mario balotelli italia

Mario Balotelli mi irrita in campo, e spesso anche fuori. Ce l’ho con lui quasi a pelle, perché sono calcisticamente deluso: come tutti i delusi mi ero illuso (quando a 17 anni lo vedevo vincere le partite da solo) e poi mi sono ricreduto. Vabbe’, ma questo mi è capitato pure con Giovinco, per non parlare di tutti quei ragazzi che sembravano fenomeni e che poi si sono un po’ persi, e non c’entra niente: con loro mica sono arrabbiato, ci mancherebbe. Di suo, Balotelli ha gli atteggiamenti urticanti, che certo non aiutano. Ad altri sono perdonati, perché quando uno segna i tifosi ti perdonano tutto, ma a lui no. E irritano anche me, lo ammetto: se fosse mio fratello minore, lo prenderei a schiaffi un giorno sì e l’altro pure. Detto questo – e aggiunta ogni considerazione calcistica possibile sul fatto che sia stato forse sopravvalutato, che Prandelli abbia sbagliato a puntare su di lui, e così via – vorrei dire due cose sul tema “nero italiano”. Anzi, “negro”, come ha scritto Mario su Facebook, nel suo sfogo a caldo.

La vulgata di queste ore, condivisa da tutti i commentatori, è che Balotelli stia facendo il furbetto e la vittima, sviando le critiche sul razzismo, e che dovrebbe separare i piani. Contemporaneamente, molti di quelli che gli rinfacciano il vittimismo pensano pure (e talvolta hanno anche il coraggio di scriverlo, come ha fatto Alberto Ferrarini, il motivatore di Bonucci) che Mario debba tutto al suo essere nero: se fosse stato bianco, nel calcio non avrebbe avuto così successo, perché sarebbe stato considerato uno come tanti. Mio padre utilizza lo stesso criterio per i biondi: quando ero piccolo, ad esempio, diceva che se Massimo Bonini fosse stato castano non avrebbe mai giocato nella Juve, ma essendo biondo tutti lo notavano. Ora però si parla di colore della pelle, e quindi scatta il politically correct, e quindi si pensa ma non si dice, eccetera eccetera. Oppure si dice un po’ di nascosto, come ha fatto un deputato di destra che ho incrociato in Transatlantico: puntare su Balotelli – mi spiegava – era un’operazione di immagine per far diventare eroe un negro (testuale) italiano di seconda generazione, con tutto il conseguente can can mediatico.
La tesi appare piuttosto opinabile, e forse non merita neppure approfondimenti, ma il punto è un altro: se Prandelli avesse insistito su Immobile, contro ogni speranza, qualcuno avrebbe mai pensato a un’operazione per favorire i napoletani? No, perché Immobile – biondo e bianco – ha il lusso, e lo ha sempre avuto, di essere giudicato solo per le sue prestazioni in campo, come è normale che sia. Balotelli, invece, no, e dall’inizio della sua carriera si porta dietro una valigia con il doppiofondo: in superficie le legittime critiche tecniche o comportamentali, più sotto (a volte nascoste, a volte gridate negli stadi e sugli striscioni) quelle sulle sue origini, dal “non esistono negri italiani” in poi.
Ogni persona è diversa dall’altra: c’è chi ci passa sopra come il ciociaro Ogbonna, c’è chi ci soffre come il bresciano Balotelli. Ma il fatto che uno soffra o meno di fronte a questi insulti – e che li tiri fuori nel momento di difficoltà più profonda – non può essere, a sua volta, un motivo stesso di insulto: crescere con la sensazione di essere diverso dalla massa, perché la massa non smette mai di ricordartelo (e talvolta di rinfacciartelo), ti resta dentro. Nelle reazioni, più che nelle azioni, vengono fuori i fantasmi. Ma non c’è un commentatore, uno solo, che si chieda il perché di quei fantasmi. Non ce n’è uno che riconosca la difficoltà del crescere in una terra di mezzo, come ponte tra due culture, in un Paese che ancora non lo capisce.
Si potrebbe proseguire a lungo sul tema delle seconde generazioni, e magari parlare ancora di riforma della legge sulla cittadinanza. Ma invece di buttarla in politica basta tornare con la mente alla rivolta delle banlieues, le periferie francesi: quando un pezzo del Paese si sente escluso, perché diverso, la tentazione più forte è quella di rifugiarsi nell’altra metà del proprio cuore, nel porto sicuro della propria appartenenza di sangue. E parlare, magari a sproposito, dei “fratelli africani, che non mi avrebbero mai tradito”, rischiando di dare improvvisamente ragione a tutti quelli che, da quando sei piccolo, non ti hanno mai considerato fino in fondo uno di loro.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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4 commenti to “I fantasmi di Mario”

  1. Michele scrive:

    Bla bla bla e difendi Balotelli… sto giro hai toppato alla grande, peccato

  2. Andrea Sarubbi scrive:

    @Michele: come sospettavo, si va verso commenti partigiani. Di chi ne fa un problema calcistico. Stai guardando il dito e non vedi la luna: a me del Mondiale frega fino a un certo punto, e della Nazionale pure. A me interessa l’Italia.

  3. Lorenzo scrive:

    A parte le puttanate di Ferrarini tutti hanno ragione su Balotelli, come l’avevano su Bagni nell’ottantasei, su Del Piero nel novantotto e su Lippi nel duemiladieci. Il colpevole c’è sempre ed è quasi sempre un singolo, l’importante è prenderla con filosofia e magari chiedere scusa, senza mettere in mezzo cose piuttosto rilevanti come il colore della pelle nel contesto sociale di un paese che, come quasi tutti gli altri, ha difficoltà nell’integrarsi con le comunità di altri paesi. Parliamo di calcio: Balotelli è un buon giocatore che fa cappellate e che rosica se glielo rinfacci…scritto così non sembra neanche che si parli di una persona di colore.

  4. Marco Calabrò scrive:

    Mi spiace, ma non mi ha convinto. Rimango dell’opinione che Balotelli utilizzi il tema razzismo a sproposito e furbescamente. Mi chiedo, Cassano che argomento dovrebbe usare contro i molti che ritengono che sia uno sbruffone, una eterna promessa mancata, un coglione che rovina lo spogliatoio…
    Parlo di Cassano perchè anche lui era considerato un calciatore con grandi mezzi, ma che in realtà probabilmente è stato sopravvalutato (e lo dico da romanista che quando è arrivato a Roma ero strafelice), e che come Balotelli (in maniera diversa) ha avuto (e ha) i suoi problemi caratteriali e come Balotelli credo abbia avuto un’infanzia difficile.
    Nel dare ragione a Balotelli o nel giustificare il suo comportamento (di quello che si sente in qualche modo “discriminato” solo perchè criticato) si finisce per dare forza alla tesi del deputato di destra incontrato nel transatlantico (la tesi opinabile…).

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