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A volte la portata di un fatto si capisce meglio dalle reazioni. E quelle di ieri, dopo la notizia della morte di Ciro Esposito, danno l’idea di una politica spiazzata sul calcio: parecchi impegnati a cercare similitudini tra Renzi e Prandelli, per di più dall’opposizione, e pochissimi attenti a quello che il Sir, l’agenzia di stampa dei vescovi italiani, ha giustamente definito “il vero fallimento”. Con una postilla non trascurabile: i pochi politici intervenuti sul tema sono per la quasi totalità campani, come la vittima di quel 3 maggio. E se fosse morto un tifoso della Fiorentina, c’è da giurarlo, avrebbero aperto bocca solo i toscani. Perché il calcio – e su questo ha colto nel segno il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis – sta rischiando di far tornare l’Italia all’epoca dei Comuni: oltre a quella della sicurezza, e non è retorico dirlo, c’è una questione culturale, che non basterà un decreto del governo a risolvere.

Si dice che il decreto arrivi domani, anche se negli ultimi giorni se ne erano un po’ perse le tracce. Ma conoscendo la velocità di Renzi e il suo senso mediatico, è difficile pensare che non sfrutti il momento. Ieri gli addetti ai lavori brancolavano ancora nel buio: dall’ipotesi del Daspo a vita a quella delle trasferte off limits, era tutto un fiorire di ipotesi concentrate su un’unica faccia della medaglia, quella del tifo; nessuno, e forse nemmeno lo stesso Alfano, sembra avere invece la soluzione sull’altro fronte, quello della sicurezza, che proprio nella finale di Coppa Italia ha mostrato falle.
Nella sua informativa alla Camera del 7 maggio scorso, il ministro dell’Interno difese a spada tratta la polizia: definì “infondato” il sospetto che ci fossero state lacune nel sistema, elogiò “senza riserve” gli agenti per aver “onorato la divisa”, respinse ogni accusa di avere sottovalutato il rischio (“Sono state impiegate complessivamente 1.486 unità delle forze dell’ordine”) e scaricò le responsabilità sulle società di calcio, invitandole a recedere i legami con il tifo violento. Quanto al punto più controverso, l’avere scelto Tor di Quinto come zona di confluenza dei tifosi napoletani, definì la scelta “razionale sotto il profilo della sicurezza”. Fu proprio in quella occasione che Alfano annunciò al Parlamento la volontà del governo di ampliare la platea dei destinatari di Daspo e di inasprire la durata delle sanzioni; non disse nulla sui tempi, spiegando che le misure “andranno studiate con cura e non ubbidiranno all’emotività del momento”.
L’uomo che ha in mano il dossier è il prefetto Vincenzo Panico, presidente della Task force per la sicurezza negli stadi, che ad aprile aveva già presentato alcune proposte: si ipotizzano facilitazioni nell’acquisto dei biglietti, nella partecipazione alle trasferte e soprattutto nella segmentazione dei settori degli stadi, in modo da individuare chirurgicamente i responsabili di reati. Poi, dopo i fatti dell’Olimpico, si è cercato di allargare il discorso all’Europa: a fine maggio si sono confrontati al Viminale, negli uffici del Dipartimento della pubblica sicurezza, i rappresentanti di 22 Paesi, che proseguiranno gli incontri nel semestre di presidenza italiana dell’Ue. L’approccio, per ora, è piuttosto soft, e mira a coinvolgere società e tifosi stessi nell’isolamento dei violenti all’interno dello stadio.
Il problema vero, però, è che gli stadi c’entrano fino a un certo punto. Se anche l’Olimpico avesse avuto le telecamere dello Juventus Stadium, capaci di individuare in tempo reale i possibili responsabili di violenze, la sorte di Ciro Esposito non sarebbe cambiata, perché gli scontri sono avvenuti fuori. E certamente non può essere un problema delle società calcistiche, che al massimo possono mettere a disposizione steward o addetti al prefiltraggio, il mantenimento dell’ordine pubblico in un intero quartiere. C’è poi da chiedersi – come ha fatto ieri, tra gli altri, anche il presidente del Coni, Malagò – perché nel calcio l’odio trovi terreno fertile, e invece negli altri sport non si superi mai il confine della rivalità. Ma qui si torna al discorso culturale, che con la politica c’entra poco.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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