matteo orfini assemblea pd

Non lo dicono, ma ai bersaniani un dito nell’occhio avrebbe dato meno fastidio della nomina di Orfini a presidente dell’assemblea Pd. Perché la morsa dei due Matteo – divisi da molte idee, uniti dalla battaglia generazionale – rischia di fare a pezzetti la minoranza del partito, già litigarella di suo. La sinistra interna, così com’era qualche tempo fa, non esiste più: Civati gioca una partita a parte, sulla linea di confine; i giovani turchi sembrano più preoccupati dall’obiettivo di far fuori i vecchi, per candidarsi un giorno come unica alternativa a Renzi; tutto il resto cerca come può di uscire dall’irrilevanza, ma non ci riesce. Perché la tenaglia, appunto, stringe forte.

Il tentativo bersaniano di ieri, prima dell’elezione di Orfini, aveva un nome e un cognome: Nicola Zingaretti. Il governatore del Lazio era infatti l’unico su cui i giovani turchi – per il resto indisponibili a trattare – non avrebbero obiettato, ma pure il primo che Renzi ha fatto cadere: perché mettersi in casa lo sfidante più accreditato, quando c’è un’alternativa meno pericolosa sul fronte della leadership? E perché dare all’opposizione interna la possibilità di ricompattarsi, quando la storia insegna che dividere aiuta a regnare? Così ora il Pd ha un Matteo segretario e un Matteo presidente, legati da un patto che va avanti da prima del congresso.
C’era un momento, con Letta premier, in cui i lettiani avrebbero voluto rimandare le primarie alla primavera: temevano infatti quello che si è verificato, e cioè che una vittoria dell’allora sindaco di Firenze lo avrebbe portato a chiedere Palazzo Chigi. Ma mentre i bersaniani li appoggiavano, i giovani turchi si misero di traverso: non è un caso, dicono i maligni nel Pd, che la loro corrente sia così ben rappresentata negli incarichi di governo. Né pare un caso, anche agli osservatori esterni, che nei momenti di maggiore difficoltà – uno su tutti: la parità di genere nell’Italicum – siano stati proprio loro a salvare Renzi. Il resto sono voci e sospetti – come quello dei bersaniani, secondo cui i due Matteo abbiano organizzato il famoso ammutinamento dei 101 – che non hanno prove. Ma che la strana alleanza sia salda, questo sì, è sotto gli occhi di tutti.
Gli appassionati del genere avranno notato, all’assemblea di ieri, gli zero applausi ricevuti da Fassina nel suo intervento in difesa dei senatori dissidenti: un momento quasi imbarazzante, considerando la popolarità dell’ex viceministro fino a qualche mese fa. Non è soltanto un problema di merito, perché al dissidente Tocci è andata decisamente meglio: Fassina è invece l’ex giovane turco passato ai bersaniani, che meglio di tutti – forse insieme alla vecchia guardia, Franceschini escluso – fotografa il pezzo (una volta maggioritario) del Pd finito in mezzo alla tenaglia.
Ci sarebbe poi da aprire un discorso serio sul ruolo del presidente del partito, che in realtà nemmeno esisterebbe: lo statuto parla infatti di un presidente dell’assemblea, attribuendogli un ruolo semi-notarile (la convoca almeno due volte l’anno, tiene il registro delle mozioni, decide a chi dare la parola) e non certo indispensabile. Tanto è vero che il Pd ne è rimasto privo per parecchio tempo: un anno e mezzo tra le elezioni 2008 e la vittoria di Bersani, altri 8 mesi tra la notte dei 101 e la vittoria di Renzi, altri 5 mesi dalle dimissioni di Cuperlo a ieri.
Il primo presidente d’assemblea fu Prodi, che però interpretò la carica come onorifica e non mise mai bocca nelle questioni politiche. Qualcosa cambiò con Rosy Bindi – discreta azionista della candidatura Bersani – che tra il 2009 e il 2013 diede alla presidenza un peso più politico, svolgendo di fatto il ruolo di numero 3 del partito dopo il segretario e il suo vice. Cuperlo non ebbe nemmeno il tempo di ambientarsi, perché quella battuta di Renzi sul suo inserimento nelle liste bloccate lo convinse a dimettersi dopo appena un mese. E ora, appunto, tocca a Orfini, cresciuto alla scuola di D’Alema e già così sagace.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

Did you like this? Share it:

Tags: , , , , , , , ,

6 commenti to “Matteo & Matteo”

  1. Luca Marchesi scrive:

    « Civati gioca una partita a parte, sulla linea di confine», ed è la partita che mi piace di più.
    Alla luce del sole e coerente in quello che dice. E aggiungo che mi piace anche come lo dice.

    Peccato, sia osteggiato, praticamente ignorato dai giornali principale così che molti non lo conoscono. Che Civati fosse un buon comunicatore lo si è visto al confronto Sky.
    Alcuni giornalisti del Corriere e alcuni di Repubblica hanno dimenticato probabilmente perché hanno iniziato quel mestiere.
    Orfini? Che tristezza fa, essere votato perché viene l’ordine via sms di notte. Triste e anche un po’ squallido

  2. cicero tertio scrive:

    Oh finalmente un altro commento oltre ai miei su questo sito. Ma inerente alle beghe interne del PD che valgono quel che valgono.
    Orfini chi? vien da dire, ma i chi? si possono sprecare con tutti questi nomi nuovi che saltan fuori, non per essere felici nel caso di dover risentire quelli della vecchia guardia, beninteso.
    Quel però di cui non si parla e contesta nel PD è l’ideologia neoliberista di Renzi che si sta sempre più confermando come il cavallo di troia messo in continuazione di Monti e Letta dai veri poteri extranazionali finanziari, quelli del golpe del 2011 per essere chiari, che in realtà governano e tengono in scacco il nostro disgraziato paese con le loro pedine:
    questo l’ultimo esempio di cronaca:
    Dice Marco Gay il nuovo presisidente dei giovani imprenditori di Confindustria :
    “Delocalizzare solo per cercare manodopera più a buon mercato “non e’ un’opzione imprenditoriale” e “chi non accetta che il legittimo profitto sia indissolubilmente legato al territorio che lo genera” deve uscire da Confindustria. “Non abbiamo paura a dirlo: la delocalizzazione di quelle imprese che producono utili ma che vanno alla ricerca di manodopera sempre più sottopagata, sradicando ricchezze produttive che hanno segnato la storia di intere città e distretti, oggi non può più essere considerata una qualsiasi opzione imprenditoriale”.
    E cosa risponde l’altro giovane Renzi ?
    ““In molti dicono: uno va all’estero e porta via posti di lavoro in Italia. Non è così. Lo abbiamo visto in Vietnam: se la Piaggio è ancora aperta a Pontedera è perchè ha avuto la possibilità di investire in Vietnam. E allo stesso modo tante aziende che qui vengono a investire non stanno delocalizzando, stanno internazionalizzando. La differenza è semplice: stanno facendo soldi per poi rilanciare l’Italia.”
    Qusto mentre sta lavorando a precarizzare anche gli statali…
    Stupendo, l’attuale capo del PD si sta montando la testa con le ricette liberiste o neoliberiste, ma non c’è fretta, ci penserà la crisi a ridimensionare certe ricette, eccome se ci penserà!
    Così il PD erede del PCI a sua volta erede di Marx e dell’internazionalismo proletario alla fine delle sue varie travagliate metamorfosi è riuscito ad esprimere un saccentello provinciale tirapiedi del capitalismo !
    Ah ma ha preso il 40,8% ! sì ma tanti voti dai centristi e dagli anziani timorosi di perdere il loro antico benessere…scommettiamo che d’ora in poi calerà? Già perchè la realtà che si appaleserà sarà ben altra.

  3. Luca Marchesi scrive:

    cicero tertio, sarà per questo che uno come Civati dai media, anzi dai Mainstream media (che fa più cool) viene spennacchiato perché osa dire qualche cosa di sinistra?

    Bellissima la frase che riporti “non stanno delocalizzando, stanno internazionalizzando”
    Come a dire mia moglie non mi sta facendo cornuto, si apre a nuovi incontri.

  4. cicero tertio scrive:

    Caro Luca Marchesi, la frase più insulsa è quella che viene dopo: “stanno facendo soldi per poi rilanciare l’Italia.” Chi ha delocalizzato, per dargli un nome: “i furbi”, i profitti poi li riporterebbe in Italia che nel frattempo sarà andata ancor peggio anche grazie alle loro delocalizzazioni? Questo lo può pensare solo l’altra categoria (secondo la distinzione formidabile di Prezzolini) quella dei “fessi” !

  5. luca marchesi scrive:

    cicero tertio, purtroppo hai ragione.

  6. cicero tertio scrive:

    Grazie Luca, sarebbe bello poter invece avere torto ma sono convinto che quello che ci racconta Renzi sia solofuffa, per ora solo proclami dichiarazioni d’intenti: la realtà è un’altra e ci viene nascosta: riporto questo articolo che pienamente condivido dal sito di Trend-online:
    “Partiamo dal presupposto che l’Italia è fatta da un popolo di risparmiatori, come ci hanno insegnato, dal dopoguerra i nostri nonni. Ma da sogno per la creazione di una famiglia e la protezione del capitale, adesso la casa è l’incubo dell’Italia. Il perchè ce lo spiega Giancarlo Dall’Aglio, trader esperto nel settore delle Commodities.
    La nostra economia “popolare” si basa sul risparmio, ma adesso sembra che sia diventato un motivo per cui vergognarsi, se non addirittura avere paura.
    l vero protagonista era il mattone, perchè con il mattone si poteva trasmettere ai propri figli qualcosa di valore e di concreto. In realtà adesso stiamo assistendo all’espoliazione di tutte le ricchezze private soprattutto degli italiani, oltre al resto dei risparmiatori europei. Ma l’Italia resta la preda più ambita. Questo perchè? Perchè le politiche dell’Europa tendono a spostare la ricchezza dei privati, da questi allo stato e poi, successivamente, dallo stato al sistema bancario che risulterà l’ultimo beneficiario di un continuo depauperamente. Inutile ricordare che la crisi del 2008 è stata creata proprio dalle banche, dopodichè gli stati stessi in primis gli Usa, hanno provveduto ad elargire quantità immani di capitali al sistema bancario, carnefice e contemporaneamente reo confesso. Non solo, ma parallelamente hanno fatto credere, tramite un’intensa operazione di marketing, che la crescita dell’inflazione è in realtà cosa “buona e giusta”, dove per inflazione, personalmente, intendo quella creata ad arte, per far si che il potere di acquisto diminuisca sempre di più permettendo l’arricchimento solo di una piccola parte di persone.
    Quanto ha inciso il problema europeo su tutto questo?
    In Italia, tanto per cominciare c’è la chiusura continuata di quella piccola e media impresa che ha sempre rappresentato l’eccellenza del made in Italy, con l’artigianato di qualità e il lavoro manuale del “fatto su misura”. Le continue aperture commerciali, anche indiscriminate, ai paesi emergenti con l’inondazione dei nostri mercati di valori e merci di scarsa se non infima qualità, contemporaneamente a una restrizione di regole e margini di azione per quanto ci riguarda, ha fatto si che ci fosse una disparità di trattamento e quindi anche una disparità di risultati. L’esempio arriva dalle migliaia di regole che sembrano fatte apposta per confondere e bloccare l’intero sistema, oltre alla strategia da parte dell’Europa stessa che queste regole non solo non le semplifica, ma addirittura le aumenta di numero. Risultato? L’Italia non regge più la concorrenza (sleale) dei paesi esteri, palesemente avvantaggiati.
    Intanto, però, le scadenze fiscali arrivano, sono alte e vengono tutte puntualmente onorate. Proprio come quella di lunedì scorso con il versamento nelle casse italiane di circa 54 miliardi di euro, stando alle proiezioni del governo.
    Tutti in fila a pagare senza protestare. Cosa che ci fa pensare che questo popolo sia lobotomizzato, o anche peggio, assolutamente rassegnato. Come al solito i soldi vengono presi dal ceto medio, vittima che, per prima (e spesso unica), sta contribuendo a tenere a galla il paese, proprio mentre si continua a parlare (e solo parlare) di ridistribuzione ed equità. Ma per quale motivo si continua a battere sempre e solo sul mattone? Per il semplice fatto per chi detiene una o più unità immobiliari, tra Irpef, addizionali regionali e comunali, si raggiunge una tassazione anche superiore al 50% del reddito. Ma attenzione perchè il vero colpo arriva dall’Imu con la quale si raggiunge la somma totale del 65% del reddito, ovvero di ciò che si ricava quando gli immobili vengono dati in locazione ad inquilini. Cifra che comprende sia l’uso abitativo che commerciale. In realtà il problema non è tanto il fatto che resti solo il 35% di quanto si incassa (cosa già di per sè scandalosa e prontamente taciuta da parte dell’informazione ufficiale), ma il fatto che questo 35% reale non è sufficiente per coprire le spese straordinarie o quando, ahimè, cominciano alcune morosità. Perchè anche gli inquilini, in questo sistema di crisi e sgonfiato di ogni impulso al consumo, hanno difficoltà nei pagamenti. E quando saltano i pagamenti il 35% non è più tale. Non solo, ma lo stato non riconosce questa situazione, pretendendo lo stesso le tasse calcolate, come se invece l’affitto dell’inquilino fosse stato puntualmente pagato. La velocità della moneta, in queste situazioni, scende ai minimi e alimenta questo cane che si morde la coda.
    Queste sono le tasse ufficiali. Ma dietro c’è altro?
    Si, perchè quel 35% in mano al ceto medio deve essere ancora eroso dalle tasse occulte, quelle di cui nessuno parla: accise sull’energia, Iva al 22% sui beni di consumo (salvo ulteriore aumento), tasse sulle assicurazioni obbligatorie, tasse sugli spettacoli e sul cinema, bolli su documenti (patente e passaporto) che aumentano. Il tutto per mantenere un gettito fiscale invariato rispetto all’anno scorso a fronte di una base che invece diminuisce con le imprese che sono fallite e la popolazione di disoccupati che raggiunge livelli record, tutte voci “morte” che non forniscono soldi all’Erario. Lo scompenso derivante non potrà che essere colmato da quel ceto medio che non può avere escamotage fiscali sfruttati invece dai grandi nomi, ma che è costretto a pagare per sostenere l’enorme macchina pubblica e il pagamento di pensioni e stipendi pubblici. Ma non si sa per quanto tempo ancora.
    Intanto il debito pubblico sale, ma sembra che nessuno se ne preoccupi. Non è un controsenso?
    Mentre gli italiani si sono messi in coda per pagare gli esosi tributi, il debito italiano ha toccato nuovi massimi storici: attualmente si sfiorano i 2mila 150 miliardi. Il tutto mentre dall’estero continuano a elogiare il governo Renzi per le riforme strutturali. Ma quali? La “nuova” legge elettorale che stanno facendo, ad uso e consumo dei partiti che già fanno il bello e il cattivo tempo? Oppure le vendite una tantum di aziende controllate dallo stato, come Enel ed Eni e dalle quali si otterranno solo incassi altrettanto una tantum in cambio di svendite. Le stesse che hanno visto l’inizio della fine già tre anni fa in Grecia e in Portogallo e in Spagna. Cifre che fanno impallidire quelle degli scandali del Mose o dell’Expo che nel paragone sono considerate roba da dilettanti.
    Intanto, si tace dei 2,9 miliardi di rata per l’ESM oppure dell’1,5 miliardi necessari per finanziare l’altro meccanismo “salvastati”, l’EFSF. Fondi ai quali l’Italia difficilmente potrà accedere. E forse sarà anche un bene visto che il giorno in cui volesse decidere di sfruttarli, sarà costretta a cedere non solo quanto resta della nostra già limitatissima sovranità, ma anche ad accettare condizioni a scatola chiusa. Perciò non ci resta che accettare di pagare, con il sorriso sulle labbra, queste cifre, semestralmente, senza avere nulla in cambio, se non la strada per la sorte della Grecia”.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Paged comment generated by AJAX Comment Page
IMPORTANTE! Prima di pubblicare il commento, devi mostrare le tue abilità matematiche e risolvere la difficilissima operazione qui sotto (è una precauzione anti-spam, abbi pazienza). Poi spingi il pulsante "submit".

Quanto fa 2 + 2 ?
Please leave these two fields as-is: