renzi semestre ue

“Non sono un pirla”, disse Josè Mourinho nella conferenza stampa di presentazione da allenatore dell’Inter, e si capì subito – quel 3 giugno del 2008 – che nella comunicazione calcistica qualcosa stava cambiando. L’allenatore portoghese non era un pirla davvero: sapeva che i giornali avrebbero vivisezionato le sue parole, il suo accento e le sue smorfie per trovare un titolo, e così gliene diede uno già pronto. Scelse il termine più milanese di tutti, lo inserì in un contesto simpatico, e tanti saluti alle disamine tecniche: “Non sono un pirla” fu il titolo del primo giornale sportivo d’Italia, e sei anni dopo ce la ricordiamo ancora, mentre ci è passato di mente tutto il resto.

Milan e Roma a “zero tituli”, la “prostituzione intellettuale” dei giornalisti, il Barcellona che vince “perché ha l’Unicef sulla maglia”: un titolo pronto ogni volta che bisognava uscire da un cul de sac, o semplicemente quando bisognava evitare di finirci. Oppure, meglio ancora, quando bisognava indirizzare la comunicazione su di sé: “non sono un pirla” è infatti la seconda puntata di “sono un tipo speciale”, l’autodefinizione tirata fuori dall’allenatore portoghese durante la presentazione al Chelsea e valsagli per tutta la carriera il soprannome “the Special One”.
Ci vuole talento per guidare la comunicazione, e Matteo Renzi – come Mourinho – ne ha. In più ha anche un ottimo collaboratore, l’ex vicedirettore di Europa Filippo Sensi, che unisce una cultura impressionante a un fiuto notevole per le tendenze giornalistiche: ne viene fuori un pop raffinato, che viaggia contemporaneamente su piani diversi a seconda del pubblico di riferimento.
Il discorso all’Europarlamento ne è un esempio lampante: la parola selfie (evitabilissima: si sarebbe potuto dire “fotografia”, ma non se la sarebbe filata nessuno) è per il segmento nazionalpopolare, la metafora di Telemaco (Omero o Recalcati, che importa?) per l’élite culturale. Due ami lanciati contemporaneamente, e i pesci abboccano in fretta: la catena internet – radio – tv – giornali parte all’istante, e siccome si alimenta da sola non bisogna fare altro. La parabola del termine selfie finisce in fretta: d’altronde era solo un clin d’oeil agli under 50, che comunque ha portato i suoi frutti perché ha dato l’idea della novità e del cambiamento; la simil-citazione di Telemaco, invece, va avanti all’infinito, e ne nasce un dibattito culturale capace di anestetizzare quello politico sui margini effettivi della flessibilità in Europa.
Saper guidare la comunicazione in base ai gusti del pubblico, sia chiaro, non è una colpa, ma un merito. E con la rete sta diventando un tema sempre più attuale, come dimostra ad esempio il test A/B nelle campagne di marketing: si confrontano le reazioni rispetto a due diverse proposte e poi si sceglie la linea che ha avuto più successo. Non stupisce, quindi, che anche la comunicazione politica segua regole analoghe: tre o quattro esche disseminate nello stesso discorso, in punti diversi e per diverse platee di riferimento, in attesa di vedere quale avrà più effetto. In attesa di vedere, cioè, quale di queste diventerà il titolo principale dei tg e della carta stampata, magari con l’aiuto dei social network e in particolare di Twitter, che in Italia è diventato il nuovo circolo della stampa e che l’attuale governo maneggia molto bene.
Ecco, i giornalisti: il problema vero, se ancora oggi si continua a parlare di Telemaco, siamo noi. Perché chi fa politica ha tutto il diritto di provare a orientare la comunicazione dove vuole, ma il giornalismo dovrebbe essere allenato a schivare le sirene – tanto per restare in tema omerico – e a non perdere la bussola: se no oggi titoliamo su selfie e Telemaco, domani su pannolini e Schopenhauer, dopodomani su Gigliola Cinquetti e Robert Frost. Ah, no, questo lo abbiamo già fatto a febbraio.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “Non sono un pirla”

  1. cicero tertio scrive:

    Ma ci devono tanto interessare le doti oratorie e comunicative di quest’ultimo fenomeno che siede a palazzo Chigi ? Mi sembra che in questo campo ed in fatto di balle stracci al confronto anche l’ex-Cavaliere. Di fronte alla drammatica situazione del paese con tutti i numeri dell’economia disastrati (ogni mese il debito pubblico aumenta di 8,6 miliardi tanto per citarne uno), di fronte alla tragedia sociale dei milioni di disoccupati, per non dire dei suicidi di imprenditori andati in dissesto si perde tempo a fare un articolo sulle sue doti comunicative e non su quello che fa di concreto per farci uscire da questa tragedia dovuta al rigore e ai vincoli che ci ha imposto questa Europa dell’euro a regia tedesca (finora nulla…)? ah certo per un popolo di gonzi assuefatto a compiacersi delle balle e che che per la metà di chi è andato a votare gli ha dato il 40% un simile articolo magari è anche interessante.
    Un ottimo articolo su chi è veramente Renzi si trova invece su libreidee.org il titolo è “Renzi, il clown di Firenze che finge di sfidare la Germania”. Buona lettura, vedrete che è un pirla.

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