manlio di stefano m5s manette genovese pd

In francese si chiamerebbe cul de sac, in italiano va bene anche guaio. Ma la vicenda Genovese, va detto, è un guaio in cui il Partito democratico si è infilato da solo, chiudendo gli occhi quando gli faceva comodo, e la giornataccia di ieri è solo la conseguenza di scelte, tanto sbagliate quanto consapevoli, prese ormai da tempo. Francantonio Genovese non è una calamità naturale, un terremoto che ti butta giù la casa di notte durante il sonno, ma il deputato del Pd che ha stravinto le primariette dei parlamentari di Natale 2012: i suoi 19.590 voti ne hanno fatto il più votato in Italia, ad anni luce di distanza da esponenti di spicco – vecchi e nuovi – del suo stesso partito. Nessuno si è dunque sognato di metterne in discussione la candidatura alla Camera nel 2013: con quelle regole aveva stravinto lui, e rivincerebbe anche domani se – per assurdo – il Pd lo ricandidasse, utilizzando ancora le primarie per determinare le liste bloccate dell’Italicum.

Il consenso elettorale di Genovese ha fatto comodo al Pd, c’è poco da dire, e avrebbe potuto fargli ancora comodo tra una decina di giorni. Ed è proprio questo, sostengono i maligni, uno dei motivi per cui i democratici avevano inizialmente chiesto ieri il rinvio del voto sul suo arresto: il destino di una persona, recitava la motivazione ufficiale, non è uno scalpo da agitare in campagna elettorale, e dunque è meglio votare dopo, quando il rischio di strumentalizzazione sarà minore. Ma la linea attendista del capogruppo Speranza, illustrata in Aula verso le 13.30, è cambiata radicalmente un’ora dopo: appena Renzi ha capito che, di fronte alle opzioni possibili, quella del rinvio non costituiva più il male minore.
Non è piacevole, per un partito politico, presentarsi al voto con un proprio deputato in manette: quell’immagine, reale o virtuale che sia, diventa il santino degli ultimi giorni di campagna elettorale, e non c’è bisogno di un sondaggista per capirne gli effetti sul voto. Certo, il Pd può tenere la testa alta e non opporsi alle richieste della magistratura, ma rincorrere Grillo sul terreno dell’indignazione è una battaglia dagli esiti scontati: nel migliore dei casi, per i democratici, si può ambire a contenere le perdite, di fronte all’arrembaggio dei Cinquestelle.
Ma le alternative, appunto, sarebbero state ancora più rischiose. Quella del rinvio, che a inizio giornata veniva quasi dato per certo tra i deputati democratici in Transatlantico, non ha retto all’offensiva mediatica di Grillo: per quanto nobili potessero essere le motivazioni addotte in Aula dal Pd, e condivise anche dai suoi alleati centristi, nell’opinione pubblica stava passando l’idea che non votare su Genovese fosse equivalente a salvarlo. Sì, si sarebbero forse salvati i suoi 20 mila voti in Sicilia, ma se ne sarebbero persi molti di più in giro per l’Italia, soprattutto tra gli indecisi. Così si è deciso di votare, approfittando della mano tesa da Renato Brunetta: il capogruppo di Forza Italia ha infatti annunciato la disponibilità a rinunciare al voto segreto, pur avendo i numeri per chiederlo, e ha così aiutato il Pd a uscire da un impasse micidiale.
Più ancora che le manette ai polsi di Genovese, infatti, i democratici temevano le lucette blu nell’Aula di Montecitorio, che avrebbero dato il via a una girandola di sospetti. Il rischio di assoluzione, a voto segreto, era piuttosto alto: da un lato, alcuni deputati Pd potevano utilizzarlo per regolare un po’ di conti interni; dall’altro, i Cinquestelle – sapendo che la non autorizzazione a procedere sarebbe stata un tracollo per Renzi – avrebbero difficilmente resistito alla tentazione di togliere la terra sotto i piedi di Renzi. La scena era già scritta: Genovese salvo, tentativi disperati e inutili del Partito democratico di incolpare i pentastellati, tir carichi di voti in viaggio dal Nazareno a casa Grillo. Ma Forza Italia, appunto, è arrivata in soccorso.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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