Senato delegherà poi al governo il compito di stabilire quali tutele verranno inserite per i nuovi contratti e dopo quanti anni di anzianità cresceranno: i liberal del Pd e gli alleati centristi esulteranno per l’introduzione di questo principio – nella scorsa legislatura, quando Pietro Ichino proponeva una ricetta analoga, veniva tacciato da Stefano Fassina di rappresentare solo il 2 per cento del partito – mentre l’ala sinistra, quella più vicina alla Cgil, si sentirà garantita dalla mediazione di Teresa Bellanova, che proprio dal sindacato proviene e che al ministero del Lavoro oggi è sottosegretaria. Ma il dibattito interno al Pd per tutta la giornata di ieri mostra che il nodo della vicenda è anche, e forse soprattutto, politico, perché su questa riforma Renzi gioca la sua partita più difficile.

La domanda di Renato Brunetta sulla giustizia (“Lei mostra garantismo, ma il resto del suo partito è d’accordo?”), nel dibattito di martedì alla Camera, appare oggi ancora più velenosa, dopo l’iscrizione del padre di Renzi nel registro degli indagati per bancarotta fraudolenta. Ma potrebbe essere replicata anche in tema di lavoro, alla luce del Jobs Act, e non avrebbe una risposta scontata. Perché il gruppo parlamentare Pd uscito dalle primarie del 2012 riflette una posizione molto più lab che lib, molto più vicina all’ex ministro Damiano – non a caso eletto presidente della Commissione Lavoro a Montecitorio – che al giuslavorista Ichino, passato con Monti proprio dopo la vittoria di Bersani. Nel frattempo la ruota è girata, e lo sconfitto di ieri oggi siede a Palazzo Chigi, ma il Parlamento è rimasto lo stesso: con un proliferare improvviso di renziani anche tra i suoi avversari di prima, è vero, ma la politica insegna che i posizionamenti cambiano mentre le idee, spesso, rimangono.
Si capisce allora il senso di quella frase buttata lì dal capo del governo sul possibile decreto, nel caso in cui la legge delega del Parlamento andasse per le lunghe: il destinatario era naturalmente “quella parte di sinistra più dura rispetto alle necessità di cambiare le regole del gioco”, che agli occhi del segretario Pd non comprendeva soltanto Sel ma anche un pezzo del suo partito. Un decreto sul lavoro significa, in sostanza, che su questo tema Renzi è disposto ad andare fino in fondo: si sente con il coltello dalla parte del manico e sa che in questo momento nessuno – tantomeno la minoranza del Pd, che pure ieri ha alzato la voce – può permettersi le elezioni. E così, di fronte al rischio di un decreto semiblindato, meglio chiudere in tempi ragionevoli con una delega che lasci aperte più sfumature, per poi cercare l’accordo all’interno del governo.
Si parla di lavoro, insomma, ma è solo un esempio dello schema che potrà ripetersi nei prossimi mesi, su alcuni temi che vedono il Partito democratico spaccato e il suo gruppo parlamentare non proprio in linea con il governo: la giustizia – per tornare alla domanda di Brunetta, e alle cronache delle ultime ore – è un altro argomento controverso, e quando si parlerà di intercettazioni o (guarda un po’) di avvisi di garanzia i nodi verranno probabilmente al pettine. Un altro presidente del Consiglio perderebbe magari il sonno a cercare un compromesso, per tenere insieme tutte le istanze; Renzi, però, non può permetterselo, perché ha vinto le primarie del Pd (e stravinto le Europee) proponendo un modello alternativo, che privilegia la decisione a discapito della mediazione. Può lasciare alla sinistra del partito alcuni simboli (il nome della Festa dell’Unità, ad esempio) o qualche posto in segreteria al Nazareno (la cui utilità è oggi tutta da dimostrare), ma non cedere sui punti che caratterizzano, da quando era fresco sindaco di Firenze, la sua proposta politica. Ecco perché il dibattito attuale sul Jobs Act, alla fine, va molto oltre la discussa abolizione dell’articolo 18: perché Renzi è Renzi quando strappa, non quando cuce, e nessuno sa quanto possa resistere la tela del Pd.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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