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Un anno fa sul palco di Genova c’era Guglielmo Epifani, intervistato da Lucia Annunziata. E in prima fila solo esponenti dello schieramento vicino a Gianni Cuperlo: il congresso Pd era alle porte, e la candidatura di Matteo Renzi – “ci sto facendo un pensierino”, aveva detto a Mentana qualche giorno prima, sullo stesso palco – cominciava a prendere corpo. Non serviva la palla di vetro per capire come sarebbe andata a finire: Matteo veniva applaudito a priori, prima ancora di iniziare a parlare, e i giornali riferivano dell’entusiasmo della base, contrapponendolo al clima più composto – quasi austero – durante l’intervento dell’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta.

La foto di oggi – quando a Bologna prenderà la parola Renzi, per chiudere la festa dell’Unità di quest’anno – non è dunque una sorpresa, almeno dal punto di vista del Pd. Ma se nel 2013 a Genova un marziano si fosse impadronito del microfono, spiegando che l’anno successivo il nuovo segretario sarebbe stato anche premier, dopo aver mandato via Letta e senza passare per le elezioni, probabilmente gli avrebbero creduto in pochi. Invece è successo tutto, e in fretta: il sindaco di Firenze è oggi al governo, dopo aver scalato un partito del quale – in tutta onestà – gli interessa fino a un certo punto.
Non è questione di cinismo, ma di attitudini: Renzi – come Berlusconi, del resto – non è mai stato un uomo di partito nel senso stretto del termine, e se si fosse potuto evitare la scalata del Pd probabilmente l’avrebbe fatto, perché della carica di segretario gli interessa fino a un certo punto. Ma la sconfitta alle primarie 2012 gli fece capire che, con un partito contro, non si va da nessuna parte: se voleva arrivare a Palazzo Chigi, doveva passare dal Nazareno. E così fece, restando “segretario semplice” per due mesi secchi, vacanze di Natale comprese: dall’8 dicembre 2013, giorno delle primarie, al 13 febbraio 2014, data della sfiducia della nuova direzione Pd al governo Letta.
Il risultato – emerso chiaramente in queste due settimane di festa dell’Unità – è un partito in stato di semi-abbandono. Ci sono tre reggenti, di cui uno a tempo pieno (Guerini) e due part time (Lotti e Serracchiani), ma la segreteria è da rifare: mezza è al governo, l’altra metà non viene convocata mai. Le stesse direzioni – che pure non sono mai state un esempio di confronto costruttivo, in tutta la storia del Pd – sembrano oggi più un appuntamento streaming-oriented che un’occasione per dirsi le cose in faccia. I segretari regionali si riuniscono raramente, per dibattere insieme dei temi. E pure sulle scadenze immediate – una su tutte: le candidature per le Regionali in Emilia-Romagna – sembra che si improvvisi parecchio, in attesa che Renzi dica la sua e ponga fine alle contese.
“Ci siamo ridotti a fare i retweet di Palazzo Chigi”, lamenta la minoranza interna, che però nell’ultimo periodo ha mostrato parecchie divisioni. D’Alema è tornato a parlare dopo un silenzio piuttosto lungo, che i maligni hanno attribuito alle trattative sulle nomine europee, ma i suoi – così ha scritto Europa, organo ufficiale del partito – hanno immediatamente telefonato a Guerini per scongiurare strappi e ribadire la propria disponibilità a entrare in segreteria. Letta – che forse potrebbe essere l’unica alternativa a Renzi – si tiene invece lontano da tutto, anche perché i suoi, nel frattempo, si sono dispersi. E poi c’è Bersani, reduce da un periodo difficile dal punto di vista della salute, che al di là del tormentone sul doppio incarico del segretario-premier ha lasciato sul tavolo un paio di domande senza risposta: questo Pd voterà la riforma elettorale e quella del lavoro così come sono, piegando la testa alla ragione di governo, o cercherà invece di cambiarle? Lo si saprà, probabilmente, quando sarà chiaro un dubbio: se cioè sia più Renzi ad aver bisogno del Partito democratico, perché quando le truppe non si organizzano rischiano soprattutto i generali, o se invece sia soprattutto il Partito democratico ad avere più bisogno di un leader che gli ha finora garantito il 40 per cento dei voti e che, se si votasse domani, con ogni probabilità vincerebbe le elezioni.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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