senato abolizione

Ormai la parola chiave è indennità: negli ultimi giorni, fiutando l’aria della campagna elettorale in corso, Matteo Renzi la sta ripetendo allo sfinimento. La riforma delle Province? Cosa buona e giusta, perché si tolgono le indennità di 3 mila politici (“Tanto vale ripristinare il podestà, che costa ancora meno”, ironizzava nel dibattito a Palazzo Madama la senatrice vendoliana Petraglia). La riforma del Senato? Altrettanto buona e altrettanto giusta, perché si risparmiano altri 320 stipendi. Sei contrario nel merito all’una, all’altra o addirittura ad entrambe? Allora sei un conservatore, uno che vuole difendere gli interessi della casta e probabilmente anche i tuoi.

Da un lato, è una reazione di pancia abbastanza comprensibile: la crisi di oggi è figlia dei comportamenti di ieri, la cura dimagrante richiesta a gran voce alle istituzioni è la conseguenza di decenni di vacche obese. Dall’altro, però, appare piuttosto preoccupante la mancanza di spazio per dibattiti sulla qualità della cornice istituzionale: le uniche obiezioni oggi possibili, e universalmente accettate, sono quelle sulla quantità (“Non si è risparmiato abbastanza”, “I costi aumenteranno”, e così via), come se la democrazia fosse misurabile e valutabile un tanto al chilo.
Discutere sul bicameralismo significa invece discutere sull’identità stessa dell’Italia, che ai tempi della Costituente decise di mantenerlo per una serie di motivi: alcuni di ordine politologico (per dirla con l’olandese Lijphart, “il bicameralismo è tipico delle società semi-plurali”), altri legati alle valutazioni dei singoli partiti. Come ricorda Alberto Sensini in un saggio ancora attuale (“Presidente o Cancelliere?”, Sperling & Kupfer, 1992), “solo il PCI si batté per un sistema con una sola Camera, mentre tutte le altre forze erano per le due Camere”. La Democrazia Cristiana voleva un Senato che “rappresentasse almeno in parte le categorie sociali”, i repubblicani volevano un ramo del Parlamento che “rappresentasse le Regioni”, i liberali “non volevano cancellare il Senato, figlio della monarchia sabauda e dello Stato prefascista”, molti “apprezzavano l’idea della seconda Camera in omaggio – come disse il vecchio e saggio Meuccio Ruini – al principio del pensarci su”.
Stupisce dunque che l’intervista di Piero Grasso a Repubblica abbia suscitato ieri tante reazioni, talune piuttosto dure, anche all’interno del suo partito: come se la scelta sia tra lo status quo e una sola riforma possibile, come se abolire il bicameralismo perfetto e abolire il bicameralismo tout court siano la stessa cosa. Così naturalmente non è, e buona parte del dibattito in corso non rende onore all’intelligenza di molti suoi protagonisti: tanto Grasso come Monti, ieri, hanno offerto contributi seri alla discussione, e altri ancora ne verranno dagli alleati di maggioranza (“Se Renzi pensa di approvare la riforma così va a sbattere”, ammoniva ieri Formigoni a nome del Nuovo Centrodestra).
Pensare che tutto si chiuda con il disegno di legge governativo di oggi, insomma, è al confine tra l’ingenuità e la furbizia: probabilmente più vicino alla seconda che alla prima, vista anche la decisione di rimandare l’approvazione definitiva dell’Italicum per legarla con le riforme istituzionali. A Renzi, tutto sommato, sarà bastato avere messo in moto il cammino per uscirne da vincitore: la bandierina dell’Italicum (seppure virtuale, visto che non è in vigore) in una mano, quella della cosiddetta abolizione del Senato (ad alto rischio di insabbiamento) nell’altra. Tra un anno, se lo stallo persiste e non si è portato a casa nulla, si può sempre tornare al voto gridando al boicottaggio della casta: categoria che, stavolta, comprenderebbe anche i Cinquestelle, passati improvvisamente dalla parte dei conservatori.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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2 commenti to “Un tanto al chilo”

  1. Jacopo scrive:

    ma questo Sarubbi, che centra in larghissima parte il punto (almeno per come posso vederla io), che smonta con poche parole chiare ciò che in tanti, troppi, applaudono così, senza capire e, quel che è peggio, senza neanche fare lo sforzo.
    questo Sarubbi, è proprio lo stesso che solo fino a poco più di un anno fa, spesso e volentieri, si inerpicava in giravolte politichesi per difendere l’indifendibile, a volte ricorreva alla retorica (e probabilmente era il primo ad essere a disagio nel farlo), a quella più semplicistica?
    Lo dico allora senza ironia, che se anche non essere più parlamentare ti avrà levato l’occasione di promuovere le battaglie che ti stanno più a cuore, almeno ti ha, come dire, “disintossicato”.

    p.s. sì, è proprio intossicazione; l’alternativa è ammettere che gente come la bonafè o ernesto carbone fosse così anche prima di entrare in parlamento…

  2. cicero tertio scrive:

    Confesso che non mi intendo di riforme delle istituzioni, del bicamaralismo più o meno perfetto,dell’Italicum che mi ricorda quel disgraziato treno…
    Ma vogliodire che non è che coi risparmi e i tagli pur doverosi e sacrosanti della politica che si rimetterà a posto il paese: la crisi che ha fatto chiudere innumerevoli imprese e lasciato senza lavoro milioni di persone non è dovuta a questo ma all’adozione di una moneta unica che ci sta massacrando con un cambio insostenibile, con la perdita di una nostra sovranità monetaria di emissione, con gli obblighi di rientro dal debito impostici dagli strozzini commissari europei, dall’impossibilità di destinare ingenti risorse per rilanciare la crescita, unico modo per vedere una via d’uscita, ma di questo ancora non sento parlare nè qui nè in molti altri luoghi ancora. Una crisi strutturale che continuerà a perdurare con questo assetto e questi vincoli. Se l’economia reale tirasse alla grande come era un volta potremmo anche sopportare quei costi pur se ingiusti: ora non più, lo capissero i signori della politica che non sanno fare nemmeno i conti nelle loro tasche ed anche il titolare di questo blog, che concordo pure io con Jacopo, un po’ di maggior consapevolezza ed indipendenza di giudizio lo sta dimostrando.

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