m5s manette senato

C’era una volta Franco Barbato, deputato campano dell’Idv, che proprio non ce la faceva: anche quando partiva calmo come un diesel, promettendo pacatezza, poi saliva di giri e si ritrovava a urlare parolacce con la faccia rossa e la vena del collo gonfia. Concluse la scorsa legislatura, e forse la sua carriera parlamentare, in modo coerente: uscì dall’Aula, l’ultimo giorno, mandando tutti a quel paese. Oggi c’è il piemontese Gianluca Buonanno, sponda Lega, che ne ha raccolto l’eredità: ogni espulsione – tipo le 10 giornate comminategli dall’ufficio di presidenza per la spigola portata in Aula – è una medaglia sul petto, un aneddoto da raccontare nella Valsesia tappezzata dai manifesti con la sua faccia in vista delle prossime elezioni.

La spigola di Buonanno – mal tollerato da alcuni colleghi leghisti, che non ne apprezzano l’assenza del limite – viene insieme alle forbici di cartone, alla molletta sul naso, alla giacca bianca da maître di sala ricevuta in prestito (come la spigola, del resto) da qualche talpa amica delle cucine di Montecitorio. E a molte altre trovate del genere, normalmente preannunciate ai commessi o addirittura al presidente di turno, e talvolta anche ai giornalisti, perché non dimentichino di parlarne.
Anche i Cinquestelle fanno lo stesso: la presenza del loro cameraman in tribuna stampa è il segnale che sta per accadere qualcosa. E ultimamente, non solo in campagna elettorale, qualcosa accade piuttosto spesso: i senatori ammanettatisi a vicenda ieri pomeriggio, per protestare contro la fiducia sul decreto lavoro, sono solo l’ultima tappa di una lunga serie. A inizio legislatura, ad esempio, i pentastellati avevano cominciato con le letture serali della Costituzione e i cartelli; poi, abbandonata l’usanza dei cartelli singoli, hanno affinato la tecnica: da qualche tempo, ormai, sui loro banchi abitano fogli A4 con le lettere dell’alfabeto, che ogni volta formano uno slogan (leggibile solo dall’alto, quindi a favore di telecamera) sul tema in questione. L’ultimo (“Schiavi moderni”, utilizzato proprio per la conversione in legge del decreto Poletti) è casualmente anche il titolo di un libro della Casaleggio Associati, che ha messo così a brevetto la figura del deputato-sandwich, finora sconosciuta.
Che siano i forconi della Lega o le catene dei Cinquestelle, comunque, conta poco. Ciò che conta è la trasformazione, in peggio, dell’esperienza parlamentare, che paga un tributo fortissimo alla notiziabilità degli eventi. Un dibattito in sé non fa mai notizia, in una società che raramente discute di contenuti; e siccome la caccia al voto passa per la presenza mediatica, ogni telecamera accesa diventa un’istigazione allo show, per rubare la scena. Ne è una prova, a contrario, l’esperienza positiva di molte Commissioni: lì l’ansia da prestazione si sente molto meno, perché spesso i provvedimenti acquisiscono una vetrina vera e propria solo quando arrivano in Aula, e quindi lì il Parlamento fa il proprio dovere, che è quello di confrontarsi e di cercare una soluzione.
Per il resto, invece, è un pianto. Se una volta si diceva che Porta a porta fosse la terza Camera, oggi sono le due Camere ad assomigliare sempre di più a un’appendice del palinsesto televisivo: se molti portassero avanti le leggi di iniziativa parlamentare con lo stesso impegno con cui cercano visibilità, probabilmente Montecitorio e Palazzo Madama non si sarebbero ridotti a luoghi di ratifica delle convenzioni internazionali e di conversione in legge dei decreti. Di tutte le grandi riforme attese finora (legge elettorale, riforma del titolo V) non ne è uscita ancora una; delle altre leggi di buonsenso lungamente promesse, e ancora fattibili (cittadinanza ai figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia, tanto per dirne una), c’è traccia solo in qualche proclama o in qualche cassetto.
Non ci si meravigli, allora, se due settimane fa, quando il presidente del Consiglio ha organizzato una twitter session durante il dibattito di fiducia sulle sorti del suo governo, i telegiornali all news non hanno avuto dubbi su quale dei due appuntamenti trasmettere in diretta. Ma se durante la fiducia Buonanno avesse portato una bambola gonfiabile, o un barbecue, o lo zuccotto di Papa Francesco, magari qualcuno si sarebbe accorto anche del Parlamento.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “TeleCamere”

  1. cicero tertio scrive:

    Già è vero… e spesso la preparazione, competenza e cultura di questi figuranti è anche inversamente proporzionale al loro protagonismo; ma è come “Genny o carogna” fanno più danni di immagine che reali. Ben maggiori i danni che fanno altri più loschi figuri magari non eletti da nessuno o cooptati da qualcuno in riunioni riservate o per addetti ai lavori al di fuori dell’aula, al di fuori della trasparenza, al di fuori della nazione come a Bruxelles e così la nostra Camera è privata della sua funzione essenziale, quella legislativa con una vera e sana maggioranza che impone le sue scelte.
    Rimangono solo più le comiche e gli stipendi naturalmente.

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