via crucis 2014 colosseo

Conosco mons. Bregantini da molti anni, da quando era vescovo di Locri, e non mi stupisce mai la sua grande concretezza: ha una capacità enorme di legare il Vangelo con i temi sociali, da sempre. Ma la via Crucis di ieri sera al Colosseo, affidata alle sue meditazioni, è andata oltre: è politica, in senso lato e nobile, allo stato puro. È impegno per l’altro e, insieme, ragione di quell’impegno. Per chi non l’avesse seguita, o per chi volesse conservarne un ricordo, ho scelto – di ogni stazione – il breve passaggio che mi ha colpito di più.

I. Gesù condannato a morte. Il dito puntato che accusa.
La condanna sbrigativa di Gesù raccoglie cosi le facili accuse, i giudizi superficiali tra la gente, le insinuazioni ed i preconcetti che chiudono il cuore e si fanno cultura razzista, di esclusione e di “scarto”, con le lettere anonime e le orribili calunnie. Accusati, si è subito sbattuti in prima pagina; scagionati, si finisce in ultima!

II. Gesù è caricato della croce. Il pesante legno della crisi.
È anche il peso di tutte le ingiustizie che hanno prodotto la crisi economica, con le sue gravi conseguenze sociali: precarietà, disoccupazione, licenziamenti, un denaro che governa invece di servire, la speculazione finanziaria, i suicidi degli imprenditori, la corruzione e l’usura, con le aziende che lasciano il proprio paese. Questa è la croce pesante del mondo del lavoro, l’ingiustizia posta sulle spalle dei lavoratori.

III. Gesù cade per la prima volta. La fragilità che ci apre all’accoglienza.
In questa caduta, in questo cedere al peso e alla fatica, Gesù ci aiuta anche ad accogliere la fragilità degli altri; a non infierire su chi è caduto, a non essere indifferenti verso chi cade. E ci dà la forza di non chiudere la porta a chi bussa alle nostre case, chiedendo asilo, dignità e patria. Consapevoli della nostra fragilità, accoglieremo tra noi la fragilità degli immigrati, perché trovino sicurezza e speranza.

IV. Gesù incontra la Madre. Le lacrime solidali.
Raccoglie tutte le lacrime di ogni mamma per i figli lontani, per i giovani condannati a morte, trucidati o partiti per la guerra, specie i bambini-soldato. Vi sentiamo il lamento straziante delle madri per i loro figli, morenti a causa dei tumori prodotti dagli incendi dei rifiuti tossici. Mamme vigilanti nella notte con le lampade accese, trepidanti per i giovani travolti dalla precarietà o inghiottiti dalla droga e dall’alcol, specie il sabato notte!

V. Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la Croce. 
La mano amica che solleva.
Da casuale, quell’incontro si trasformerà in una sequela decisiva e vitale dietro a Gesù, portando ogni giorno la sua croce. Solo aprendo il cuore all’amore divino, sono spinto a cercare la felicità degli altri nei tanti gesti del volontariato: una notte in ospedale, un prestito senza interessi, una lacrima asciugata in famiglia, la gratuità sincera, l’impegno lungimirante del bene comune, la condivisione del pane e del lavoro, vincendo ogni forma di gelosia e di invidia.

VI. Veronica asciuga il volto di Gesù. La tenerezza femminile.
Le carezze di questa creatura si bagnano del sangue prezioso di Gesù e sembrano togliere via gli atti di profanazione che ha ricevuto in quelle ore di torture. In Gesù, riconosce ogni prossimo da consolare, con tocco di tenerezza, per giungere al gemito di dolore di quanti oggi non ricevono assistenza né calore di compassione. E muoiono di solitudine.

VII. Gesù cade per la seconda volta. 
L’angoscia del carcere e della tortura.
Riconosciamo in Lui l’amara esperienza dei detenuti di ogni carcere, con tutte le sue disumane contraddizioni. Circondati e accerchiati, “spinti con forza per cadere”. Il carcere, oggi, è ancora troppo tenuto lontano, dimenticato, ripudiato dalla società civile. Ci sono le assurdità della burocrazia, le lentezze della giustizia. Doppia pena è poi il sovraffollamento: è un dolore aggravato, un’ingiusta oppressione, che consuma la carne e le ossa. Alcuni – troppi! – non ce la fanno… E anche quando un nostro fratello esce, lo consideriamo ancora un “ex-detenuto”, chiudendogli così le porte del riscatto sociale e lavorativo. Ma più grave è la pratica della tortura, purtroppo ancora diffusa in varie parti della terra, in molteplici modi. Come è stato per Gesù: anche Lui percosso, umiliato dalla soldataglia, torturato con la corona di spine, flagellato con crudeltà.

VIII. Gesù incontra le donne di Gerusalemme. Condivisione e non commiserazione.
Gesù è scosso dal loro pianto amaro, ma le esorta a non consumare il cuore nel vederlo martoriato, per essere donne non più piangenti, ma credenti! Chiede un dolore condiviso e non una commiserazione sterile e piagnucolosa. piangiamo su quegli uomini che scaricano sulle donne la violenza che hanno dentro. Piangiamo sulle donne schiavizzate dalla paura e dallo sfruttamento. Ma non basta battersi il petto e provare compassione.

IX. Gesù cade per la terza volta. Vincere la cattiva nostalgia.
Stremato! Sembra dire, come noi, in tanti momenti bui: Non ce la faccio più! È il grido dei perseguitati, dei morenti, dei malati terminali, degli oppressi sotto il giogo. Ci aiuti la contemplazione di Gesù accasciato, ma capace di alzarsi, a saper vincere le chiusure che la paura del domani imprime nel nostro cuore, specie in questo tempo di crisi. Superiamo la cattiva nostalgia del passato, la comodità dell’immobilismo, del “si è sempre fatto così!”. Quel Gesù che barcolla e cade, ma poi si rialza, è la certezza di una speranza.

X. Gesù è spogliato delle vesti. 
L’unità e la dignità.
La tunica resta intatta, simbolo dell’unità della Chiesa, un’unità da ritrovare in un cammino paziente. In Gesù, innocente, denudato e torturato, riconosciamo la dignità violata di tutti gli innocenti, specialmente dei piccoli. Dio non ha impedito che il suo corpo, spogliato, fosse esposto sulla croce. Lo ha fatto per riscattare ogni abuso, ingiustamente coperto e dimostrare che Lui, Dio, è irrevocabilmente e senza mezzi termini dalla parte delle vittime.

XI. Gesù è crocifisso. Al letto degli ammalati.
Anche oggi, come Gesù, molti nostri fratelli e sorelle sono inchiodati ad un letto di dolore, negli ospedali, nelle case di riposo, nelle nostre famiglie. E’ il tempo della prova, in amari giorni di solitudine e anche di disperazione. La nostra mano non sia mai per trafiggere, ma sempre per avvicinare, consolare ed accompagnare gli infermi, rialzandoli dal loro letto di dolore.

XII. Gesù muore in croce. 
Il gemito delle sette parole.
Le sette parole di Gesù sulla croce sono un capolavoro di speranza. Gesù, lentamente, con passi che sono anche i nostri, attraversa tutto il buio della notte, per abbandonarsi, fiducioso, nelle braccia del Padre. È il gemito dei morenti, il grido dei disperati, l’invocazione dei perdenti.

XIII. Gesù deposto dalla croce. L’amore è più forte della morte.
Questa icona è chiamata semplicemente “Pietà”. E’ straziante, ma mostra che la morte non spezza l’amore. Lacrime e sangue sono mescolate in questa tragica consegna. Come la vita nelle nostre famiglie, che, a tratti, è travolta da perdite improvvise e dolorose, con un vuoto incolmabile, specie nella morte di un figlio. Pietà allora significa farsi prossimi dei fratelli che sono nel lutto e non si danno pace. E’ carità grande prendersi cura di chi sta soffrendo nel corpo piagato, nella mente depressa, nell’animo disperato.

XIV. Gesù è posto nel sepolcro. Il giardino nuovo.
Quel giardino in cui si trova la tomba, dove viene sepolto Gesù, ricorda un altro giardino: quello dell’Eden. Quel sepolcro rappresenta la fine dell’uomo vecchio. La morte ci disarma, ci fa capire che siamo esposti ad un’esistenza terrena che ha un termine. Ma è davanti a quel corpo di Gesù, deposto nel sepolcro, che prendiamo coscienza di chi siamo. Creature che, per non morire, hanno bisogno del loro Creatore.

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