el mundo deportivo camorrista genny 'a carogna

“Il figlio di un camorrista ha deciso che la finale di Coppa Italia si giocherà”, riassumeva sabato sera El mundo deportivo, e con un solo titolo si trascinava giù buona parte della nostra credibilità internazionale. “Can this man save Italy?”, ironizzavano su Twitter i fotomontaggi di Genny ‘a carogna sulla copertina di Time una volta dedicata a Monti, e fioccavano i paralleli sarcastici sulla trattativa Stato-mafia e quella Stato-ultrà. Anni di pugni sul tavolo e di compiti a casa, di tour europei e di vertici internazionali, buttati nel secchio: per un paio d’ore, agli occhi del mondo, abbiamo fatto la figura di un Paese ostaggio dei delinquenti.

Il giorno dopo, la versione prefettizia degli eventi ha cercato di riportare un po’ d’ordine e soprattutto di salvare la faccia delle istituzioni, che la sera prima – in quello stesso stadio, con tanto di vertice di sicurezza – avevano lasciato un retrogusto di impotenza. Nessun permesso chiesto agli ultrà napoletani per giocare la partita, dunque, ma solo comunicazioni sullo stato di salute del tifoso ferito, “su richiesta della società”. Che avrebbe potuto farlo in altro modo, tramite lo speaker dello stadio, ma che invece ha mandato il capitano della squadra, Hamsik, a parlare con il signor Gennaro De Tommaso, e per suo tramite con gli ultrà, e per sineddoche con l’intera tifoseria.
Che il cittadino De Tommaso, ben noto alle autorità di polizia, rappresenti l’intera tifoseria azzurra è una fesseria che non ha nemmeno bisogno di spiegazioni. Eppure, in un momento delicatissimo, la società gli riconosce un ruolo di interlocuzione che dice molto sui rapporti di forza esistenti: non solo nel Napoli, tra l’altro, ma in molte società di prim’ordine del calcio professionistico in Italia. E non si parla di coreografie pagate – atto dovuto, ci mancherebbe – o di trasferte rimborsate, ma di un’interlocuzione vera e propria, quasi alla pari, quando la situazione si fa complicata: l’elenco degli allenatori obbligati a incontrare gli ultrà dopo una serie di sconfitte, a diverse latitudini dello Stivale, è tanto lungo quanto imbarazzante.
L’imbarazzo è ancora maggiore per quelle tifoserie in cui si somma un ulteriore problema: le frange estreme del calcio non si limitano ad essere lo sfogatoio del malessere sociale, ma diventano anche terreno fertile per gli innesti della malavita. A Napoli – e non si è scoperto domenica sera con l’albero genealogico di Genny ‘a carogna – l’intreccio fra ultrà e camorra è ormai consolidato da tempo: le frequenti rapine ai calciatori negli ultimi anni, sostiene la Procura, sono proprio uno strumento di intimidazione utilizzato dalla criminalità organizzata su squadra e società, dopo alcuni rifiuti degli atleti di partecipare a matrimoni di affiliati.
L’amicizia (o comunque il rapporto diretto) con il calciatore è, per alcuni malviventi, uno status symbol: dalla foto di Maradona nella vasca da bagno con il latitante Carmine Giuliani alla deposizione di Lavezzi ai pm sui propri rapporti con il figlio del boss Lo Russo, il filo non si è mai spezzato. E la società, che pure sta investendo molto anche a livello di immagine, si trova spesso prigioniera di personaggi poco raccomandabili, che rischiano di vanificarne gli sforzi: per dirla con le parole di Mihajlovic, al termine della partita di ieri tra Parma e Sampdoria, “episodi come quello di sabato sera mostrano perché nessuno voglia venire a giocare in Italia”.
In realtà, la situazione non è ancora così drammatica, e molti altri fattori – tra cui le tasse, per quanto riguarda gli ingaggi, e la mancanza di risultati internazionali, per quanto riguarda il prestigio – pesano sulla scelta dei campioni di giocare o meno in un club di serie A. Per quanti sforzi facciano, i nostri club – tolti due o tre – non sfondano sul piano mediatico, e solo il tempo dirà se i tentativi di tuffarsi nel mercato asiatico porteranno risultati. Nel frattempo, non facciamo notizia e dunque non esistiamo. Ma sempre meglio zero tituli, sia chiaro, che uno come quello del Mundo deportivo.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “Zero tituli”

  1. cicero tertio scrive:

    Concordo che questo triste personaggio detto “Genny o’ Carogna”, sottoprodotto dei tempi correnti della decadenza italiaca, abbia fatto un gravissimo danno di immagine al nostro paese.
    Ma lui non ha fatto altri danni materiali ben più gravi come qualcun altro. Lui non ha detto che bisognava cedere sovranità all’Europa per il nostro bene, che la Grecia era la dimostrazione del grande successo dell’euro, lui non si è vantato alle televisioni smericane di aver ridotto la dimensione dell’economia del paese, lui non è responsabile del macello sociale che ha impoverito milioni di italiani, lui non ha creato milioni di disoccupati e spinto al suicidio diversi piccoli imprenditori, lui non ha selvaggiamente tassato e non ha nemmeno nonostante questo allargato il debito pubblico di altri 120 miliardi. Lui non so se e chi rappresenti oltre se stesso ma di certo non la Trilaterale , la Goldman Sachs od il Bildenberg.
    Lui ora è stato sanzionato con 5 anni di DASPO, qualcun altro continua a sedere a vita su un seggio di senatore senza ricevere alcuna sanzione prendendosi circa 25.000 euro al mese.
    Ci sono in giro ben altre carogne.

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