Renzi piazza

A Treviso, dicevano ieri soddisfatti nella segreteria del Partito democratico, la gente che incontrava Renzi per strada non lo chiamava presidente, ma Matteo. E gli dava del tu, considerandolo quasi uno di famiglia. Come capita spesso ai personaggi dello spettacolo, o dello sport, che si vedono in televisione e che ti entrano nel salotto di casa: li incontri e istintivamente li abbracceresti, per il rapporto che – seppure a senso unico – vi lega ormai da tempo. Un rapporto diretto, senza mediazioni, come quello che il nuovo presidente del Consiglio sta cercando di mettere in piedi con l’elettorato.

Uno dei passaggi chiave nella sua due giorni in Parlamento è stato un inciso di tre righe del lunghissimo intervento a Palazzo Madama: la citazione della signora fiorentina all’uscita della Messa (“Certo, se fai il Presidente del Consiglio tu, lo può fare veramente chiunque”) e soprattutto il commento del neo premier (“Questo è proprio vero, fino in fondo”). La chiave comunicativa, dunque, è piuttosto palese: Renzi fa el jugador del pueblo, alla Tévez, e annulla le distanze tra la politica e la piazza. Tanto è vero che, quando parla di “politica”, lo fa sempre per contrapposizione, con la stessa modalità utilizzata dal MoVimento 5 Stelle per la parola “partiti”. Non è una novità, e non serve scomodare l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini: negli ultimi vent’anni, per esempio,  il non-politico è sempre stato la cifra di Berlusconi, e lo è ancora, nonostante abbia passato al governo più giorni di chiunque altro dai tempi del dopoguerra.
Ridurre il tutto a una questione comunicativa, però, non è abbastanza: l’annullamento delle distanze è parallelamente, e forse soprattutto, un argomento politico, che riguarda il ruolo del Parlamento. Da parte sua, Berlusconi insiste da anni su alcuni cavalli di battaglia dell’antiparlamentarismo: i famosi tempi lunghi (“Mille giorni per approvare una legge”), gli emendamenti che stravolgono i decreti (“Entra un cavallo, esce un dromedario”), la massa di fannulloni (“Lì dentro lavorano 50 o 60 persone”), gli agguati in Aula (“Dovrebbero votare soltanto i capigruppo”). Renzi – che nel suo primo intervento ha già dato il benservito ai senatori – non ripeterà probabilmente le stesse frasi, ma vive sulla pelle il medesimo disagio: abituato all’esperienza di sindaco, si scontrerà presto con il ruolo del Parlamento e probabilmente lo soffrirà. Proprio ieri, mentre era a Treviso, ne ha avuto un antipasto: l’ostruzionismo delle opposizioni, unito al calendario bloccato nelle ultime settimane, ha portato all’affossamento del SalvaRoma per la seconda volta in due mesi.
C’è poi la questione del cronoprogramma, che non è secondaria: quello originale forse è già saltato prima ancora di partire, ma resta l’esigenza di un’andatura sostenuta. Perché Renzi non è più Renzi se si appisola, se rallenta il passo: se vuole mostrare con i fatti la differenza con il governo che ha fatto cadere è costretto ai fuochi d’artificio, ai decreti a mitraglia, per poi magari scaricare sul Parlamento le eventuali difficoltà di percorso. Presenterà diversi provvedimenti blindati  e chiederà alla sua maggioranza di licenziarli in fretta, anche a rischio di ridurre Camera e Senato a un ruolo semi-notarile. Per un po’ dovrebbe funzionare, poi per forza di cose arriverà qualche intoppo. E lì si vedrà, al primo tagliando, se la macchina sarà in grado di proseguire o se sarà già tempo di tornare al voto.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “El jugador del pueblo”

  1. cicero tertio scrive:

    Invece a Bruxelles, il luogo grigio e sordo dei burocrati europei non eletti da nessuno, ad esempio il commissario Olli Rehn, il proconsole finlandese che ci troviamo sempre tra i piedi, quando incontrano il nostro ministro dell’economia per strada non lo chiamano “ministro Padoan, ma Pier Carlo. E gli danno del tu, considerandolo quasi uno di famiglia. Anzi come un famiglio, ossia il servitore-esecutore dei loro voleri. Il suddetto è stato imposto a Renzi da loro per l’alto tramite del loro collaborazionista illustre vegliardo che siede su uno dei fatali colli della Citta Eterna (eterna perchè eternamente in dissesto finanziario) sempre prono ai loro desideri. E per chi non lo sapesse il ministro dell’economia conta più del Presidente del Consiglio a Bruxelles.
    E’ lui “sa quel che si deve fare”, parole testuali di Olli Rehn. Ossia placare con sacrifici anche umani (ne abbiamo già sotto gli occhi gli esempi) le ire degli Dei dell’Olimpo Europeo che ci vogliono asserviti a loro.
    Tradotto in parole povere: “CARO MATTEO NON TI CONCEDIAMO NESSUN SOLDO IN PIU’, FERREA DISCIPLINA DI BILANCIO, NON SFORARE IL FAMIGERATO 3% DI DEFICIT/PIL, FAI I COMPITI CHE POI TE LI CORREGGE ANCHE LA MAESTRINA MERKEL… e così non essendoci soldi da spendere per i suoi faraonici proggetti il povero Matteo potrà solo fare la comparsa dell’ “Uomo che sa decidere” nei suoi bagni di folla. Folla che crede che lui possa essere il mago Otelma che trasformerà in oro il guano in cui è immersa fino al collo, non sapendo nulla di come la sua classe politica abbia invece svenduto il paese e la sua sovranità all’Europa della truffa dell’euro.
    Ma che presto si ricrederà, magari quando i loro pochi sudati risparmi, ridenominati “Rendite Finanziarie” saranno colpite da maggiori tassazioni o patrimoniali, l’unica ed ultima disperata manovra che resterà all’ex-sindaco prestato all’Italia per raccimolare qualche risorsa. E la folla allora come sarà contenta! scommetto che non lo non lo considererà più uno di loro e non lo chiamerà più “Matteo” ma “il Jugolador del Pueblo” cioè “quello che gli taglia le vene giugulari” o con qualche altro impronunciabile epiteto!

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